Le regole linguistiche tratte dalle eccezioni
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Linguaggio Architettura
Linguistica in architettura Discussione sulle invarianti zeviane
Le regole linguistiche tratte dalle eccezioni
di Renato De Fusco - Zevi - 25/7/2002
Renato De Fusco
Il testo è tratto integralmente da L'architettura, cronache e storia, n°224 - giugno 1974

Si parla da qualche tempo di linguaggio architettonico fuori dalle linee del metodo strutturale, del modello linguistico, della istituzione di una semiologia architettonica. Se ne parla cioè coi termini, le intenzioni e gli accenti della critica militante, anzi con quelli della cosiddetta "critica operativa". Per parte mia ho sempre auspicato che la teoria semiotico-architettonica -cui mi avvicinai inizialmente proprio in reazione alla crisi semantica dell'architettura contemporane- sfociasse al più presto in un metodo operativo utile tanto alla storia (lettura delle opere realizzate), quanto alla pratica progettuale. E' ben vero che i fautori del citato orientamento non misconoscono il contributo delle suddette teorie e metodiche, ma al tempo stesso parlano di invarianti desunte dall'esperienza del Movimento Moderno, di una "basic language" architettonica, affermano che "l'indagine semiologica è fondamentale, ma non possimo pretendere che dipani, fuori dall'architettura, i problemi architettonici", ecc., dimostrando l'indubbia intenzione di "parlare architettura" coi termini autonomi e specifici di essa.

Nelle presenti note tenterò di verificare (si fa per dire) la possibilità di una linguistica architettonica, che qui convenzionalmente definisco storico-empirica per distinguerla da quella più propriamente semiologica, e la possibilità (ritenuta un pò paradossale dagli stessi proponenti) di istituzionalizzare un codice le cui regole sono tratte dalle eccezioni.
Derivate dai testi più significativi e paradigmatici dell'architettura moderna, sono state proposte sette invarianti che caratterizzerebbero il linguaggio di essa: l'elenco, la disimmetria, la tridimensionalità antiprospettica, la scomposizione quadridimensionale, alcune conformazioni quali le strutture in aggetto, i gusci, le membrane, la temporalità dello spazio, la reintegrazione edificio-città-territorio. Nell'economia di questo scritto non le esaminerò singolarmente soffermandomi piuttosto ad indicare la loro eterogenea natura e soprattutto la loro possibilità di contribuire a formare un codice. Quanto all'eterogeneità, quella invariante definita "elenco" equivale ad un atto eversivo di rifiuto di tutto il linguaggio precedente, anzi immagina l'inesistenza di un precedente sistema linguistico: ossia ci troviamo di fronte ad un atto ideologico, così come con la settima invariante, che implica una contaminazione con il Kitsch. Di natura più propriamente morfologica sono invece le invarianti che riguardano l'asimmetria, la tridimensionalità antiprospettica ecc.; altre, come quella che tratta delle strutture in aggetto, dei gusci e delle membrane, registrano realizzazioni architettoniche in atto o già attuate. Ma, a parte la diversa natura eterogenea di tali invarianti, eterogeneità che non giova certo all'istituzione di un codice, chiediamoci se sia lecito definire invarianti i fenomeni suddetti. Prima però di rispondere a questo interrogativo mi sembra utile operare una distinzione; la proposta linguistica di cui parliamo tende a due obiettivi, fra loro certamente connessi, ma non tanto da non generare una certa confusione. Da un lato, come si è detto, si vuole istituire una lingua basata il più possibile sui termini specifici dell'architettura e dall'altro si vuole, operando una scelta ancora ideologica, individuare un codice anticlassico. Le motivazioni di questo secondo atteggiamento possono trovare una giustificazione nella polemica contro alcune esperienze in atto, ma non vorrei che l'avversione al classicismo portasse automaticamente -poiché si afferma che l'unico codice architettonico istituito sia quello classico- al rifiuto di ogni normativa, senza la quale è impossibile non solo ogni semiologia ma anche un qualunque processo comunicativo comunque fondato. Il discorso si sposta allora, accantonando la polemica anticlassica che potremo riprendere altrove, sul rapporto tra norme ed invarianti. Quelle sopra elencate sono desunte da opere paradigmatiche che, come dice la parola, valgono sì come modello per la produzione architettonico-linguistica successiva, ma restano sempre delle opere eccezionali, emergenti, "artistiche" e non "letterarie"; tutti attributi che contraddicono il termine stesso di "invariante". Non vorrei a questo punto riproporre il vecchio dilemma se la lingua la fanno i poeti o la massa parlante perché costituisce un argomento da tempo accantonato dagli studi di linguistica; tuttavia, riconoscendo che ogni forma di linguaggio si basa su un rapporto incessante di regole ed innovazioni, appare indubbio che tale rapporto è di natura dialettica. Possiamo per cento motivi "simpatizzare" per le deroghe, gli atti eversivi, le innovazioni ecc., ma se vogliamo parlare di linguaggio è ovvio che esse non bastano e che dovranno inevitabilmente essere riferite alle norme. E altrettanto ovviamente non a quelle accademiche, bensì a quelle indicate, tra gli altri da Mukarovsky, per cui "...la norma si fonda sull'antinomia dialettica fondamentale tra una validità senza eccezioni e una potenza soltanto regolativa o addirittura semplicemente orientativa che implica la pensabilità della sua violazione. In ogni norma esistono queste due direzioni contrastanti tra i cui poli si svolge il processo della sua evoluzione".
Peraltro, il rapporto fra norma e deroga rientra in una più generale dicotomia linguistica, quella langue/parole, ovvero codice-messaggio. Il primo è la lingua architettonica istituzionalizzata dall'uso attraverso norme diffuse e condivise, mentre il "messaggio", ossia l'opera, l'edificio è una manifestazione individuale che incarna quel codice, talvolta ne smentisce alcune norme, ma in ogni caso non si dà fuori dall'universo di quel codice-lingua. Le recenti proposte dei linguisti empirici dell'architettura in sostanza partono dai messaggi o da gruppi di opere e tentano di istituzionalizzarli in codice senza però raggiungere, almeno finora, la conformazione strutturale di questo. Si tratta in definitiva, a mio avviso, di un'operazione storicistica che come tale si basa sempre sulla individualità raggiungendo la generalità solo per astrazione. Già Eco ebbe a rilevare che alcune codificazioni architettoniche, basate soprattutto su criteri tipologici e funzionali mettevano in forma soluzioni già elaborate, ovvero erano codificazioni di tipi di messaggio.
"Il codice-lingua è diverso: mette in forma un sistema di relazioni possibili dalle quali si possono generare infiniti messaggi".

