|
Introduzione
In campo architettonico sentiamo spesso discorsi sulla cosiddetta diversità
italiana. C'è chi la enfatizza quale risultato del mitico arroccamento
degli anni settanta intorno alla "autonomia dell'architettura",
c'è chi ritiene che il destino dell'architettura italiana sia quello
di vivere all'ombra di epoche passate, c'è chi è convinto
che l'architettura sia morta e c'è infine chi pensa che la diversità
italiana non sia altro che una profonda e preoccupante stagnazione
architettonica figlia legittima di quel assunto ideologico chiamato conservazione,
propagandato, in questi ultimi decenni, in lungo e largo per il Paese
con un ossessivo tambureggiamento ritmato da partiti politici, ambientalisti
para-statali, nonché da sfiatati esponenti del più variopinto
associazionismo, da soprintendenti-prefetti, da sindaci-architetti, assessori-urbanisti,
ingegneri-capo e loro annessi e connessi.
In questo clima di lacrimevole nostalgia del tempo che fu c'è addirittura
qualche noioso intellettuale storicista, che senza più alcun senso
del ridicolo, addita la diversità italiana, ad esempio nel
panorama della civiltà occidentale! Certo un ottimo esempio di
retrocessione culturale senza dignità. Questi patetici tentativi
di darsi un tono con la diversità italiana non sono nient'altro
che alibi per giustificare il siluramento dell'architettura moderna. E
tutto ciò è possibile perché la cultura architettonica
italiana ha sempre rifiutato di sciogliere, sin dal dopoguerra, il pericoloso
nodo dell'incontro-scontro tra antico e moderno. E per un paese che detiene
gran parte del patrimonio architettonico mondiale non sciogliere tale
nodo ha significato da un lato l'autocastrazione creativa, dall'altro
la disneylandizzazione e la pompeizzazione. Da un lato ricostruzioni fantastiche
di presunti stati o ambienti originari, dall'altro la pretesa di un impossibile,
artificioso congelamento dello status quo. Tutte operazioni che vanno
incontro alle legittime richieste delle agenzie turistiche ma che poco
o nulla hanno a che fare con la cultura, con cui si tenta di ammantare
tali operazioni.
I sacerdoti della conservazione si sono estraniati dalle problematiche
dibattute in campo architettonico e nel campo del restauro, per agire
da movimento politico, tutto intento a costituirsi una cerchia di fanatici
sostenitori sordi alle istanze della cultura.
E pensare che il primo a sollevare la questione del rapporto antico/moderno
è stato proprio un attivista politico: il socialista William Morris.
Il quale ebbe l'accortezza di inquadrare nella giusta dimensione intellettuale
e culturale il problema. Sarà il pensiero marxista a far piazza
pulita delle deviazioni borghesi morrisiane e imporre la dittatura della
tradizione che condurrà al mito delle città fiabesche e/o
mummificate. A Bologna quel pensiero celebrerà la sua apoteosi
filosofico-politica.
Spetterà agli architetti moderni il difficilissimo compito di contrastare
le aberrazioni del pensiero totalitario allargato all'architettura per
recuperare le intuizioni di Morris e rimettere nel giusto contesto la
dialettica antico/moderno. Dialettica che affonda quindi le sue radici
agli albori del movimento moderno.
Breve excursus storico
Quando intorno alla metà del XIX secolo emergono sempre più
palesemente gli arbîtri e le falsificazioni eseguite in nome del
restauro stilistico ai danni dei monumenti francesi, uno dei primi a rendersi
conto della pericolosità del fenomeno, non solo nel campo del restauro
ma anche in quello architettonico, è William Morris. Unitamente
a John Ruskin guida l'Anti-Restoration Movement che ha come obiettivo
primario quello di impedire ogni manomissione dei monumenti antichi. La
polemica non è solo sul restauro, sulla compatibilità di
antico e nuovo, ma tra due visioni dell'architettura che hanno una radice
comune: la riscoperta della cultura medievale.
Per tutto il 700 erano di moda Vitruvio, Vignola, Palladio, Serlio ed
in genere tutti i trattatisti classici. Le scoperte archeologiche di Ercolano,
Pompei unite agli scavi del Palatino di Roma e di Villa Adriana a Tivoli
serviranno a Winckelmann per la sua teoria del "bello ideale"
dell'arte classica. Questa spinta si propaga sino ai primi decenni dell'800
quando, in reazione all'opprimente dogmatismo neo-classico e alle orge
dell'archeologia classica, i circoli letterari prima, e quelli architettonici
poi, coltivano l'interesse per le architetture nazionali: in Francia per
il gotico francese, in Inghilterra per l'architettura medievale italiana
(veneziana in particolare), in Italia per l'architettura medievale lombarda.
In Francia questo significa innanzitutto mettere mano al patrimonio architettonico
devastato dalla furia giacobina. Vengono emanate le prime norme sulla
tutela dei monumenti e viene creato il posto di Ispettore Generale
per gli Antichi Monumenti (1831) (Vitet e Merimée saranno i
primi due), quindi viene istituita la Commissione per i Monumenti Storici
(1837). Vitet verrà nominato commissario e Merimée segretario.
Auditore supplente un giovane architetto che si muove negli stessi circoli
letterari: Viollet-le-Duc, considerato, a torto o a ragione, uno dei padri
del restauro.
Viollet-le-Duc invitava esplicitamente gli architetti a "... mettersi
al posto dell'architetto primitivo e supporre che cosa farebbe lui se
tornasse al mondo e se avesse innanzi lo stesso problema". Un
aperto invito alla falsificazione, da un lato, e al suicidio creativo,
dall'altro. Egli era non solo architetto ma anche storico e teorico. Si
schierò contro l'accademismo Beaux-Arts cercando di dimostrare
la razionalità del gotico e le sue virtuosità strutturali.
