|
“[…]E una volta che un discorso sia scritto, rotola da per tutto, nelle mani di coloro
che se ne intendono e così pure nelle mani di coloro ai quali non importa nulla,
e non sa a chi deve parlare e a chi no. E se gli recano offesa e a torto lo
oltraggiano, ha sempre bisogno dell’aiuto del padre, perché non è capace di
difendersi e di aiutarsi da solo.” (Platone, Fedro)
Jacques Derrida è comunemente noto come il filosofo della decostruzione, termine
riduttivo e forse improprio che egli stesso rifiutava, almeno nei limiti
semplicistici e categorici dell’accezione comune, specialmente applicata alla
pratica architettonica.
Infatti Derrida non indugia a definire troppo articolatamente il significato del
termine decostruzione, preferendo metterlo in atto nella lettura dei testi
filosofici e letterari tradizionali, smontandoli ed invertendoli con un processo
che ripercorre in senso inverso le gerarchie dei concetti e dei significati.
L’architettura si appropria quindi di una procedura che Derrida applica al
linguaggio in quanto struttura, e come tale elemento di canalizzazione e
repressione di una libertà da conquistare attraverso la sistematica demolizione
del logocentrismo, traducendola in un processo di smantellamento delle relazioni
gerarchiche fra le varie parti architettoniche, disturbate nella loro
precostituita armonia e nelle loro possibilità organizzative di stabilità,
continuità e coerenza.
E’ indubbio che, per questa via, Derrida abbia esercitato sull’architettura moderna un’influenza
straordinaria, contribuendo in maniera decisiva all’affermazione di un’idea di
architettura cosiddetta decostruita, nel nome di “una
sensibilità architettonica diversa, in cui il sogno della forma pura viene
disturbato dall’interno”,
liberandone le intrinseche imperfezioni, mettendo in crisi
l'autorità della “metafora architettonica”
a beneficio di una forma in divenire al di fuori di ogni struttura ed ordinamento
organizzati.
Le stesse istanze
decostruttiviste che nelle arti visive prendono le mosse da Paul Cézanne, primo
decostruttore della forma dall’interno, distruttore del punto di vista unico,
riprese e sviluppate nel cubismo analitico e sintetico, che danno vita
all’inizio del ‘900 ad un importante filone dell’architettura basata sulla
ricerca della verità strutturale della
forma architettonica (lo
strutturalismo di Le Corbusier, Khan, gli Smithson), finiscono a supportare un
movimento diametralmente contrario, quel postrutturalismo che rappresenta una
presa di coscienza dei limiti dello strutturalismo e ne tenta il superamento
ponendo l’accento sui
meccanismi formativi e sulle leggi della genesi del
racconto piuttosto che sulla sua narrazione, trovando in questo il punto di
tangenza con il decostruttivismo.
Certamente l’esito diverso è dovuto al fatto che, contrariamente al
decostruttivismo dove viene adottata una procedura di progettazione che si
potrebbe definire ‘aperta’, l’intento di Cézanne resta fondamentalmente
costruttivo, nell’ottica della ricostruzione ‘chiusa’ di una realtà de-composta,
analizzata e riconquistata
intellettualmente
secondo una logica non naturalistica: tuttavia è analogo in entrambi i casi
l’approccio de-soggettivato alla percezione del mondo sensibile che ha come
risultato da una parte l’elaborazione di uno schema rappresentativo
supersensoriale puramente razionale, dall’altra di un modello dinamico in libero
divenire nel quale sono stati sciolti i nodi relazionali tra le varie parti e le
differenze non obbediscono ad alcuna organizzazione che venga dall’esterno.
Maurice Merleau-Ponty parla per Cézanne di pittura disumana, intendendo
con questo riconoscerle i caratteri di una veridicità originaria superiore al di
fuori delle regole precostituite, al di là dei sensi e al di là dell’uomo
stesso, così come si potrebbe parlare di disumanità del decostruttivismo, per
quanto paradossale possa sembrare una simile attribuzione ad un’architettura che
esalta la componente espressionista e la libertà formale di un linguaggio sottratto ad ogni gerarchia compositiva, proprio per la sua disobbedienza a
regole convenzionali costruite nel tempo dall’uomo e per l’uomo, in un processo
di stratificazione nel quale egli non è estraneo o vittima, ma anzi artefice.
L’architettura, come l’arte attività umana per eccellenza, deve sottostare a
priorità imprescindibili, anche se il decostruttivismo può ipotizzare che siano
tutte archiviabili, connesse al nostro modo di vedere il mondo, non voglio dire
in senso filosofico o artistico o concettuale, ma puramente percettivo, legate a
punti fermi grazie ai quali siamo stati in grado di adattarci, sopravvivere ed
evolvere.
