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Gli iconoclasti di Bisanzio fracassavano le immagini per cancellarne il
significato (la figura visibile di Dio). Anche noi, sotto l’apparenza
del contrario e malgrado il nostro culto degli idoli, siamo sempre degli
iconoclasti: distruggiamo le immagini schiacciandole sotto il peso del
significato, le uccidiamo tramite il senso.”
(J. Baudrillard)
Jean Baudrillard è stato sicuramente un intellettuale
scomodo e poco amato. Per tal motivo il suo pensiero ha subito una repentina
sepoltura nel camposanto del manicomio postmoderno. Luogo nel quale, sono certo,
sta malissimo e da dove vorrebbe andarsene con la stessa velocità con cui
l’hanno sepolto molti suoi colleghi e contemporanei. Desiderio, questo, dal
medesimo già espresso in vita: “Quello che non sopportava, mi disse una
volta, erano domande come: cosa ne pensa del postmoderno? E lo infastidiva il
fatto che venisse preso come ispiratore o filosofo della postmodernità
.(1) Se lo si rilegge alla luce di
quanto i fatti, gli eventi, la nostra stessa realtà quotidiana abbiano perduto
in “consistenza” non solo sociale ma addirittura individuale, ora che la società
dell’immagine è giunta alla sua massima rivelazione, ma soprattutto se si
riflette sull’esito dell’architettura di spicco degli ultimi dieci anni, non
possiamo che contemplare alcune pertinenti profezie del suo pensiero e ammirarne
la strabiliante attualità. Mi riferisco, per provare
quanto ho detto, all’ultimo periodo del suo lavoro intellettuale, da molti
ritenuto oscuro per la sua latente trascendenza e per la serenità con cui, con
tragica rassegnazione, egli ci descrive la scomparsa delle apparenze
(rappresentazioni mentali della realtà fisica) usurpate dall’iperreale
(rappresentazione realistica di una realtà solo mentale) e ci racconta con cinica
ironia l’impossibilità pratica degli autori di quello che lui definisce “il
delitto perfetto” di sbarazzarsi del cadavere del mondo.
Rassegnazione scambiata per disimpegno o smarrimento filosofico che riducono il
nostro autore a “un provocatore che getta ombre sulle cose
”.(2) Ma non è così. È sotto gli occhi di tutti quanto la
rappresentazione dei fatti sia ormai a totale servizio del modo con cui vengono
descritti; quanto la loro messa in scena sia più importante dei fatti stessi. È
noto a tutti come qualsiasi programma giornalistico televisivo, schierato
indifferentemente a destra o a sinistra, prima di proporre gli eventi ne
stabilisca la loro rappresentazione, la loro mappatura, e ne determini il
significato esclusivamente in funzione d’un senso gradito. Paradossalmente la
mappa viene disegnata prima e indipendentemente dal territorio che la dovrebbe
generare. È la realtà, quindi, a doversi adattare alla sua descrizione e non
viceversa. Non c’è evento, non solo televisivo, nel quale gli attori e le loro
situazioni, sempre più spesso rappresentate come autenticamente reali, vengano
accomodate o, meglio, stravolte per poter soddisfare il gusto collettivo (in
funzione di un premio o un sondaggio) o un altro scopo razionalmente calcolato.
Ora, quando il significato viene prima del significante, che fine fa la
comunicazione? Ma, soprattutto, che fine fa la verità? (Stiamo parlando
principalmente di verità, non di realtà). La realtà filosofica, a questo punto, ci
interessa poco se l’inautenticità, o meglio la falsificazione, riguarda anche il
linguaggio con cui si dovrebbe negare l’evidenza del reale. Per questa ragione è
essenziale che almeno il linguaggio sia autentico. Ed è estremamente importante
che il linguaggio, come sostiene Baudrillard, sebbene per una via parecchio meno
pragmatica di quella che sto raccontando, valga molto di più di ciò che
dice
. “…ciò che davvero interessa Baudrillard
non è il problema della conoscenza, né l’enfasi vitalistica che pervade i
filosofi italiani del sublime. Per lui, infatti, l’illusione non significa
sogno, inganno, miraggio, e nemmeno utopia, bensì l’ingresso in una dimensione
non usuale, non quotidiana, non statica. Ed è a partire da questo momento che ha
inizio una rivalutazione di ciò che chiamiamo l’arte, il teatro, il linguaggio:
perché lì si è conservato qualcosa di quella violenza al reale che si attua
nella cerimonia iniziatica e nel rito.