Mancava di creatività e inventiva per cui non riuscì mai
ad emergere come progettista ma altri incarneranno i suoi principi ad
iniziare da Victor Contamin e Charles Louis Ferdinans Dutert autori della
Galerie des Machines per l'esposizione parigina del 1889, per continuare
con Paxton ed Eiffel. In pratica il revival neo-gotico di Viollet-le-Duc
alimenterà la cosiddetta rivoluzione tecnica.
Chi invece non si invaghisce dei virtuosismi strutturali ma del lato sociale
ed etico della cultura medievale sono Morris e Ruskin e, dall'altra parte
dell'oceano, Richardson che rivalutano il romanico. Morris e Ruskin non
vedono di buon occhio il recupero in chiave ornamentale e strutturale
del gotico inglese e puntano tutta la loro attenzione sul romanico. Un
atteggiamento che apre la strada al rinnovamento del gusto ed al movimento
moderno. Morris non solo fonda nel 1877 la S.P.A.B. (Society for the Protection
of Ancient Buildings), ma si fa costruire, nel 1859 su progetto di P.
Webb, a Bexley Hearth, Kent, la famosa casa Rossa che rappresenta una
pietra miliare dell'architettura moderna. Un audace azzeramento linguistico
che liquida in un colpo solo decenni di stagnazione artistica.
Nel campo specifico del restauro abbiamo da un lato chi sostiene che "Restaurare
un edificio significa ristabilirlo in uno stato di integrità che
può non essere mai esistito" (Viollet-le-Duc), dall'altro
chi sostiene che "di tutti i restauri già intrapresi, i
peggiori hanno significato lo spoglio incurante di una costruzione o di
alcuni dei suoi aspetti fisici più interessanti; mentre i migliori
hanno la loro esatta analogia nel restauro di un vecchio quadro, in cui
il lavoro in parte distrutto dell'antico maestro d'arte è stato
reso pulito e levigato dalla mano scaltra di qualche non originale e non
pensoso dilettante dei nostri giorni." (Morris) È scontro
aperto tra chi invita "a mettersi nei panni dell'architetto antico"
e chi invece invita l'architetto ad immergersi nelle problematiche del
suo tempo.
È uno scontro salutare tra le due tendenze che si ispirano all'architettura
medievale e serve a mettere definitivamente fuori gioco l'ormai dissanguato
neo-classicismo. Il rinnovamento del gusto, che inizia nella seconda metà
dell'ottocento e si sviluppa impetuoso per esplodere fragorosamente nel
primo dopoguerra, costringe i nostalgici degli stili architettonici a
ritagliarsi uno spazio accanto ai "protettori" dei monumenti
del passato, in attesa del giro di ruota che riporti in auge il ballo
in maschera dell'eclettismo.
In Italia sarà Camillo Boito a dare un consistente apporto sia
al rinnovamento del gusto sia all'evoluzione teorica del concetto di restauro.
In campo architettonico gli daranno manforte Ernesto Basile e Gaetano
Moretti, anche se il contributo al ribollente panorama internazionale
sarà ben più che modesto. Diversa influenza si ebbe nel
campo del restauro. Grazie all'apporto di Carlo Cattaneo e Luca Beltrame,
il dibattito teorico imbocca la strada della riflessione e della moderazione
che mette freno alla convulsa, tumultuosa stagione del restauro in stile.
Nasce il restauro filologico che pone le basi per una moderna definizione
del restauro.
Arrivano guerre e regimi totalitari: bolscevichi, fascisti e nazisti.
Tutti regimi che hanno in odio la modernità ed una venerazione
maniacale per la tradizione. L'orgia di romanità, i lugubri colonnati,
gli sterminati spiazzi per le adunate oceaniche sembrano travolgere le
aspirazioni per un'architettura di qualità diffusa a tutti i livelli
sociali. Poi ancora guerra, e il dopoguerra dominato dalla ricostruzione.
Frenetica. Tutto o quasi viene tollerato, solo l'apporto dell'architettura
moderna viene osteggiato in tutti i modi con il risultato che la sua versione
commercializzata, l'International Style, vince su tutta la linea attirando,
ingiustamente, sul movimento moderno l'ira funesta dell'integralismo conservatore
(di destra e di sinistra) che conosce il suo battesimo di fuoco a Venezia
nel 1954. Ne fa le spese F. Ll. Wright, il genio del XX secolo. Wright
viene stroncato dal pregiudizio conservatore il cui astro nascente Antonio
Cederna, si dimostrerà il più ottuso e feroce nemico del
suo progetto. Le voci nel deserto? Sergio Bettini, Roberto Pane, Carlo
Ludovico Ragghianti e Bruno Zevi.
Di fronte a questa massiccia offensiva all'Italia non resta che ritirarsi
dall'architettura moderna. La strada per la consacrazione definitiva del
movimento integralista è spianata: nel 1969 viene adottato il piano
del centro storico di Bologna. Da quel momento in poi la moda della presunta
conservazione integrale dilaga sin nella più remota periferia.
Scatta un'ondata di ostracismo di massa e plebeo verso l'architettura
moderna secondo solo a quello dei regimi totalitari.