Se il nostro corpo non amasse il doppio, due mani, due occhi, due piedi ecc.,
per usare parole di
Piergiorgio Odifreddi, probabilmente la
simmetria, ricevuta dal Creatore non
sarebbe entrata così profusamente nelle creazioni umane, a cominciare da
quelle architettoniche, se l’effetto prospettico non offrisse indizi
vitali per il nostra orientamento nello spazio forse non ci sarebbe stato il
Rinascimento, se non avessimo una visione bioculare e quindi tridimensionale
forse non esisterebbero scultori, se non avessimo una postura eretta ed il
nostro mondo non fosse governato dalla forza di gravità non saremmo dominati dal
senso dell'equilibrio, che ci dice cosa si trovi in alto e cosa in basso in
rapporto alla forza di gravità e pertanto in rapporto al nostro ambiente
percepito, tanto per citare solo alcuni dei condizionamenti non culturali,
ma semplicemente fisici o fisiologici che relazionano l’uomo all’ambiente in cui
vive: ambiente che è tanto più favorevole alla sopravvivenza quanto più è
prevedibile, e quindi già strutturato, rispettoso dei canoni fondamentali per
una comprensione il più allargata possibile, poiché “L'organismo deve
esplorare l'ambiente e deve, per così dire, posizionare il messaggio che riceve
sullo sfondo di quella elementare attesa di regolarità che sottende quanto io
chiamo senso dell’ordine.”, questo scrive
Ernst.H.Gombrich (“The Sense of Order”,1979).
Il mondo in cui nasciamo è
un campo di possibilità già strutturato, all’interno del quale la responsabilità
umana ha la possibilità ed il dovere di fare delle scelte, le strutture che
imprigionano l’azione dell’uomo in concatenazioni gerarchiche non sempre sono
facoltative, inventabili a piacere, opzionabili, sono connesse al nostro essere
animali spaziali con caratteristiche fisiche, neurologiche e biologiche definite
da millenni di evoluzione che, in varia misura, condizionano e guidano il nostro
rapporto con il mondo materiale.
Anche per questo il
parallelo che il movimento decostruttivista architettonico instaura con un
movimento filosofico-letterario sembra sul piano logico quanto meno azzardato,
trattandosi di due ambiti non commensurabili, anche se Derrida finisce per
dichiarare che "Eisenman e Tschumi hanno dato prova che quella
decostruttivista è una strada percorribile": ma si tratta, ovviamente, di un
giudizio poco neutrale.
Pilastro portante delle teorie derridiane, la critica al logocentrismo, “quel
privilegio che la tradizione della metafisica occidentale ha sempre accordato
alla "foné", alla voce come luogo della vicinanza assoluta tra significato e
significante: nella voce il corpo sensibile del significante sembra cancellarsi
nel momento stesso in cui viene espresso; l'atto che anima l'intenzione è
immediatamente presente a sé.
L'epoca della fonè è l'epoca dell'essere nella forma della presenza. Ciò ha
comportato inevitabilmente una condanna della "grammé", della scrittura come
deriva e perdita del senso.
La critica di Derrida (condotta sulle orme di Heidegger) alla metafisica e alla
presenza va dunque in direzione di una rivalutazione della scrittura, […]Al mito
della foné, della presenza, della certezza, dell'evidenza immediata del senso di
cui si è nutrita l'intera civiltà occidentale, Derrida contrappone la realtà
della scrittura che si "presenta" come traccia o supplemento[…]”
Luisella Pisciottu su Xaos, "Decostruzione
e Architettura" )
“All'origine del linguaggio, suggerisce Derrida, non sta la voce, il
risuonare della "parola detta", ma la scrittura, un'archiscrittura che ci
consente di accedere all'essere non mediante lo schema della presenza - la
parola è sempre, almeno all'inizio, una parola pronunciata -, ma attraverso
quello della differenza, della presenza-assenza che la scrittura custodisce.”
(Andrea Tagliapietra su Xaos,
Addio a Derrida, filosofo della differenza )
Leggiamo ora ciò che
scrivono Mark Solms e
Oliver Turnbull, due pionieri nel campo delle
neuroscienze dell'esperienza oggettiva, dell’analisi
della misteriosa relazione tra corpo e mente, alla ricerca della possibilità di
integrazione fra le intuizioni della neuropsicologia e quelle della
psicoanalisi, con approccio interdisciplinare:
” […] Per poter riflettere coscientemente sulle nostre esperienze visive,
abbiamo bisogno di ricodificare le esperienze visive in parole . E’ tale
capacità che viene meno quando l’emisfero cerebrale di sinistra (l’emisfero
verbale ) ha perso le sue connessioni con l’esperienza visiva originaria.
Tale fatto mostra che è necessario effettuare una netta distinzione tra due
livelli o tipi, di coscienza: la consapevolezza semplice e la consapevolezza
riflessiva.. Inoltre, la funzione della consapevolezza riflessiva risulta essere
intimamente connessa con l’emisfero cerebrale di sinistra, e pertanto con le
parole(o piuttosto, con quello che potremmo chiamare il “discorso
interno”)[…]“ (Mark Solms/Oliver Turnbull - Il cervello e il mondo
interno - pg.95)
Damasio include questi aspetti cognitivi superiori della
coscienza nella sua definizione di coscienza estesa.