Ora, le sette invarianti sopra elencate si avvicinano molto a tali codificazioni di tipi di messaggi. Viceversa, per individuare un codice architettonico vero e proprio è necessario trovare l'equivalente del codice-lingua, cioè un sistema di relazioni basate non su opere paradigmatiche (che servono a redigere la storiografia artistica dell'architettura) e nemmeno sui segni architettonici (che secondo la mia prospettiva sono già dei messaggi), ma su sottosegni o "figure", suscettibili poi di essere articolate e combinate per formare opere-messaggi. In altri termini occorre individuare tratti finiti e discreti, di numero limitato e privi di valore semantico, essendo la componente "significato" del segno già appartenente alla sfera del messaggio non più a quella del codice. In altri miei scritti ho tentato di definire tali sottosegni e una riprova della loro validità come fattori del codice s'è avuto dal fatto che questi stessi elementi si itrovano tanto nella "lettura" di opere storiche, quanto nell'azione progettuale. Si potrebbe obiettare che un simile procedimento segua pedissequamente il modello della linguistica. Rispondo di no avendo altrove mostrato che esiste nella nostra stessa tradizione architettonico-figurativa un insieme di teorie (l' Einfuhlung, la pura visibilità, la Raumgestaltung ecc.) che, possedendo già valenze linguistico-strutturali, ci consentono di utilizzare il modello linguistico da una nostra autonoma prospettiva senza alcuna subordinazione.

Bastano queste considerazioni a farmi ritenere che le proposte sette invarianti linguistico-architettoniche non sono tali; esse appartengono alla sfera degli strumenti storico-critici e, senza averne l'omegeneità, al tipo degli schemi wolffliniani. Certamente non è poco, ove si aggiunga che con larga probabilità esse possono incidere sul fare architettonico e non sulla sola storiografia. Tuttavia siamo sempre fuori da una strutturazione linguistica; manca, come si è detto, la dialettica tra norma e deroga, si codificano "brani" di esperienza storica, atteggiamenti ideologici, poetiche ecc. e non le parti costitutive dei segni, quei fattori basilari cioè la cui articolazione darà poi luogo ad ogni tipo di messaggio. Per empirica che sia, una linguistica architettonica non può sottrarsi al compito di individuare tali fattori di base; per empirica che sia, essa non potrà non riconoscere che al di sotto di ogni processo (la storia, un edificio, un segno-invaso di una fabbrica, ecc.) vi sia un sistema e che nostro compito è anzitutto scoprirne la struttura e i fattori primari. Ma evidentemente appena si entra in questo sistematico ordine d'idee, si dissolve automaticamente ogni sorta di empirismo, anche quello fondato sull'esperienza storica.

