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"Il concetto di restauro si è profondamente modificato […] al centro ora è il concetto di memoria, la forma a priori comune a ogni uomo che dà valore alle tracce del passato e permette di identificare ciò che un patrimonio culturale rappresenta. La memoria va oltre il rapporto tra estetica e documentazione e implica la scelta: l’operazione che ci permette di distinguere ciò che merita di essere conservato da ciò che invece può essere dimenticato".
Sono parole di Giuseppe Cristinelli, ordinario di Restauro Architettonico all’Istituto Universitario di Architettura di Venezia e vicepresidente del Comitato Cracovia 2000, assemblea dalla quale è scaturita una Carta del Restauro sottoscritta da paesi europei ed extraeuropei, esperienza raccolta in un volume, "La Carta di Cracovia 2000 . Principi per la conservazione e il restauro del patrimonio costruito", ad opera dello stesso Cristinelli. Solo il tempo dirà se non si tratti di una ennesima Carta delle Buone
Intenzioni, destinata a scontare con la disattenzione quel tanto di indefinitezza che accompagna ogni tentativo di regolamentazione delle discipline umanistiche, del resto, l'arte del '900 è piena di Carte, Manifesti, Dichiarazioni e Proclami puntigliosamente redatti, sbandierati e tranquillamente dimenticati, uno in più non fa la differenza.
La scelta, la selezione tra più alternative, l'attività di discernimento, la capacità di decisione… sono queste le qualità squisitamente umane che devono entrare in gioco nel giudizio mentale e nel conseguente comportamento pratico.
Sempre Cristinelli aggiunge: "Bisogna avere fiducia nel principio umano di identificazione delle cose. Bisogna scegliere e dalla scelta, dunque, deriva inevitabilmente il concetto di progetto, perché la conservazione non è più una tecnica, è un fine”: scegliere, quindi, e poi elaborare un "progetto di conservazione" (nuovo termine con cui si definisce più modernamente il restauro) nel quale tecnica e risultato coincidano.
Anche a non voler fare del facile disfattismo, è doveroso sottolineare che la fiducia nel principio umano di identificazione delle cose si dimostra, nella realtà, spesso mal riposta, come il professor Cristinelli, che insegna a Venezia, può facilmente verificare con una visita alla Fenice.
Ma probabilmente il compito delle varie Carte va individuato nella loro capacità di fornire indirizzi di carattere generale, eppure non generico, che leghino il restauro con il suo tempo e con l'architettura contemporanea, dando per scontato che siano destinate ad essere cambiate con il mutare ciclico del concetto di restauro.
La cui finalità, comunque, pare essere salvaguardare il bene ed arrestarne il degrado, attraverso un progetto conservativo che tenga conto dell'edificio sia come monumento artistico, sia come documento storico, patrimonio culturale e traccia del passato, frutto di un pensiero architettonico "compositivo, figurativo ed espressivo", un insieme di valori materiali ed estetici che unitariamente ne definiscono l'identità senza preconcette priorità.
Ma un'opera architettonica ha un'attribuzione che l'opera d'arte non potrà mai avere, né le è richiesta: l'utilità.
Non che il valore estetico dell'oggetto non assolva già di per sé una sua utile funzione, ma l'architettura ha un valore aggiunto, lo scopo, la destinazione d'uso per la quale, inizialmente, è stata concepita e realizzata, l'idea primaria, l'imput che ha messo in moto la macchina della progettazione: l'architettura "serve", l'uomo non può vivere senza fare ed usare l'architettura.
E in architettura vale il principio che non sia la funzione uno stato della forma, una sua condizione, ma che sia la forma a dare della funzione una "interpretazione formale" (mutuando parole di Giò Ponti, "Amate l'architettura"), intendendo per funzione non la mera funzionalità, ma il compiersi di un'esigenza estetica ed intellettuale che "esclude ogni memoria di altre provenienze formali", che segue le tracce di una memoria collettiva o individuale, che asseconda procedimenti di libera associazione creativa e ci fa capire che solo quella forma esprime quella funzione, non altre. E' così che la "funzione" diviene "in-formazione", trasferendo i suoi contenuti in una "forma" architettonica.