” (3) Tirare
in ballo la ritualità ci porta inevitabilmente in una regione di confine con la
trascendenza ma, come sa bene la Chiesa Cattolica che sulla liturgia ha fondato
la sua continuità, abolire il rito “…equivarrebbe a eliminare tutto il tema
del linguaggio dei segni e dell’evocazione per accedere all’interno di un mondo
che non trova altra risorsa per esprimersi se non quella del rito
”.(4) L’architettura non è
un’istituzione, tantomeno religiosa anche se annovera parecchi credenti che a
volte ce lo fanno pensare, ma riguardo al linguaggio dei segni può solo
rivendicare la stessa necessità. Rito e linguaggio sono le sole risorse della
sua autenticità. La ragione? Il linguaggio, autentico lo è sempre perché,
come il rito di cui è strumento, ha una sua struttura autonoma che non risponde
a senso e significato se non all’interno della struttura stessa. Si può parlare
per ore, usandone il linguaggio, di algebra o geometria senza dire nulla intorno
alla realtà. Si può parlare per ore di musica o di grafica senza dire nulla
intorno alla realtà. In ambedue i casi ci si può sbagliare, certamente, e fare
degli errori, ma mai mentire. Si può essere “incoerenti” ma mai bugiardi.
Escludendo il significato (l’idea che abbiamo della realtà del mondo) dalla
nostra espressione (linguistica, artistica, scientifica) liberiamo il linguaggio
dalla schiavitù del senso e dall’uso distorto che la nostra condizione di
contemporanei ci costringe a farne. Se lasciamo al linguaggio la sua autonomia e
non lo costringiamo nella condizione di servo del nostro destino, egli saprà
raccontarci il mondo e la nostra storia con l’onestà e la sincerità che gli sono
naturali. Le implicazioni di tutto questo sono molto importanti, soprattutto
in quel territorio dove l’espressione raggiunge i suoi livelli più sofisticati:
l’arte. Così Baudrillard:
“ L’avventura dell’arte moderna è finita. L’arte
contemporanea è contemporanea solo a se stessa. Non conosce più trascendenza
verso il passato o il futuro, la sua unica realtà è quella della sua operazione
in tempo reale, e del suo confondersi con tale realtà. (…)Non esiste più
differenziale dell’arte. È rimasto soltanto il calcolo integrale della realtà.
L’arte non è più altro, ormai, che un’idea prostituita nella sua
realizzazione.” “(…)È quanto fa appunto il ready-made, quando si accontenta
di disinvestire un oggetto della sua funzione, senza alterarlo in alcun modo,
per farne un oggetto da museo. Basta fare del reale stesso una funzione inutile
per trasformarlo in oggetto d’arte, consegnandolo all’estetica divorante della
banalità.”
(5) Aggiunge René Capovin (Baudrillard
in Polvere): “Secondo
Baudrillard, la maggior parte dell’arte contemporanea è mediocrità che si
spaccia per arte passando dal primo al secondo livello, ‘ma è nulla e
insignificante sia al primo che al secondo livello’. L’arte moderna, in quanto
dominio dell’anti-utilitario, si è esaurita al momento della messa in scena
della sua sparizione: Duchamp e Warhol non hanno inventato nuove forme di
opposizione alla logica della merce, come consigliava la regola aurea del campo
estetico, ma hanno raddoppiato la merce, ne hanno proposto un supplemento
ecolalico (del tipo: tutto è merce, ‘appunto’). Tale messa in scena, però, se
ripetuta, decade a simulazione della sparizione dell’arte: l’auto-sovversione
diventa allora ‘complotto’, cioè complicità ‘occulta e alquanto turpe’ tra
artista (che gioca al secondo, terzo, quarto, x-livello) e masse ‘stupefatte e
incredule’. Che la scomparsa dell’arte venga ‘simulata’ non significa affatto
che, ormai, la sua morte sia avvenuta: situata oltre la propria fine, l’arte è
allo stesso tempo esaurita (in quanto sistema orientato da valori fissi, retto
da un canone estetico) e in proliferazione incontrollata. Essendo collocata al
di là della sua data di scadenza storica, ce n’è e ce ne sarà sempre di più, e
in una misura tale da rendere impossibile un giudizio effettivamente ‘critico’ –
dal momento che ‘tutto’ è arte, ‘si ha solo una spartizione in via amichevole,
necessariamente conviviale,della nullità’. Il
corrispettivo nel campo intellettuale di questi nipotini di Warhol è costituito,
per Baudrillard, dal postmoderno e dal pensiero debole.”