La coscienza estesa dipende in maniera massiccia dalla corteccia cerebrale e in
particolare dalle operazioni svolte dalla corteccia associativa . Essa si fonda
principalmente sul contributo funzionale delle zone del linguaggio
dell’emisfero cerebrale sinistro e soprattutto sul sistema sovrastrutturale
rappresentato dai lobi prefrontali. E’ questa la regione cerebrale che risulta
nettamente più sviluppata negli umani di quanto non
sia in tutti gli altri mammiferi. Essa costituisce l’unità per la
programmazione, la regolazione e la verifica dell’azione, […] un sistema con la
capacità di ri-rappresentare le singole unità di coscienza nucleare
originariamente rappresentate ( cioè, percepite e immagazzinate) nelle zone
paralimbiche e corticali posteriori. Questo ci permette di riflettere, di
pensare e di ricordare le nostre esperienze coscienti, e non solo di viverle
attimo per attimo>.
”Abbiamo affermato che la capacità degli esseri umani di essere consapevoli
della propria coscienza e, specialmente, di trasformare le percezioni concrete
in concetti astratti è strettamente dipendente dalla nostra
capacità di linguaggio. Il linguaggio ci permette di attivare la traccia
percettiva non solo di un oggetto particolare ( per esempio, l’immagine visiva
del proprio padre), ma anche di un’intera classe di oggetti ( le tracce
audioverbali di parole che indicano categorie come i padri o le donne).. Inoltre
il linguaggio ci consente di pensare coscientemente alle relazioni tra le cose concrete, usando
delle parole-funzione ( come “mio padre mi ama”) e delle stazioni (come “ egli è
più grande, più anziano e più saggio di me”).”
MarkSolms/Oliver Turnbull - Il cervello e il mondo interno - pg 109-110)
Il premio Nobel Gerald M.
Edelman fa parte di quel nutrito gruppo di moderni neurobiologi e scienziati
cognitivi che indagano il rapporto mente-corpo, gli stati mentali, la coscienza
e le sue caratteristiche, in particolare volgendo la sua ricerca ad una teoria
evoluzionista della mente “che riesca a tenere insieme le attuali conoscenze
sull'architettura del nostro cervello, che ci portano a riconoscere la reale
esistenza degli stati mentali e degli stati cerebrali, con l'esistenza dei
qualia, gli stati percettivi che caratterizzano ogni soggetto cosciente.”
(Eddy Carli,
La scienza e l'anima )
Egli scrive: “La coscienza primaria si limita al presente ricordato; essa è
necessaria affinché compaia la coscienza di ordine superiore e continua a
funzionare negli animali dotati anche di quest’ultima. La coscienza di ordine
superiore nasce con l’inizio evolutivo delle capacità semantiche e fiorisce con
l’acquisizione del linguaggio e del riferimento simbolico..”
(Gerald M. Edelman - Sulla natura della mente - pag 232)
E’ insomma di importanza essenziale, per la definizione di
una coscienza di ordine superiore, presente solo nella specie umana, la capacità
di un linguaggio munito di significato, premessa di ogni evoluzione, dove
linguaggio vuol dire parola detta, oralità, foné, logos.
Differentemente da Derrida, i neurobiologi sperimentali non costruiscono una
teoria, ma la scoprono ed al tempo stesso la verificano mentre si forma,
indagando l’uomo ed il suo pensiero nel suo divenire, grazie a possibilità di
indagine impensabili solo pochi anni fa (magnetoencefalografia).
La parola pare quindi essere custode di una verità a monte di ogni veridicità
narrativa, una verità ontologica intimamente intrecciata con la coscienza di
ordine superiore (da alcuni scienziati cognitivi definita coscienza
linguistica), che è la coscienza primaria più il linguaggio, correlata
alla consapevolezza di un essere umano dotato di parola, in grado di
raccontarsi: è il trionfo del logocentrismo.
Si apre oggi un panorama vastissimo ed affascinante che avrà
prevedibilmente sviluppi decisivi in un futuro ormai prossimo, in un’epoca in
cui sempre più scienza, filosofia, fisica, arte, metafisica, cancellata ogni
limitazione categorica, confluiscono l’una nell’altra, convergendo verso la
comune definizione di un’idea di uomo come esseità complessa ed indivisibile.
Se tutto questo può sollevare un minimo dubbio sulla teoria
derridiana poco male, le teorie sono fatte per essere discusse, contestate,
distrutte e abbandonate.
L’architettura no, l’architettura resta, è materia, pietra,
ferro, legno, cemento.
E a questo punto, forse bisogna chiedersi che cosa resterà
del decostruttivismo architettonico che, orfano delle sue basi teoriche, rischia
di venir letto in futuro come l’isolata testimonianza di una effimera,
incomprensibile sperimentazione. |