So di addentrarmi in un terreno minato: è vero che "un edificio parla al di là del risultato della sua funzione" (Sandro Lazier Commento 43 di V. De Gennaro),
ma dire che "l’architettura è funzione di qualcosa" non vuol necessariamente dire che non possa
essere anche (e inutilmente) poesia, o arte, anzi, fare architettura, e non semplicemente delle costruzioni, può proprio voler dire fare un discorso funzionale in un linguaggio poetico, è possibile e, fortunatamente, accade.
La funzione, anima concettuale della materia, coincide con ciò che l'arte visiva moderna identifica come il contenuto dell'opera, espresso nella sua realizzazione anche tecnica, per un risultato in cui "medium is message", per un esito in cui tutto confluisce armonicamente in una equilibrata sintesi dove la forma non è più separabile dalla funzione, è inutile cercare inesistenti gerarchie perché sarebbe un po' come voler stabilire se è nato prima l'uovo o la gallina.
Ho ricordato, molto brevemente, il concetto di funzione di un edificio solo per poter sottolineare l'indifferenza nei suoi confronti da parte di tutte le teorie sul restauro architettonico, recenti e passate.
In un restauro che, modernamente inteso senza cadere in un opaco storicismo, deve essere sempre filologico, cioè rispettoso dell'identità stilistica del bene, la funzione dell'edificio, che discende dallo stato evolutivo e dalle esigenze della comunità cui è destinato, dalla realtà socio-culturale in cui il progetto matura, dagli usi e dai costumi del tempo, dallo sviluppo tecnologico raggiunto, oltre che, naturalmente, dalle intenzioni progettuali dell'architetto, a differenza della struttura che la esprime, non è un valore restaurabile, né decontestualizzabile, né sostituibile, individuato com'è da parametri non ripetibili al di fuori del contesto storico di riferimento: come dice Sandro Lazier (Complimenti e auguri 2004), " La storia non è reversibile a piacimento […].
E' vero che "[…]Dopo il restauro c’è il riuso, che è altra cosa, perché richiede integrazione di parti nuove con le forme “...di continuità storica con una innovazione che sia evidente e creativa”, tuttavia, credo che per dare effettivo valore ed autenticità alle tracce del passato, il restauro dovrebbe mirare anche al ristabilimento o alla conservazione della funzione, nata con il progetto architettonico da cui non è disgiungibile, o quantomeno dovrebbe salvaguardarne la leggibilità: per questo non finisce di stupire la facilità con cui molti edifici possano, in sede di restauro, indifferentemente assumere una funzione diversa dall'originale, divenendo in genere contenitori storici di non meglio identificati spazi culturali, gallerie d'arte o musei, destinazione-jolly preferenziale per la quale ogni spazio sembra andar bene, dietro il collaudato alibi del carattere culturale o pseudoculturale.
Da frequentatrice amatoriale di mostre d'arte, posso testimoniare che è quanto accade continuamente per conventi (è recente, ad opere di Gregotti e Associati, il restauro degli ex Monasteri che ospitano il GAMeC di Bergamo), carceri, scuderie o interi palazzi e ville, Palazzo Sarcinelli a Conegliano, Palazzo Forti a Verona, Palazzo Zabarella a Padova, Palazzo Crepadona a Belluno, Palazzo Martinengo a Brescia, il Palazzo Reale di Milano, Villa Manin a Passariano, l'elenco è sterminato, è la sorte di rocche e castelli , Rocca di San Giorgio a Orzinuovi, Castel Sant'Elmo, il Belforte,a Napoli, il Castello Svevo di Bari, spesso con forzature ed artifici frutto di una ri-progettazione che rende indistinguibile l'intervento restaurativo e snatura l'originaria funzione senza soddisfarne correttamente una sostitutiva.