Ci risulta difficile contestare che il
“poco”, anche dopo lunga riflessione, possa diventare altra cosa, malgrado i
salti mortali degli acrobati del mondo dell’arte che da anni continuano a
lucrare sulla banalità delle opere con utilissimi profitti (alla faccia della
loro inutilità). Ma le implicazioni riguardano maggiormente l’architettura,
molto più pronta a cogliere, praticare e sperimentare le novità linguistiche,
essendo per sua natura costretta ad un confronto sempre leale con la realtà
(materiale e sociale). Non è un caso che proprio la disillusione
postmoderna
abbia rivelato la sua pochezza teorica nello squallore della propria produzione
architettonica. La falsificazione diffusa, in cui inevitabilmente si casca
quando il significato delle cose prevale sulla loro apparenza, ha mostrato la propria
modestia nel momento in cui scrittura e linguaggio hanno rinnovato il loro ruolo
e rivendicato la loro autonomia. La falsificazione postmoderna - e conseguentemente
neostoricista - ha infatti dimenticato che la storia ha scritto e scrive le sue
frasi nella materia e non nella forma delle sue architetture. Rifare la forma
sostituendone la materia sopprime la storia, non la salva e tanto meno la evoca,
ma la uccide. Le cose rifatte (la conservazione del loro senso in assenza della
scrittura originaria) smarriscono la profondità del tempo
perché il rifacimento cancella la loro scrittura e, nella convinzione di
sostituirle con un metalinguaggio adeguato, per il fatto che il linguaggio non
può mai mentire, di fatto le si sostituisce con la loro desolante caricatura.
Questi sono i limiti concettuali di teorie che riguardano l’uso della
filologia e della tipologia
in architettura e che, dal punto di vista della scrittura,
risultano veri reati contro l’intelligenza creativa e si rivelano per quel che
sono: argomenti accademici per amatori o, al massimo, prontuari per analfabeti
della scrittura architettonica. Il fatto che Vittorio Sgarbi, possibile prossimo
curatore del padiglione Italia della Biennale d’Arte di Venezia, da uno dei suoi
abituali teatrini mediatici condanni pregiudizialmente qualsiasi nuova
architettura priva di disciplina tipologica o ambientale, ci dà la misura
dell’arretratezza e del limite della condizione autarchica della cultura
nazionale. Ma torniamo alla scrittura e alla sua libera autonomia.
L’architettura di questi ultimi anni ci ha mostrato molti volti spesso confusi,
costringendo il nostro giudizio a salti di quota che vanno dall’entusiasmo più
alto alla delusione più profonda. La ragione? Molta architettura subisce
l’egemonia dell’arte figurativa e ne ripropone principi e limiti. Altra
architettura, pur generandosi da essa, ne ha scavalcato i valori superandone di
gran lunga l’esito emozionale e artistico, tanto che molti critici e loro
affiliati hanno spesso lamentato l’inadeguatezza delle nuove strutture museali
accusate d’essere troppo rumorose rispetto alle opere esposte. Ma il problema,
in verità, non riguarda la spettacolarità dell’architettura ma la pochezza
dell’arte figurativa che la ricomparsa di una scrittura autentica ha messo a
nudo. Occorre quindi distinguere le architetture che hanno autori capaci di una
scrittura coraggiosa e libera da quelle che sorreggono la banalità dei loro
testi su improbabili significati che spesso hanno a che fare con tutto tranne
l’architettura. Gli scrittori autentici, purtroppo, sono pochi e hanno
coscienza del loro attuale primato sull’arte figurativa, concettuale e minimalista in
particolare. Certamente uno di questi è l’autore del museo Guggenheim di
Bilbao. Cos’altro è l’architettura di F. O. Gehry se non questo: libera,
autentica, dirompente felicità della scrittura? Possiamo contestare a questo
autore la sua tendenza al manierismo, lo snobismo di una posizione privilegiata,
se volete anche la mercificazione dei suoi segni. Ma nessuno può contestare
sinceramente la dimensione titanica della sua scrittura, nella quale non c’è
significato altro che per l’architettura e per il suo rituale. Nella sua
profonda onestà, questa scrittura ci dà prova delle intuizioni dell’ultimo
Baudrillard: liberata dal giogo del significato essa ci rivela la gioia
dell’esistenza e ci ridà l’evidenza dell’architettura nella sua realtà più
autentica. Nel Guggenheim di Bilbao la storia si rivela nuovamente una vicenda millenaria,
grazie al suo linguaggio e alla sua scrittura. Irrita qualcuno per la sua
teatralità? “Osceno è tutto ciò
che è inutilmente visibile, senza necessità, senza desiderio e senza effetti.