Il virus bolognese
La conservazione integrale non nasce da una disputa disciplinare ma dal
pensiero totale marxista che trova una propria dimensione storica nel
"Catechismo per la protezione dei monumenti" di Max Dvorák,
del 1916. Sì catechismo, e per i pensatori marxisti non sembra
vero. Sarà Italia Nostra, e non poteva essere diversamente, nel
1972, a far rivivere il catechismo pubblicandone, sul suo bollettino,
la traduzione italiana. L'introduzione è affidata a Maurizio Calvesi,
che con un'avvolgente manovra di distorsione storica accusa chi non si
rassegna alla mummificazione di essere ora "abbellitori",
ora "sventratori", ora "fanatici dei ripristini",
per concludere perentoriamente che l'arte contemporanea è "incompatibile
rispetto a quella antica." Certo che lo è come lo è
un palazzo rinascimentale verso un'edificio del trecento, o una chiesa
barocca verso i ruderi imperiali. Anche Cesare Brandi aveva espresso la
stessa convinzione giustificandola però col fatto che l'architettura
moderna rispetto a quella antica è antiprospettica. Qui non siamo
di fronte a distorsione storica ma ad arbitrarie estrapolazioni. Seguendo
la logica brandiana potremmo giudicare l'architettura rinascimentale incompatibile
con quella medievale in base all'uso della simmetria. E potremmo estrapolare
all'infinito senza aggiungere o togliere nulla all'interrogativo che ci
interessa: perché si ostracizza la creatività contemporanea?
Il piano di recupero del centro storico di Bologna nasce dopo una gestazione
durata una decina d'anni in cui si mette a punto l'armamentario pseudo-culturale
per tenerlo in piedi e, subito dopo la nascita, è fatto oggetto
di amorevoli attenzioni: una lunga, martellante campagna propagandistica
beatifica quel piano e ne incensa autori e ispiratori.
Significativo l'esordio di Pierluigi Cervellati, uno dei massimi ispiratori:
"Appare chiaro, allora, come un'intervento del tipo proposto dal
comune di Bologna per il Centro storico della città si ponga in
netta antinomia con tutti i principi ideologici della classe al potere".
Come se Bologna fino ad allora fosse stata governata dalle suore orsoline
e non dagli amici del focoso tribuno. Quando i nemici non ci sono basta
inventarseli a suon di slogans.
Un'altro degli ispiratori, ma di altra chiesa, Leonardo Benevolo si fa
prendere la mano dall'enfasi: "Il piano presentato è certamente
il migliore di quelli fatti finora nelle città italiane, e sta
al livello dei più progrediti studi stranieri". Ma non
basta, dopo l'autoincensazione un pò di bastonate per chi osa criticare
simile capolavoro di bravura: "... i critici più in vista...
polemizzano contro il criterio della conservazione integrale e promuovono
piani più ambiziosi di 'valorizzazione' dei centri storici... confidando
nel controllo personale di un bravo architetto; cosi i bravi architetti
sono usati ancora una volta come garanti di un 'superamento delle regole',
cioè senza possibilità di opporsi alle regole ben precise
degli interessi e delle istituzioni dominanti". Oltre all'enfatizzazione
della pretesa grande novità del piano, la conservazione integrale,
siamo, come si vede, alla propaganda spiccia sostenuta, e la cosa non
desta meraviglia, da un'urbanista di area cattolica. Questa manichea divisione
del mondo in buoni (loro che fanno i piani belli) e cattivi (gli altri
che servono i padroni) è l'alibi per decretare la proibizione del
moderno.
Stabilito il credo si profonde tutto l'impegno per la sua divulgazione
e la sua traduzione pratica. Nasce la tipologia edilizia, altro feticcio
che tanto estasia i conservatori e che conduce direttamente al famigerato
ripristino tipologico, vero e proprio lasciapassare verso l'abbruttimento
intellettuale.
Gli spalleggiatori si fanno prendere facilmente la mano dalla voglia di
sovvertire la società a colpi di carte catastali, tipologie originarie,
vaneggiamenti sociologici. A proposito del primo intervento attuativo
- Solferino e S. Leonardo - "appare possibile la continuità
o il ripristino dell'uso 'popolare' dei tipi edilizi esistenti. L'adeguamento
alle esigenze abitative attuali è dato prima di tutto dalla eliminazione
degli inserimenti e delle alterazioni apportate dalla sopravvenuta logica
del capitale... L'intervento mira al ripristino dell'uso originario, per
ristabilire la persistenza della morfologia urbana, che il piano si propone
di ricostruire mediante 'la progressiva socializzazione delle antiche
funzioni familiari e la progressiva emancipazione della donna che lavora'."
(M. Fabbri) Dalla planimetria catastale alla emancipazione della donna;
non c'è argine che tenga a freno il dilagare del più vuoto
sociologismo.
Ma da solo il piano del centro storico di Bologna, con tutto il suo rozzo
armamentario propagandistico, non avrebbe certo potuto segnare un'epoca:
questo piano è stato il punto di coagulo di fenomeni sparsi ma
che già incidevano negativamente nel panorama architettonico italiano:
l'affermazione dell'ambientalismo più putrido e deleterio, l'equivoco
dell'architettura popolare o minore, l'attacco massiccio all'architettura
moderna, il lezioso distacco dalle contemporanee, tumultuose esperienze
delle altre arti visive.
Ma come pretendevano, i soloni di Bologna di salvare, oltre ai monumenti,
anche l'edilizia comune senza fare i dovuti conti quel pauroso vuoto critico-operativo
dovuto, in Italia, alla svalutazione profonda dell'architettura popolare?
Come pretendevano di essere presi come grandi innovatori se invece di
avviare una coraggiosa politica di riciclaggio del costruito chiamando
a raccolta le più avvertite voci dell'architettura moderna si cucivano
addosso una metodologia rozza, provinciale, reazionaria?