Detto ciò, tuttavia, dopo avere espresso con franchezza ogni riserva sulle recenti proposte linguistiche e sulle relative invarianti, devo riconoscere che l'intera operazione è ricca di senso. Nella letteratura semiologica, ove si eccettuino gli interventi degli architetti (e qui si eccettuano perché sono personalmente impegnato nel problema, quindi giudice parziale), gli apporti provenienti da filosofi, estetologi, esperti di comunicazione, semiologi "puri" ecc., non hanno ancora, nonostante gli incontestabili meriti scientifici, elaborato una semiologia dell'architettura che soddisfi le istanze. I loro testi sono "difficili" o perché mirano ad una "purezza" d'una disciplina che per le sue implicazioni sociali è costituzionalmente "spuria" o perché cercano al contario di tenere insieme più d'una esperienza: la filosofia, la storia, la teoria dell'informazione, la poetica dell'opera aperta ecc., quando tutte queste discipline oggi come oggi necessitano a loro volta di una rifondazione epistemologica: ne derivano libri e trattati assai ingenerosi verso i lettori, cui si richiede una preparazione di base assai più vasta di quella che può offrire l'odierna organizzazione didattica. Il danno è ancora più grave ove si riconosca che in fondo quello linguistico-semiotico è proprio un tentativo di allargamento e ristrutturazione dei processi comunicativi. La questione rientra allora nella più vasta esigenza pedagogica e sociale della "riduzione" culturale, cui non sono riuscito a richiamare l'interesse che merita. In questo contesto ben vengano le proposte dei linguisti empirici dell'architettura; esse sono destinate ad avere successo e ad essere ampiamente condivise non foss'altro perché sono poste in termini chiari ed accessibili e perché manifestano una carica di entusiastica fiducia in un clima di apatia e di rinuncia. Contengono degli errori? Certamente, ma da un lato è lo scotto da pagare alla forza di certe idee che optano per la diffusione al posto del perfezionismo e dall'altro sono proprio questi lati da modificare e riformulare ad indurre all'intervento, alla collaborazione, al dialogo.


Bruno Zevi sulle considerazioni di De Fusco

D'accordo sulla premessa, sull' intento che la ricerca linguistica sfoci "...al più presto in un metodo operativo utile tanto alla storia (lettura delle opere realizzate), quanto alla pratica progettuale". Anzi, deve "sfociare" subito, non "...al più presto"; altrimenti resta una ricerca astratta, rispettabilisssima ma inutilizzabile. Ed allora: come garantire che la "teoria semiotico-architettonica" serva veramente alla penetrazione dei testi storici e, insieme, alla progettazione? non par dubbio, dobbiamo estrarre la lingua dai testi, a cominciare da quelli qualificanti il movimento moderno. E' questa una linguistica "storico-empirica"? Chiamiamola pure così; l'importante è che funzioni. A noi sembra l'unica dotata di fondamento scientifico, appunto perché sorge e viene continuamente alimentata e verificata dall'esperienza, dai fatti concreti, e non solo da teorie che, per la velleità di essere universalmente valide, rischiano di servire Dio e il diavolo, cioè di non servire affatto.

"...Istituzionalizzare un codice le cui regole sono tratte dalle eccezioni" è un proposito paradossale solo nell'enunciato. Come potremmo procedere diversamente? Per la mancanza di un odice istituzionalizzato, il linguaggio creato dai maestri ha avuto una scarsisssima forza divulgativa; ha generato un manierismo spesso positivo, ma non una lingua socializzabile. Perciò, nel panorama edilizio, le opere dei maestri sono rimaste "eccezioni". Da esse dobbiamo e possiamo trarre le invarianti, siano esse le sette indicate od altre, se e quando saranno proposte e dimostrate. L'ipotesi inversa, qulla di estrarre le regole dalla regola dell'edilizia corrente, sarebbe suicida: una volta evirato il patrimonio dell'architettura moderna, non resterebbe niente o quasi da codificare, in quanto le costruzioni comuni seguono il codice classicista Beaux-Arts più o meno mascherato.