Ciò che usurpa lo spazio così raro delle apparenze.”
Note:
(1) “Quello che non sopportava, mi disse una volta, erano domande come:
cosa ne pensa del postmoderno? E lo infastidiva il fatto che venisse preso come
ispiratore o filosofo della postmodernità. Baudrillard non si è mai identificato
con l’oggetto delle sue osservazioni; così come è stato presente di fronte alla
società iperreale basata sul principio della simulazione e della “scomparsa del
reale”, lo è stato altrettanto di fronte alla razionalità degli oggetti della
società del consumo cui corrispondeva l’irrazionalità dei bisogni degli anni ’60
e ’70. Qui il soggetto era come un “attrattore strano”, era la forza centripeta
del consumo, nella società iperreale, invece, resta solo l’oggetto come
attrattore strano, il soggetto scompare nell’oggetto. Attribuire certificati
d’identità a un pensatore atipico come lo è stato lui, significa falsificarne
l’immagine. Tra gli equivoci più grossi vi è quello dei “simulazionisti”
newyorkesi, un gruppo di artisti emerso negli anni ’80, i quali si erano illusi
di ispirarsi ai suoi scritti. Su questa prole spirituale non
voluta Baudrillard è stato lapidario: “Non ho nulla di dire su loro. I miei
testi potrebbero servire da giustificazione per qualsiasi cosa. Fare dei miei
scritti una referenza è già in sé una simulazione ”. In tutti i suoi scritti vi
è qualcosa di diabolico, qualcosa che sfugge sempre alla presa del pensiero,
allo scambio nel concetto, ha fatto di tutto perché la sua scrittura si
volatizzasse subito dopo esser apparsa. Preferiva vivere a lato dei
fenomeni, la vicinanza lo infastidiva, nella distanza si sentiva a suo agio. Era
uno di quegli esseri per cui la storia o il senso che l’uomo attribuisce alle
cose potevano pure non esistere, senza questo peso del valore che si attribuisce
a ogni cosa il mondo per Baudrillard sarebbe stato ancora più magico. Amava le
cose dissimili e gli universi paralleli come quello della Patafisica di cui ne è
stato dopo la morte di Baj l’ultimo grande Satrapo. La Patafisica nelle sue mani
diventava un’arma micidiale per il pensiero, e questo non gli è stato perdonato.
Ma a Jean non importava. Amava Borges, i sui labirinti fatti di immagini che si
perdono in altre immagini, e anche per il suo bestiario ideale. Era orgoglioso
che il suo nome iniziasse con la B, la lettera che accomuna Baudelaire,
Benjamin, Brecht, Barthes, autori da cui non si è mai staccato. Vedeva il mondo
sempre come se fosse riflesso in uno specchio, che si divertiva a deformarlo, ad
anamorfotizzarlo, e a volte a prenderlo alla lettera per scoprirne il ridicolo
che cela.” (http://www.ubishops.ca/BaudrillardStudies/obituaries_mfaletra-pf.html)
(2) “In ultima analisi, Baudrillard è forse più utile come provocatore che
sfida e mette in discussione la tradizione della filosofia classica e della
teoria sociale che come qualcuno che fornisce dei concetti e dei metodi che
possono essere applicati nell’analisi filosofica, sociale o culturale. Egli
dichiara che l’oggetto della teoria sociale classica – la modernità – è stato
superato da una nuova postmodernità e che perciò sono necessari strategie
teoretiche, modi di scrittura e forme di teoria alternativi. Mentre il suo
lavoro sulla simulazione e la rottura postmoderna, muovendo dalla metà degli
anni Settanta fino ad arrivare agli anni Ottanta, fornisce una teoria
postmoderna paradigmatica e un’analisi della postmodernità che è stata altamente
influente, e che a discapito delle sue esagerazioni continua a essere impiegata
per interpretare le tendenze sociali attuali, il suo lavoro successivo è
probabilmente più di interesse letterario. In definitiva, Baudrillard va oltre
la teoria sociale, in una nuova sfera del modo di scrittura che fornisce delle
introspezioni occasionali all’interno dei fenomeni sociali contemporanei e
critiche provocatorie della filosofia contemporanea e di quella classica e della
teoria sociale.“ (http://www.filosofico.net/baudrillard7.htm)
(3) Nella seconda fase, aperta dall’idea di strategia fatale, è centrale
la parola «illusione», che va intesa sia in senso metafisico-cognitivo, ossia
come il contrario della realtà e della verità, sia in senso
estetico-psicologico, ossia come il contrario del disincanto e della delusione.