Cosa pensavano di ottenere da questa conservazione integrale se non ridicole
casette finto-medievali, disgustose piazze e piazzette da paese dei balocchi
e vergognose falsificazioni stilistiche?
Il contesto storico-architettonico
Il piano del centro storico di Bologna vede la luce in un'epoca in cui
il dibattito sui centri storici registra i contraccolpi della contestazione
studentesca, la riforma urbanistica è miseramente fallita. Nel
clima di generale disorientamento, la sinistra oscurantista ne approfitta
per scatenare la controffensiva che culminerà, politicamente, nel
compromesso storico e nella politica di austerità e architettonicamente
nelle volgarità del recupero tipologico e nel rancido storicismo
del post-modern.
Del problema dei centri storici si stava occupando, fin dagli anni '50
la cultura architettonico-urbanistica più avvertita, che aveva
preso coscienza, grazie allo sprone della cultura del restauro, della
problematica conservativa estesa agli aggregati storici. Ma c'era stato
anche il brutto segnale della polemica sul Memorial Masieri di Frank Lloyd
Wright a Venezia che non faceva ben sperare. È in quella occasione
che gli oltranzisti, i pretoriani del proto-ambientalismo conquistano
le luci della ribalta per recitare fino in fondo il ruolo di guastatori:
a loro non interessa salvare i tessuti storici, a loro interessa ritagliarsi
un miserabile spazio politico per imporre, da un lato l'improbabile quanto
demenziale assioma sull'intangibilità assoluta dei centri storici,
e dall'altro mettere alla sbarra l'architettura moderna.
Anche uno studioso del calibro di Mumford paventava i pericoli della politica
di imbalsamazione dei centri storici: "Il nucleo metropolitano
storico ha ancora una funzione da svolgere, una volta che i suoi membri
abbiano compreso che non possono conservare all'infinito nè il
suo monopolio originario nè la sua disgregazione attuale".
A Venezia trionfa quell'atteggiamento, che diventerà tipico, di
chi è disposto a tapparsi gli occhi di fronte a qualsiasi oscenità
in "stile", "ambientata", in "tono"
pur di impedire all'odiata architettura moderna di intervenire nei centri
storici. Le conseguenze di questo atteggiamento dogmatico, retrogrado,
antimoderno saranno pesanti. Decine e decine di centri storici saranno
sfregiati, non da architetture moderne, come i conservatori vogliono farci
credere, ma da brutture in tutti gli stili con il loro complice silenzio.
Il convegno di Gubbio nel settembre del 1960 sul tema "Salvaguardia
e risanamento dei centri storico-artistici e ambientali", apre
la stagione dei congressi, convegni, tavole rotonde sui centri storici
che vivrà la sua apoteosi istituzionale nel "Convegno nazionale
sui centri storici" promosso a Roma dal Ministero dei Lavori
Pubblici nel dicembre del 1975 a conclusione dell'anno europeo del patrimonio
architettonico. Il risultato pratico di tanto attivismo saranno ben miseri:
una pletora di inutili pubblicazioni, un'accozzaglia di "esemplari"
interventi e la fornitura di alibi a quel filone politico-culturale oltranzista
che si riconosceva in associazioni quali Italia Nostra e l'Associazione
nazionale per i centri storico-artistici.
Quali erano le opzioni che si presentavano nel momento in cui le esigenze
di conservazione e tutela ampliavano l'interesse dal singolo monumento
al suo intorno?
Essenzialmente due: la prima incarnata rigorosamente da Renato Bonelli,
che oltre a sostenere l'estensione, sic et semplicer, della metodologia,
elaborata dalla cultura del restauro, dal singolo monumento, al suo intorno,
si limitava a suggerire un inquadramento a livello di piano regolatore
generale; e la seconda, impersonata appassionatamente da Bruno Zevi che
propugnava un radicale cambio di strategia, chiamando ad un confronto
aperto e franco la moderna cultura architettonica, per superare gli atteggiamenti
passivi, nostalgici, consolatori.
Gli studiosi riuniti intorno alla prima opzione, rifiutando di fare i
conti con i limiti critico-operativi della metodologia da loro elaborata,
prestano ingenuamente il fianco all'attacco del più bieco oltranzismo,
quelli schierati con la seconda scontano l'arretratezza culturale in cui
il settarismo di destra e di sinistra ha trascinato, fin dall'ultimo dopoguerra,
il paese.
Naturalmente, come sempre accade nell'Italia dei compromessi, quando si
presentano due alternative contrapposte ma che hanno il pregio della chiarezza,
vince sempre una terza ipotesi, in genere la più squalificata perché
ritenuta la più ragionevole. Nel nostro caso vince il più
vieto tradizionalismo conservatore di chi pretende di "restituire
a un centro antico condizioni ambientali per quanto possibile vicine a
quelle originarie." (A. Cederna e M. Manieri Elia)
Antonio Cederna è sicuramente il personaggio che incarna meglio
di chiunque altro questa posizione. Nel suo atteggiamento sempre più
paranoico, arriverà ad invocare addirittura l'adozione di provvedimenti
legislativi atti ad impedire qualsiasi ricostruzione nei centri storici.
Nell'agosto del 1965 esce sulla rivista "L'architettura"
un editoriale di Bruno Zevi intitolato "Contro ogni teoria dell'ambientamento".
Un vero e proprio "j'accuse" contro i responsabili di
tanti orrori perpetrati ai danni dei monumenti e degli aggregati storici:
i fautori dell'ambientamento.