Anche il contrario, fortunatamente, accade: a Castel del Monte, struttura fortificata voluta da Federico II di Svevia , dove la particolare ubicazione ha scoraggiato qualsiasi tipo di fantasioso recupero funzionale e lunghi lavori di restauro tutt'ora in corso hanno ripristinato
l'antico fascino di un edificio inserito dall'Unesco nel patrimonio mondiale dell'umanità, "[….] un castello dove forse l’imperatore non soggiornò mai ma dove, paradossalmente, l’immaginario collettivo ne avverte più che altrove la presenza incombente" (Stefania Mola), a Palazzo Spinola, a Genova, interamente recuperato e divenuto museo di sé stesso, all'Arsenale di Venezia, protagonista indiscusso di ogni evento ambientato tra le sue mura, esempi di come un restauro correttamente condotto
possa salvaguardare, con la funzione o con una sua rispettosa memoria, lo spirito dei luoghi.
Ciò che manca è in genere l' innovazione evidente e creativa invocata da Bodei, che giustifichi la fatica e la spesa per il ripristino di quella materia, oggetto, forma, funzione dell'architettura che deve diventare agibile alla moderna collettività con un costruttivo sforzo di creatività e rinnovamento delle tematiche progettuali: attualmente con più di 3500 sedi museali, siamo il paese al mondo che ha la massima densità di musei per abitante, compreso un museo del pane, un museo della carta, uno del gelato, svariati musei della civiltà contadine ed altre simili amenità, forse è il caso di cominciare a valutare possibili alternative.
Dobbiamo indignarci davanti a certe integrazioni "citazioniste", a certi devianti riutilizzi, alle riconversioni scontate quando siano riempitivi casuali di vuoti creativi, davanti a rimediate ed anonime sistemazioni museali che si limitano ad attaccare i quadri alle pareti, almeno quanto per i falsi stucchi, le sculture di plastica, i putti di cartapesta della Fenice.
A proposito
della quale, per la serie 'si dice il peccato ma non il peccatore', mi pare che
incomba un omertoso silenzio sull'imputato più illustre dello scempio, il maestro
Aldo Rossi. E' vero che un fallimento non si nega a nessuno, ed è anche vero che
"Quandoque bonus dormitat Homerus", ma qui si tratta di ben più di un sonnellino.
Non c'è milanese che non si ricordi di lui, quando passa all'incrocio fra via Crocerossa e via Manzoni e getta un'occhiata al monumento a Pertini, il famoso cubo che impalla la visuale della bella via dei Giardini, "dove, tra l’altro, ho potuto costruire con i marmi dell’opera del Duomo", (sic!) dichiara Rossi.
Che nella stessa intervista (G. Leoni, a cura di, Costruire sul costruito, intervista a Aldo Rossi), “AREA”, 32, 1997, maggio - giugno, pp. 44-47, afferma: "Se Roma perde un monumento è un dramma ma Venezia non è città di grandi monumenti, è composta da piccoli
episodi. Se bruciasse il Caffe Florian, che io trovo bruttissimo, lo rifarei com’era [……..]Il bando per la ricostruzione della Fenice mi è parso comunque un pò restrittivo. Io credo ci si dovesse limitare al rispetto della volumetria originaria, per non turbare lo skyline veneziano. Il rifacimento filologico dell’interno, che il bando prescrive per un preciso vincolo della prefettura, è in un certo
senso paradossale."
Mentre si configura così non solo il peccato, ma anche la recidiva, per buona misura, a specifica domanda dell'intervistatore sull'importanza dei valori ambientali, il maestro aggiunge:" Direi che non mi sono mai interessato molto ai valori ambientali. Anche in polemica con il mio maestro Rogers, non ho mai condiviso l’idea delle preesistenze ambientali; è un concetto di sapore
scenografico".
Il tutto si commenta da sé, alla faccia della Carta di Cracovia. |