Se si privilegia la prima accezione, il pensiero di Baudrillard acquista una
coloritura scettico-nichilistica non lontana da alcune tendenze della filosofia
italiana contemporanea - per esempio il «pensiero debole» di cui condivide il
radicale rifiuto della metafisica e dell’etica, e quel filone della cultura
filosofica caratterizzata dal catastrofismo vitalistico, che in Italia corre da
Pirandello a Giorgio Colli e a Giorgio Agamben. Ma sono paralleli, in realtà,
ingannevoli: perché ciò che davvero interessa Baudrillard non è il problema
della conoscenza, né l’enfasi vitalistica che pervade i filosofi italiani del
sublime. Per lui, infatti, l’illusione non significa sogno, inganno, miraggio, e
nemmeno utopia, bensì l’ingresso in una dimensione non usuale, non quotidiana,
non statica. Ed è a partire da questo momento che ha inizio una rivalutazione di
ciò che chiamiamo l’arte, il teatro, il linguaggio: perché lì si è conservato
qualcosa di quella violenza al reale che si attua nella cerimonia iniziatica e
nel rito. È in quell’ambito che si conserva una padronanza delle apparizioni e
delle sparizioni, e in particolare la padronanza sacrificale dell’eclissi del
reale. Siamo quindi molto lontani dal gioco inteso come ricreazione, loisir o
distrazione; l’idea che Baudrillard ha dell’arte come illusione è semmai
prossima alla concezione antropologica della magia, dove la potenza
dell’illusione riesce a irrompere nel reale e in qualche modo a prenderne il
posto, senza però identificarsi con esso. Un passaggio fondamentale, questo, per
capire una tra le idee più oscure della riflessione di Baudrillard, quella di
strategia fatale. Non è un progetto o un piano di azione elaborato da un
individuo, la strategia così come la pensa Baudrillard, bensì una concatenazione
di elementi esterni alla volontà soggettiva: dunque è un sinonimo di regola e di
rituale. Ma questa concatenazione non è né necessaria, né casuale, né
teleologica, né fortuita, è un rito senza mito, un significante senza
significato, tuttavia può diventare fatale, aggettivo cui Baudrillard consegna
il senso di legato al male, funesto. Tutte le cose sono chiamate ad
incontrarsi - secondo il filosofo francese - solo il caso fa sì che questo
appuntamento non si realizzi; al contrario, dunque, di quanto è proprio all’idea
di "hasard objectif" dei Surrealisti, che in un mondo retto dalla casualità
cercavano di attribuirle un significato e un valore reconditi indipendente dalle
intenzioni e dalle volontà soggettive, scoprendo una trama occulta: una specie
di astuzia della ragione (List der Vernunft) hegeliana. Sebbene Baudrillard dia
invece per scontato che le cose si incontrino, non attribuisce a questo incontro
alcun significato, perché non di una concatenazione provvidenziale si tratta, ma
di un rituale, che tuttavia talvolta manca l’appuntamento e si trasforma in
rituale mancato. La distanza estetica su cui si reggeva il rituale è però
annullata, in occidente, dalla cancellazione della scena e dall’annientamento
delle mediazioni, di qualsiasi tipo esse siano (artistiche, politiche,
sessuali). In questa direzione l’analisi di Baudrillard si distanzia da quella
di Guy Debord: il mondo attuale, infatti, non sarebbe caratterizzato dal trionfo
dello spettacolo, ma dalla sua sparizione. La scena è stata sostituita
dall’osceno, il posto dell’illusione è stato preso da qualcosa che pretende di
fornire un effetto realistico maggiore dell’esperienza della realtà (ed è perciò