"1) Tutte le teorie miranti ad un ambientamento del nuovo nell'antico
- tutte: dalle più retrive a quelle in apparenza progressiste -
conducono a reprimere o, peggio, a corrompere il nuovo senza perciò
rispettare l'antico;
2) l'incontro fra antico e nuovo non può concretarsi senza alti
costi, strappi e squilibri. Gli interventi architettonici, se necessari,
devono essere francamente moderni, puntando sulla creazione di un panorama
alternativo, in larga misura antitetico a quello preesistente;
3) non ci sono facili metri di giudizio per stabilire ciò che si
può o non può fare inserendo opere moderne nei centri storici.
Il problema rimanda alla qualità e non è soggetto a generiche
normative".
Questo, per grandi linee, il clima culturale in cui viene partorito il
piano di recupero del centro storico di Bologna che rappresenta il vero
spartiacque nella problematica del rinnovamento urbano, della ristrutturazione
dei centri storici delle città, perché con quel piano ha
inizio la lunga stagione dell'intontimento architettonico generalizzato.
L'attuazione del piano coincide, temporalmente, con il grosso successo
del partito comunista alle elezioni amministrative del 1975 e questo facilita
la trasmissione sino all'angolo più sperduto del paese del metodo
in salsa bolognese, che ormai al pari, del materialismo dialettico, del
compromesso storico e della politica di austerità fa parte del
patrimonio di lotta e di governo degli amministratori comunisti.
Ma come si trasmette il metodo? Con l'immancabile piano di recupero.
Per la formazione di un piano di recupero si procede, in breve, in questo
modo: si incarica delle ricerche più strampalate qualche istituto
delle nostre decrepite università, si costituisce un ufficio del
piano lottizzato e malleabile, con urbanisti acculturati dell'ultima ora,
ingegneri ambientalisti di gusti semplici ma essenziali, architetti demotivati
e di poche letture, annoiati studiosi di folclore, si pone la classica
ciliegina sulla torta coinvolgendo la locale soprintendenza, si da inizio
alla lunga, martellante campagna propagandistica sulla bontà del
piano mobilitando gli intellettuali-squillo e nel frattempo, fingendo
la partecipazione popolare, si attrezzano alcune cooperative di amici
e compagni per attuare, a tappe forzate, il piano stesso. Questo quanto
è accaduto e accade tuttora A.D. 2003.
La parola d'ordine "riappropriamoci del centro storico"
per anni fagocita tutto, il dibattito culturale viene avviato sui binari
del "tutto è politico" per cui non ci si limita
più a proclamare la conservazione di tutto, che è poi la
via più facile per non conservare nulla, ma si proclama la natura
essenzialmente economico-sociale dell'intervento nel centro storico che
"...cessa di essere 'bene culturale' e, attraverso una lettura
politica, diventa 'bene economico'... Il superamento della riduttiva ottica
'culturale' spinge cosi ad approfondire le implicazioni economiche, sociologiche,
giuridiche, amministrative, oltre che culturali, collegandole soprattutto
ai grandi temi-problemi della nazione, alle grandi migrazioni delle masse
meridionali, alla crescita ipertrofica delle aree metropolitane al nord,
ai processi di accentramento industriale..." (L. Seassaro) È
una inarrestabile corsa alla ricerca delle radici ultime dell'universo.
Si pretende la codificazione di modelli d'intervento, si invoca la formazione
di schemi tipologici di progetto, si sollecita la messa a punto di manuali-guida
che pretendono di inquadrare l'espressione architettonica entro ridicole
griglie interpretative. Si discetta di giusta dimensione dell'isolato,
di normazione delle morfologie d'intervento e cosi via in crescendo di
rivoltante, intellettualistica evasione. Quando ci si rivolge al popolo,
si sa, bisogna usare altri toni ed allora un po' di moralismo ipocrita
non guasta "È indispensabile però che nell'interpretare
la vocazione residenziale dei Centri storici si usino gli strumenti della
ristrutturazione con l'onestà della buona coscienza, evitando nel
modo più assoluto i paurosi intensivi che in certi tessuti speculativamente
'interessanti', come per esempio Parigi, hanno alienato, insieme al modo
di usare e organizzare lo spazio, anche il tempo e l'oggettività
della vita. Il tasso di concentrazione non dovrà, in altre parole,
essere elevato, perché una troppo alta densità umana impedisce
che si crei, nel crogiolo urbano, la compenetrazione delle varie culture:
la scala umana non comprende né gli intensivi né i grattacieli...",
(M. Dezani e G. Cavalera) Un cumulo di banalità e luoghi comuni
che si commentano da soli.
E quando non si hanno a disposizione neanche banalità e luoghi
comuni c'è sempre un classico: il linciaggio del nemico di turno
"Né si può sperare che il perenne vizio della progettazione
'colta' e cosiddetta d'avanguardia non venga coltivato anche in questa
occasione da quegli architetti che attendono da più o meno anni
il loro momento per l'affermazione di principi più o meno fumosi,
in omaggio a qualche credo estetico più o meno approfondito, sperimentato
(o superato)". (B. Gabrielli)
Da Ancona a Cortona, da Taranto a Brescia ed in altre decine, centinaia
di centri urbani grandi e piccoli è uno stillicidio di piani di
recupero che istigano al suicidio creativo ed alla capitolazione senza
dignità. Pessimi architetti, cattivi ingegneri, sfiatati urbanisti,
modesti geometri, poco disposti "a rischiare l'impopolarità
per un'idea" come diceva Pagano, impegnano tutte le loro forze
intellettuali per tentare di ricostruire, per quanto possibile, le tipologie
originarie e le volumetrie preesistenti. Come se tutto ciò non
bastasse si pretendono, con istinto autocastrante, piani urbanistici che
formulino "indicazioni molto dettagliate anche negli aspetti formali
e figurativi dell'ambiente (materiali, colori, arredo stradale)..."
