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Mi ero promesso una riflessione di fine anno – un anno molto difficile
– da proporre ai lettori in vista di quella che sarà sicuramente
una svolta nella professione degli architetti. L’imminente riforma degli
ordini professionali.
Ci vorrebbe quindi un attimo di calma, ma ho appena smesso di polemizzare con
un pasdaran del capitello, un guerrigliero dell’italianità
perduta, ovvero quell’avanguardia del gambero che al grido di “indietro
tutta” vorrebbe convincere in particolare me, su questo giornale,
di quanto siano brutti, sporchi e cattivi, ma soprattutto pericolosi, Bruno
Zevi e tutta l’architettura della modernità. Oltretutto dandosi
arie d'innovatore e insieme martire d’un sistema culturale che lo emarginerebbe dalla cultura che conta.
Questo tale si chiama Ettore Maria Mazzola, discepolo dell’antidecostruttivista
per eccellenza Salingaros. Egli vanta, a suo dire il Mazzola, l’orgoglio
d’aver proposto di trasformare il corviale romano in una caricatura dell’ottocento
neoclassico, ovvero in una Duckburg a buon mercato.
Applaudito da forchettoni di bocca buona, effettivamente potrebbe essere l’occasione
per dare al popolo sovrano una bella fetta di strapaese e sopire in questo modo
il dissenso per la crisi per un prossimo paio d'anni. Sane salcicce de’no’artri
al posto dell’odiata omelette, forse più attuale e raffinata,
ma, perdio, d’importazione. Ma che futuro avranno queste persone?
Abbiamo necessità di rinascere, di recuperare vent’anni di letargo
conservatore, vent’anni di nausea per le minestre rifatte e riscaldate,
le sagre della zucca e del culatello; vent’anni di degrado morale, civile
e finanche sessuale perché da vecchi, quel che succede a letto, è
farsa; vent’anni senza nessuna crescita né etica, né sociale,
né civile, né tantomeno estetica.
Siamo arrivati al fondo della sopportazione politica, in mano a partiti despoti,
senza idee e novità, padroni assoluti dello stato e di istituzioni cresciute
fine a se stesse e alle poltrone di chi le governa, sotto ricatto di lobby,
categorie, associazioni, comitati e ogni altro genere di forma collettiva senza
la quale un cittadino resta solo come un pirla. Ma un pirla da spremere fino
alla fine. Viviamo in uno Stato vorace, che succhia così tante risorse
da non conoscere nemmeno la quantità di cui ha bisogno. Non esiste più
bene comune, libero per davvero. Il mondo non è più di tutti,
è un fatto comunque privato, pubblico o personale che sia: i parcheggi
blu hanno pervaso il globo. Il bene comune è ormai proprietà dei
partiti e dei loro capi. Senza il loro consenso si sopravvive, ma non si partecipa
a niente e non si fa nulla.
Ebbene, in una situazione del genere, c’è ancora chi vive nell’ottocento,
con gli ideali e le aspettative dell’ottocento, e le propugna ottusamente
come una soluzione attuale.
Abbiamo, al contrario, l’assoluta necessità di fare un salto in
avanti di almeno trent’anni, non indietro di centocinquanta. Questa crisi,
arrivata inattesa per l’incapacità e la pigrizia di comprendere
quanto sia grave e pericoloso dormire sugli allori del passato e della tradizione
(economia compresa, incapace di crescere e rischiare), sarà greve di
diete e rinunce e ci priverà di tante cose. La speranza è che
le diete non riguardino i sentimenti e le idee innovative, le uniche capaci
di risollevarci dalla palude conservatrice in cui ci siamo infilati. La speranza
è che, chi ci guida in questo momento, sappia dare spazio alla concretezza
degli ideali e alle loro efficaci rappresentazioni formali. Tra queste c’è
l’architettura, che in Italia deve recuperare il suo spazio prima di tutto
creativo, cacciando dai luoghi che contano personaggi arcaici, inaspriti dall’invidia
e dalla sterilità inventiva, che si dichiarino antichi o moderni non ha
importanza. Abbiamo bisogno d’una nuova gioventù d’idee,
che sappia finalmente immaginare un futuro, perché di gente che s’immagina
il passato ne abbiamo abbastanza. Un futuro che sicuramente sarà europeo
e che, nelle mie possibilità, farò di tutto perché lo sia,
per mia figlia e per le mie nipotine, per le quali non riesco a immaginare un
domani diverso da quello europeo, multietnico, multiculturale e rispettoso della
dignità della preziosa persona, unico vero territorio inviolabile.
Ho suggerito, con una lettera alla Presidenza del Consiglio, di proporre agli
stati membri di far suonare poche battute dell’inno europeo prima degli
inni nazionali. Occorre sentirsi europei, prima che italiani, padani, piemontesi
e, per quanto mi riguarda, albesi e di sinistra Tanaro, per non marcire tutti
nel nostro bel paese soffocati dalla retorica.
È con questa speranza europea che auguro il buon anno in generale ed in particolare
al Presidente Monti e al suo governo e al Presidente Napolitano che lo ha voluto alla guida del Paese.
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