iperreale), ogni evento è anticipato e annullato dalla pubblicità e dai
sondaggi. Dunque l’azione diventa impossibile e ad essa succede la
comunicazione, che riesce appunto a fare precipitare ogni cosa
nell’insignificante, nell’inessenziale, nel derisorio. Nel mondo della
comunicazione, nulla più accade: tutto è senza conseguenze, perché senza
premesse, suscettibile di essere interpretato in tutti i modi, tutti ugualmente
irrilevanti e privi di effetti. (Testo di Mario Perniola pubblicato in "Il Manifesto", 7 marzo
2007, col titolo "Potente e fatale la strategia di Jean Baudrillard")
(4) "L’azione liturgica consente di verificare che Dio non permane come
un'illusione creata dalla mente dell’uomo, ma una realtà con cui riferirsi in
maniera oggettiva nel susseguirsi dei tempi e degli spazi che assumono valore
sacro". A mettere in luce la centralità del rito nel discorso su Dio è stato
monsignor Rino Fisichella, Presidente della Pontifica Accademia per la vita e
Rettore della Pontificia Università Lateranense. Concludendo i lavori
dell’evento internazionale "Dio oggi. Con Lui o senza di Lui cambia tutto",
promosso dal Comitato per il progetto culturale della Cei, monsignor Fisichella
ha sottolineato che "il rito conferisce alla conoscenza di Dio uno spazio di
comunicazione che ingloba l’intera realtà creata e l’uomo in essa". "L’azione
liturgica, il rito sono forme espressive e linguaggi con cui è necessario
confrontarsi nel nostro parlare di Dio", ha ribadito il Rettore dell’Università
Lateranense per il quale sarebbe "illusorio pensare di emarginare questa
dimensione". Questo, ha aggiunto, "equivarrebbe a eliminare tutto il tema del
linguaggio dei segni e dell’evocazione per accedere all’interno di un mondo che
non trova altra risorsa per esprimersi se non quella del rito". "L’analisi di
questa componente – ha spiegato - mostrerebbe che si apre il passaggio per
verificare quale relazionalità intercorre tra Dio e l’uomo senza cadere in forme
di alienazione o psicosi". "Se le religioni hanno fatto del rito un elemento
determinante - ha concluso - ciò implica che possiede un effetto essenziale e
costitutivo nel discorso su Dio, per cui la cultura contemporanea non può né
deve allontanarsi". (Mons. R. Fisichella: il rito fa sì che Dio non sia
un'illusione)
(5) “L’avventura dell’arte moderna è finita. L’arte contemporanea è
contemporanea solo a se stessa. Non conosce più trascendenza verso il passato o
il futuro, la sua unica realtà è quella della sua operazione in tempo reale, e
del suo confondersi con tale realtà. Nulla la distingue dall’operazione
tecnica, pubblicitaria, mediatica, numerica. Niente più trascendenza, niente
divergenza, niente altra scena: solo un gioco speculare con il mondo
contemporaneo così come esso ha luogo. Per questo l’arte contemporanea è
inesistente, perché tra essa e il mondo si ha solo un’equazione
perfetta. Fuori di questa complicità vergognosa, in cui creatori e
consumatori comunicano senza dire una parola nella considerazione di oggetti
strani, inesplicabili, che rimandano solo a se stessi e all’idea dell’arte, il
vero complotto sta nella complicità che l’arte stringe con se stessa, nella sua
collusione con il reale, grazie alla quale diviene complice di quella Realtà
Integrale di cui è ormai soltanto il ritorno-immagine. Non esiste più
differenziale dell’arte. È rimasto soltanto il calcolo integrale della realtà.
L’arte non è più altro, ormai, che un’idea prostituita nella sua realizzazione.”