Le sette invarianti sono "...eterogenee". Certo; proprio in questo il linguaggio moderno si diversifica dall'ideologia Beux-Arts, rigidamente omogenea. Punta sui contenuti e non sulle forme, riazzera sistematicamente la scrittura architettonica, combatte ogni a priori morfologico, grammaticale e sintattico riportandosi all'operazione genetica, all'elenco che destruttura ogni frase fatta, ogni convenzione. E' giusto che le invarianti "...registrino realizzazioni architettoniche in atto o già attuate" e siano eterogenee. La vita, la libertà sono obiettivi complessi, che implicano approccie riscontri eterogenei; solo un atteggiamento repressivo della vita e della libertà può essere "omogeneo".

Il codice anticlassico non "...immagina l'inesistenza di un precedente sistema linguistico". Anzi riconosce che quello classicista è l'unico formalizzato finora. Constata però: a) che non è un sistema, ma un'ideologia linguistica mirante non a creare spazi umani, sibbene ad irreggimentarli camuffandone le funzioni dietro facciate monumentali, schemi geometrici uniformi, "ordini" e poi ancora "ordini"; b) che quindi non ha nulla in comune con l'architettura impropriamente detta "classica", cioè col mondo greco-romano e con i maestri del Rinascimento, cui pretende di richiamarsi. Nell'Acropoli di Atene non ci sono due soli edifici paralleli o ortogonali fra loro; l'Erechetion contiene tutte e sette le invarianti del linguaggio moderno. Ma il codice classicista le rifiuta, come si addice ad una ideologia dispotica e feticista, basata sui "valori universali".

Regole e innovazioni. Dilemma equivalente a quello tra consonanze e dissonanze. Schonberg ha già risposto, dimostrando che le dissonanze non sono "deroghe", "eccezioni" o "condimenti" delle consonanze, ma danno luogo ad un linguaggio alternativo valido sotto il duplice aspetto della comunicazione e della forza emotiva. Finchè per "regole" intenderemo i vecchi pregiudizi, resteremo nell'accademia. Le "derioghe" saranno soltanto le eccezioni, le oper d'arte create dai geni; tra il loro livello e quello insulso delle "regole" permarrà un baratro; non avremo mai una lingua architettonica utilizzabile da parte di tutti, uno strumento idoneo per poetare, per esprimerci in prosa e per parlare del quotidiano.

Nessun riferimento quindi a norme aprioristiche, nemmeno per violarle. Non auspichiamo una dittatura che provochi, per reazione, atti di libertà. Vogliamo essere liberi ed emanare messaggi democratici, istituendo un codice antitetico alla teoria classicista. De Fusco è sicuramente d'accordo, ma si chiede: è possibile? Ebbene, il linguaggio anticlassico è stato inverato da Wright, Le Corbusier, Mendelsohn, Aalto e, prima, da Borromini, da Palladio, Michelangiolo, Brunelleschi, dagli architetti medievali e tardo-antichi, da Mnesicle e, indietro, fin dalla preistoria. Sono realtà evidenti, esperienze compiute, tangibili, che ognuno può vedere se i suoi occhi non sono offuscati da dogmi estranei all'architettura, tipici del potere. Deroghe che diventano invarianti, paroles che ristrutturano la langue.

Infine, quanto alle "figure", ai "sottosegni", ai "fattori primari", alle ricerche semiologiche a monte o a valle dei fenomeni architettonici concreti e storici, ben vengano. A condizione che servano "...al più presto" ad operare, e non a spiegare il classicismo e l'anticlassicismo, tutto e il contrario di tutto, inducendo alla paralisi.

La conclusione di De Fusco preoccupa: se le discipline dei filosofi, estetologi e semiologi puri "...necessitano di una rifondazione epistemologica", quanti secoli dovremo aspettare per derivare dalla loro "rifondazione" un linguaggio architettonico? non nasce il sospetto che bisogna percorrere un cammino diverso, partendo proprio dall'esperienza storico-linguistica, dalle sette invarianti già mordenti e incisive nella critica e nella progettazione? Se davvero contengono "errori", li correggeremo; occorre però indicarli. Se invece non li contengono, ma la semiologia non riesce ancora ad inquadrare queste invarianti nei suoi disegni teorici, l'impasse riguarda i semiologi i cui strumenti e meccanismi mentali non sono capaci di decifrare una realtà pulsante da milleni: quella del linguaggio anticlassico dell'architettura.

Bruno Zevi
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