(A. Vincenti)
Per far ingoiare anche ai più riottosi questa metodologia aberrante
si fa ricorso al diluvio di strumenti urbanistici: una cascata di piani
comprensoriali, piani regolatori generali, piani particolareggiati, piani
di coordinamento, progetti di comparto, programmi di intervento. Basti
ricordare che, nel 1974, a Venezia a fronte di 13 piani particolareggiati
attuativi adottati erano necessari ben 404 piani di coordinamento, previsti
dalla normativa dei piani particolareggiati stessi, e di essi solo 7 furono
adottati tra il 1978 e il 1980. Si tenta di ingabbiare la libertà
creativa entro le rigide maglie di una miriade di inutili e ridicole norme.
La conservazione da dramma sociologico-politico si trasforma in farsa
burocratica.
Un'altro rivoltante aspetto di queste operazioni ideologico-immobiliari
è la pretesa di affidare non sola la gestione degli edifici ristrutturati,
ma l'appalto stesso dei lavori a società cooperative a proprietà
indivisa. Chiaro? Il potere politico si costruisce, senza tanti scrupoli,
con l'alibi della partecipazione popolare, un braccio operativo per gestire
l'enorme patrimonio immobiliare del centro storico.
Il dibattito e le critiche che scatenano simili operazioni aprono paurose
crepe nella strampalata baracca della conservazione integrale? Niente
paura arrivano a puntellarla i pensatori architettonico-marxisti. Armati
di incrollabile fede nella (presunta) stabilità storica in opposizione
alla mutevolezza del valore estetico tappezzano il tutto con uno scadente
filologismo per cui tutto significa, tutto è artistico. È
via con i soliti luoghi comuni sull'incompatibilità tra arte moderna
ed arte antica con commovente, quanto inutile, ricerca di una pace dialettica.
Grazie a questi pensatori arriva a compimento quell'operazione di santificazione
della conservazione, nell'accezione bolognese del recupero tipologico,
che è lo specchio fedele di quella che fu la santificazione dell'archeologia
durante il fascismo. Allora un'orgia di picconi demolitori, oggi un'orgia
di ottusi e grossolani recuperi.
Tra oggi e domani
Per decenni la battaglia sull'incontro-scontro tra antico e moderno la
moderna cultura architettonica ha dovuto combatterla quasi sempre sulla
difensiva. Di fronte all'atteggiamento aggressivo del variegato fronte
dei conservatori che invocavano improbabili "intoccabilità"
ci si limitava a difendere, caso per caso, gli interventi (pochi per la
verità) più significativi che si riusciva a strappare dalle
ferree mandibole dei guardiani della tradizione.
Oggi, per evitare ulteriori disastri folcloristici o sciagurate inerzie
è possibile ipotizzare un'inversione di tendenza, passare cioè
ad una strategia d'attacco che miri a creare un contesto territoriale
nuovo con un'intelligente operazione di riciclaggio che coinvolga, al
massimo livello, la creatività contemporanea e la più avanzata
tecnologia. Si stanno prefigurando una casistica di interventi ed una
metodologia imperniati sul rapporto antico-moderno che dobbiamo sostenere,
incoraggiare, divulgare.
Due fenomeni hanno contribuito a questa svolta: l'inversione di tendenza
dello sviluppo urbano che dagli insediamenti abitativi periferici ha ripiegato
sul recupero residenziale del centro città, e la svolta impressa
alla ricerca architettonica dai Gehry, Libeskind, Eisenman, Hadid.
Il primo fenomeno in molti paesi si è trasformato in programmi
di rinnovo urbano consentendo originali operazioni di riciclaggio. Il
secondo è stato pronto ad innestarsi in questi programmi dando
un apporto qualitativo di straordinario valore che sarebbe criminale sperperare.
Per l'Italia il discorso è diverso. Da noi ci si è sclerotizzati
sull'aspetto recupero, caricato di connotazioni politiche e socio-economiche
tale da trasformare la stragrande maggioranza dei piani di recupero in
parate scenografiche indegne persino di Hollywood. "Se non si
costruiscono cose nuove il vecchio è semplicemente vecchio. Invece,
siccome bisogna costruire, che cosa si fa in Italia? Si fa il falso antico,
ma, così facendo, non si onora ma si offende l'antico."
(B. Zevi)
La casistica a cui abbiamo accennato non nasce così per caso o
per il capriccio di architetti in cerca di successo ma è la matura
evoluzione di un approccio che, per decenni, spiriti liberi ed originali
hanno sperimentato nel generale dileggio. Ma non invano.
Nell'immediato dopoguerra gli architetti moderni, con una serie di esemplari
sistemazioni museografiche, dimostravano la loro sensibilità ed
il loro impegno per la salvaguardia del nostro patrimonio di storia e
d'arte: dal Palazzo Bianco a Genova di Franco Albini (1950-1951), alla
Galleria d'arte moderna a Milano di Ignazio Gardella (1953), alla sistemazione
di alcune sale degli Uffizi a Firenze di Giovanni Michelucci, Ignazio
Gardella e Carlo Scarpa (1956). Naturalmente questi interventi suscitarono
discussioni e polemiche che serviranno solo a dissipare quelle sperimentazioni
e consegnare, di fatto, il nostro patrimonio urbano alla speculazione
edilizia che ne opera la distruzione non solo con gli sventramenti o il
depauperamento ma anche con ingannevoli inserimenti "ambientati"
o con "ristrutturazioni tipologiche" sempre ben tollerati
dai protezionisti e dalla cultura accademica. I nostri centri storici
subiscono i peggiori affronti per mano dei mimetisti e degli pseudo-storicisti:
dai palazzi e palazzetti in "stile locale" sul Canal
Grande a Venezia alle casette pseudo-medioevali di Bologna, dalla grottesca
via della Conciliazione a Roma alla sciagurata ricostruzione del Teatro
Carlo Felice a Genova e via dicendo fino alla sterminata serie di ripristini
tipologici eseguiti impunemente in tutti gli angoli del paese.