(…) “L’idea rivoluzionaria dell’arte contemporanea era che qualsiasi
oggetto, qualsiasi dettaglio o frammento del mondo materiale poteva esercitare
la stessa strana attrazione e porre gli stessi problemi insolubili che un tempo
sembravano prerogativa di poche e rare forme aristocratiche dette “opere
d’arte”. Qui stava la vera democrazia: non nell’accesso di tutti al godimento
estetico, ma nell’avvento transestetico di un mondo in cui ogni oggetto, senza
distinzione, avrebbe il suo quarto d’ora di celebrità (e soprattutto gli oggetti
senza distinzione). Tutti si equivalgono, tutto è geniale. Con il corollario
della trasformazione dell’arte e dell’opera stessa in oggetto, senza illusione
né trascendenza, acting out puramente concettuale, generatore di oggetti
decostruiti che, a loro volta, ci decostruiscono. Niente più volto, niente
più sguardo, niente figura umana né corpo lì dentro – organi senza corpi,
flussi, molecole, frattali. Il rapporto con l’”opera” appartiene alla sfera
della contaminazione, del contagio: ci si connette, ci si assorbe, ci si
immerge, esattamente come nei flussi e nelle reti. Concatenamento metonimico,
reazione a catena. Niente più oggetto reale in tutto questo: nel ready-made
non c’è più l’oggetto ma l’idea dell’oggetto, e noi non godiamo più dell’arte ma
dell’idea dell’arte. Siamo in piena ideologia. E nel ready-made si riassume
in fondo la doppia maledizione dell’arte moderna e contemporanea: quella di
un’immersione nel reale e nella banalità, e quella di un assorbimento
concettuale nell’idea dell’arte. Sì, ma cosa diviene questa prospettiva del
vuoto e dell’assenza in un universo contemporaneo già totalmente svuotato del
suo senso e della sua realtà? L’arte può ormai soltanto allinearsi
sull’insignificanza e l’indifferenza generali. Non ha più alcun privilegio. Ha
come unica destinazione finale questo universo fluido della comunicazione, delle
reti e dell’interazione. Emittente e ricevente si confondono nel medesimo
anello: tutti emittenti, tutti riceventi. Ogni soggetto interagisce con se
stesso, votato a esprimersi senza avere più il tempo di ascoltare l’altro. Il
Net e le reti moltiplicano evidentemente questa possibilità di emettere per
proprio conto, a circuito chiuso, con ciascuno che mette in gioco la sua
performance virtuale e contribuisce all’asfissia generale.
(…) Interfaccia e performance: i due leitmotiv attuali. Nella
performance si confondono tutte le forme d’espressione – arti plastiche, foto,
video, installazione, schermo interattivo. Questa diversificazione verticale e
orizzontale, estetica e commerciale fa ormai parte dell’opera, il cui nucleo
originale è irreperibile. (…) In questo mixaggio universale, ogni registro
perde la sua specificità – proprio come ogni individuo perde la sua sovranità
nelle reti e nell’interazione – proprio come il reale e l’immagine, l’arte e la
realtà perdono la loro energia rispettiva cessando di essere poli
differenziali. A partire dal XIX secolo l’arte vuole essere inutile. Se ne fa
un titolo di gloria – cosa che non accadeva nell’arte classica dove, in un mondo
che non è ancora né reale né oggettivo, il problema dell’utilità nemmeno si
pone. Per estensione di questo principio, basta portare un oggetto qualsiasi
all’inutilità per farne un’opera. È quanto fa appunto il ready-made, quando si
accontenta di disinvestire un oggetto della sua funzione, senza alterarlo in
alcun modo, per farne un oggetto da museo. Basta fare del reale stesso una
funzione inutile per trasformarlo in oggetto d’arte, consegnandolo all’estetica
divorante della banalità. Analogamente, le cose vecchie, antiquate, e quindi
inutili, acquisiscono immediatamente un’aura estetica. Il loro scarto nel tempo
è l’equivalente del gesto di Duchamp, divengono anch’esse dei ready-made, delle
vestigia nostalgiche risuscitate nel nostro universo museale. Si potrebbe
estrapolare questa trasfigurazione estetica alla produzione materiale nel suo
insieme. Una volta che essa abbia raggiunto la soglia al di là della quale non
si scambia più in termini di ricchezza sociale, tale produzione diviene come un
gigantesco oggetto surrealista, preso da un’ estetica divorante, e si inscrive
dappertutto in una sorta di museo virtuale. Museificazione a tambur battente,
come un ready-made, di tutto l’ambiente tecnico sotto forma di zona industriale
dismessa. La logica dell’inutilità non poteva che portare l’arte
contemporanea a una predilezione per lo scarto – anch’ esso inutile per
definizione. Attraverso lo scarto, la figurazione dello scarto, l’ossessione
dello scarto, l’arte si accanisce a mettere in scena la propria inutilità. Essa
manifesta il suo non-valore d’uso, il suo non-valore di scambio – e, nel
contempo, si vende carissima. ” (J. Baudrillard - Il patto di lucidità o
l’Intelligenza del Male)
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