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Un uomo, un hardware, un software e lo spazio. Cosa c'è sulla soglia?
Di primo acchito c'è la modifica profonda del modo di formarsi della conoscenza
dello spazio (cambiamento, questo, di cui ancora non si riesce a dare una
comunicazione del tutto chiara): l'uomo che, "per mezzo di" un hardware
adeguato, agisce sullo spazio, "in un ambiente" software idoneo, può arrivare a
percepire la messa in moto di "altre" specifiche maniere di funzionare della sua
intelligenza, di "nuovi effetti" sulle operazioni della sua mente. Quest'ultima,
infatti, non resta insensibile ai mutamenti del contesto tecnologico: la
creazione di nuove infrastrutture connesse con la conoscenza, induce nuove
dinamiche nei fenomeni mentali e metamorfosi latenti del nostro modo di pensare.
Scrivendo di "latenza" delle metamorfosi, s'intende evidenziare la scarsa
vistosità (direttamente proporzionale alla sua importanza) di una condizione per
la quale la nostra mente "cambia il lavoro eseguito sulle informazioni": la
ricezione e l'elaborazione degli input spaziali sta subendo riorganizzazioni
strutturali.
L'hardware, oggi diffusamente disponibile, è "il motore" di questa congiuntura;
esso ha la reputazione (tra le infinite rintracciabili nell'opinione pubblica)
di formidabile "strumento" per ridurre costi ed ottimizzare tempistiche nelle
più svariate circostanze lavorative, ma, non senza incontrare ostacoli, sta
consumando la sua prima pelle utilitaristica lasciando venire a luce la faccia
fresca di "un partner complesso", che ha "le chiavi" per cambiare natura,
funzione e significati ad una miriade di nostre azioni e di nostri pensieri.
Il software, oggi incredibilmente diverso dai suoi antenati degli anni '80/'90
dello scorso secolo, è l'habitat operativo in cui incubare e plasmare cause ed
effetti delle combinazioni attivabili dall'uso delle chiavi. La percezione di
questo habitat è ancora nebbiosa. Il primo fattore d'instabilità percettiva è
governato dalla riorganizzazione dell'ordine dei sensi (vista, udito, tatto,
ecc.) che induce a suggestive analisi teologiche e tecnomorali del conoscere -
come non citare il punto 1 della "Carta di Zurigo" di Eisenman, De Kerckhove e
Saggio: "la giungla" con la sua mancanza di riferimenti, è con la sua selvaggia
anarchia dialettica, è "fatta vedere" come una sconfinata foresta di insidie e
di pericoli (prendendo sostanza dal Libro X delle "Confessioni" agostiniane) che
si possono e devono domare e convertire in "valore di modernità" promuovendo
nuove razionalità e nuove relazioni spaziali - ma, l'instabilità percettiva, a
dispetto di ogni interpretazione, ha un orientamento preciso: quello del
riassetto conoscitivo dopo l'aumento dell'entropia informazionale. Più strade si
aprono per l'accesso alla bellezza delle forme, per il contatto tra corpi e
coscienze, per la crescita del sapere e del saper fare. Altre strade si stanno
chiudendo, scorciatoie risultano ormai inutili. Ciò che può aver valore è
tentare di capire (non ora, certo, ma più in avanti) se il saldo è in passivo o
in attivo.
L'atto d'entrata nell'habitat digitale, ripropone, nella mente dei più,
l'esaltazione rinascimentale della geometria. Niente di meno consono. La
geometria rinascimentale, associata all'apologia del vedere, prende forma come
"effetto ottico", come mezzo per seppellire lo spazio piatto e promuovere il
"finto 3D" ed il "simbolico 4D". Il software, oggi ampiamente diffuso "nei"
computer dei giovani progettisti dello spazio, non è una "macchina per vedere"
come quella di Leon Battista Alberti ("De Pictura" - il velo - XV sec.), o
quelle di Albrecht Durer (il vetro e lo sportello - XV/XVI sec.), o quella di
Jakob Keser ( il visore - XVI sec.) o quella di Wentzel Jamnitzer (il
prospettografo - XVI sec.), ma si tratta di una "risorsa" che ha l'effetto di
potenziare l'atto del pensare, si tratta di una nuova "modalità di senso" da cui
attinge la spazializzazione architettonica. L'atto d'entrata nell'habitat
digitale stupisce per la coesistenza conclamata di dicotomie nette: c'è la
precisione ed il "pressappoco", essi agiscono insieme e si scambiano effetti
costruttivi anziché scannarsi! C'è la gerarchia e la simultaneità, c'è il
calcolo e la fantasia figurativa, ecc. I sensi dell'uomo che entra nell'habitat
digitale, sono (certo) riorganizzati, sono (forse) sbilanciati, sono (certo)
iper stimolati e (forse) attaccati nella funzione. Ciò che, però, affascina (e
spaventa) di più è la sensazione che emergano ulteriori moduli di percezione:
"la visione codicologica" dello spazio, per esempio. Questa modalità è, adesso,
alla portata di tutti ed incrementa democraticamente le vie di formazione della
conoscenza (e della coscienza) dello spazio architettato (o architettabile!),
fondendo dati e gesti simultanei e sinottici, con analisi e scelte articolate e
consequenziali. Riflettendoci, sulla soglia c'è un uomo comune, oggettivamente
"più attrezzato"; attrezzato di cosa e per fare che, lo si può capire solo nel
quotidiano fare.
La genesi di spazi architettonici in ambiente digitale (progettazione "archigitale")
non è l'emblema di una nuova architettura, qui non si tratta di ragionare alla
maniera di Lessing e di Diderot, che ritenevano la pittura quale emblema del
senso della vista (e della strada cognitiva che esso governava) e la poesia
quale emblema del senso dell'udito. Sulla soglia c'è ben altro… |