A fronte di tali e tanti altri fallimentari interventi, gli architetti
moderni, le pochissime volte che sono riusciti ad intervenire, hanno dimostrato
non solo che i valori della modernità possono convivere benissimo
con le preesistenze ma che grazie a quei valori è possibile salvaguardare
con successo l'architettura antica: dalla stazione di Firenze, alla Borsa
Merci di Pistoia (demolita con atto banditesco nel 1959) entrambe di Michelucci,
dalla palazzina in via Romagna a Roma dei fratelli Passarelli, all'edificio
per abitazioni e ristorante a Bari di Marcello Petrignani, dalla ricostruzione
del Municipio di Morcone (Bn) di Mariella Dell'Aquila, Vincenzo Forino
e Carlo.
"Approfondisci il moderno, individuane i valori per poterli ritrovare
nell'architettura antica e cosi amarla". (B. Zevi ) Questo e
nulla più guida gli interventi che abbiamo segnalato.
L'edificio
dei Passarelli (Fig.1)merita una parola in più. Realizzato in pieno
centro storico di fronte alle mura aureliane e a due passi da via Veneto,
recupera in chiave moderna la tipologia medievale: laboratorio o negozio
al piano terra e abitazione al piano superiore. Nella palazzina di via
Romagna al piano terra c'e' il negozio, al livello intermedio gli uffici,
ai livelli superiori abitazioni. Una delle migliori architetture moderne
italiane. Si possono recuperare, come si vede elementi del passato senza
ripeterne le forme e con risultati straordinari.
Esempio da Zevi ripetutamente indicato all'attenzione generale ma ignorato
allegramente da critici, storici, professori, professionisti, amministratori.
Oggi quel silenzioso, sommerso lavorio di un pugno di isolati trova piena
espressione a livello internazionale grazie all'azione di architetti noti
e meno noti, impegnati a dare uno sbocco positivo alla dialettica antico/moderno.
A Vienna, città "monocentrica" e "statica"
dice Woll Prix di Coop Himmelb(l)au che ci vive e ci lavora, città
architettonicamente conservatrice, si sono ricreduti sulla proibizione
del moderno. Nel dismesso distretto industriale di Simming, a sud-est
della città, è stato deciso di recuperare per abitazioni
4 giganteschi cilindri precedentemente adibiti a gasometri. Coop Himmelb(l)au
è intervenuta in uno di questi (per gli altri tre sono stati incaricati
altri progettisti, tra cui Jean Nouvel) e sono gli unici che propongono
un nuovo corpo di fabbrica.
L'edificio per appartamenti-Gasometer B (Fig.2)è un corpo sottile
che si piega a circa metà altezza per assumere l'aspetto di uno
scudo ed a questo avevano pensato, dice Prix, che aggiunge anche di essersi
ispirato alla vicenda del Teatro Marcello a Roma. Il teatro romano, ricordiamolo,
finì sotto il piccone mussoliano in omaggio all'orgia di romanità,
le sue arcate furono liberate da un'umanità pullulante che aveva
creativamente riciclato un'edificio oramai inutilizzato. Per fortuna non
fu demolita la parte superiore, il cinquecentesco palazzo degli Orsini.
Oggi e' li immobile, triste, a funzionare da scenario ad una strada ed
esposto allo sguardo distratto del turista della domenica. Prix si riferisce,
è evidente, all'inserto dei Corsini che è fatto con lo stesso
spirito che ha animato Coop Himmelb(l)au a Vienna. Chi avrebbe oggi il
coraggio di ripristinare la tipologia originaria del teatro di Marcello,
demolendo il palazzo cinquecentesco?
Il progetto di Rem Koolhaas per il negozio Prada a San Francisco (che
è stato accantonato)(Fig.3) ha sollevato non poche polemiche. Un
edificio di 10 piani con parte bassa vetrata e parte superiore rivestita
con una cortina di acciaio bucherellata a tutt'altezza a due passi da
Union Square ed in zona di vincolo. Nonostante il parere contrario del
direttore del dipartimento la commissione urbanistica della città
ha dato parere favorevole e questo nonostante il progetto non prevedesse
i materiali consigliati e lo schema classico degli edifici (basamento,
corpo, cornice).

Questo accade in un Paese che non conosce quella borbonica istituzione
chiamata soprintendenti ai monumenti ed affida i pareri controversi ad
un organismo collettivo che ha l'autorevolezza di soprassedere, in casi
particolari, a norme inutilmente restrittive (e, spesso, grottesche).

Di Koolhaas abbiamo segnalato in un altro intervento il progetto per il
centro di Oslo, quell'"ameba" che occupa gli interstizi
tra i vari edifici catturandoli e reinserendoli in un nuovo circuito estetico.
Nel progetto di Roberto Valle Gonzales per il Museo del vino nel castello
di Peñafiel a Valladolid (Fig.5) c'è tutta la lezione delle
sistemazioni museali italiane del secondo dopoguerra.
Un delicato intervento minimalistico tutto giocato sul contrasto materico.
A Karlsruhe l'intervento di Schweger & Partner per il Center for Art
and Media Technology (Fig.6) non avrebbe potuto essere più netto.
Nel corpo, lungo oltre 300 metri, dell'ex-fabbrica di armi, viene sovrapposto
il cosiddetto "cubo blu" uno spazio flessibile per performances
dotato di doppia pelle. Questo indica che la vecchia fabbrica, pur quasi
integralmente conservata, ha cambiato funzione.
Il semplicissimo intervento di Marco Dezzi Bardeschi nel Castello di Vigoleno
Vernasca (Fig.7): due passerelle metalliche che reintegrano la continuità
(interrotta negli anni settanta con la solita scusa della valorizzazione)
tra la parte residenziale del Castello e la Torre.
Quello dello studio Bolles-Wilson è un consistente intervento edilizio
nel vecchio centro della città di Hengelo, in Olanda (Fig. 8).
Percorsi ed invasi animati da una serie di edifici in chiare linee moderne
che dialogano con i vecchi in un rinnovato contesto. Una torre longilinea
che riecheggia quella del comune, qualche isolato più in là,
funziona da perno tra vecchia e nuova piazza.
Questi alcuni limitati esempi di una metodologia che unisce alla consapevolezza
del passato la responsabilità del presente. A questi possiamo anche
aggiungere gli insegnamenti della collaudata metodologia gehriana, ad
iniziare dalla sua casa. Cosa fa l'architetto americano? Compra una casetta
anonima nell'anonimo suburbio di Los Angeles e la stravolge spazialmente
con una semplice aggiunta. "Circonda la piccola casetta a padiglione
con pannelli di latta, fogli di compensato, reti metalliche, mattoni intonacati
di un elettrico veronese... Giustifica la casa facendo notare ai vicini
le loro roulotte di lamiera, le barche in stampati di plastica, le reti
a rombi delle recinzioni, il legno non trattato dei garage, i colori sgargianti
dei metallici accessori che stazionano nel loro back yard... "
Nell'Edgemar
Development a Santa Monica, va oltre, suggerisce un approccio valido anche
a scala urbanistica: "L'idea che risolve uno stimolante programma
(negozi, uffici, un ristorante, un piccolo museo) e' lo scavo del blocco
edilizio, come fa una forra in una massa tufacea. Dalla strada si dipartono
due rigagnoli che si congiungono in una piazzetta interna dove arriva
la rampa dal parcheggio e si aprono altri invasi, piazzette e vicoli formati
dalla riabilitazione di alcuni fabbricati esistenti. All'incunearsi del
percorso verso l'interno, Gehry associa una scoppiettante eruzione di
eventi. I materiali (intonaco, pannelli galvanizzati in metallo o in rame),
i volumi (lucernai, terrazze e scale racchiuse dalle reti) e forme libere
che incorniciano il cielo fungono da richiami e creano un'avvolgente creazione
tridimensionale modellata dal movimento dei fruitori". (Le citazioni
sono di A. Saggio)
Ma non e' ciò che invocava Mumford già dal 1964? "Nella
ristrutturazione o la creazione completa di nuovi spazi liberi urbani,
c'e' posto per tutta una sperimentazione nuova e per piani audaci, che
differiscano nello stesso tempo dai modelli tradizionali, e da quelli
che sono divenuti cliches alla moda dello stile contemporaneo... Non abbiamo
soltanto bisogno di piani globali, per i settori interamente nuovi, recuperati
al posto dei vecchi quartieri insalubri. Abbiamo anche bisogno di soluzioni
parziali, applicabili su piccola scala, e che nel corso degli anni a seconda
delle occasioni, si integrino in una trasformazione radicale del nostro
ambiente". O Zevi nel 1975? Il "riciclaggio dell'esistente,
mediante una tecnologia progredita, atta a migliorarne la 'qualità
della vita'; scopo attingibile, in numerose situazioni con modesti interventi.
Dalla graduale ristrutturazione delle frange urbane si può estrarre
una modellistica progettuale, che non sia astratta ed utopica, per i tessuti
storici e le zone di espansione".
Per concludere. Nel XIX secolo i restauratori, che pareva avessero a
cuore la salvaguardia dei monumenti antichi, in realtà erano in
prima fila nel massacrare e nel depauperare. Oggi stessa musica, gli oltranzisti
conservatori che si riempiono tanto la bocca di conservazione in realtà
sono coloro i quali sfigurano in modo irreversibile, giorno dopo giorno,
i nostri ambiti storici. Nel XIX secolo l'ambiente letterario francese,
con in testa Victor Hugo, e quello inglese, con in testa Morris e Ruskin
reagirono per primi e con determinazione al catechismo stilistico, sbarrando
la strada ad ulteriori vandalismi. Oggi sono gli architetti moderni che
reagiscono al catechismo conservatore per porre fine alla disneylandizzazione
ed alla pompeizzazione della cultura. E lo fanno convinti che non basta
predicare una politica di prevenzione dello sfacelo dei centri urbani
ma che è necessario avere anche la capacità di gestire creativamente
la dialettica tra antico e moderno, tra conservazione e cambiamento, tra
integrazione e contestazione. Come diceva Mondrian "Occorre coraggio
e forza per osare di vivere in un'epoca disarmonica. Per paura della disarmonia
oggi non si avanza, anzi ci si adatta al passato, ciò che è
ancora più grave. Non bisogna adattarsi, ma creare."
|