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Venerdì 8 ottobre 2004 muore in un ospedale di Parigi di cancro pancreatico
Jacques Derrida; aveva 74 anni. Con lui la Francia perde un grande pensatore,
ultimo sopravissuto di una generazione di "spadassins des années 60"
(Jacques Lacan, Michel Foucault, Roland Barthes, Gilles Deleuze e Louis Althusser)
noto in tutto il mondo, addirittura un mito negli Stati Uniti dove insegnava.
Al giornale Le Monde, nell'ultima intervista di questa estate, dichiarava: "Da
Platone in poi, è sempre lo stesso precetto filosofico: filosofare è
imparare a morire". Da tempo soffriva di una malattia al pancreas che
lo costringeva a continui ricoveri ma che, a detta degli intimi, gli hanno consentito
di evitare particolari sofferenze fisiche. Nato in Algeria, nella città
di El Biar, il 15 luglio 1930, era di famiglia ebraica con tradizioni marxiste,
di sinistra. Sinistra alla quale rimase legato nel corso della sua vita, con un
impegno sociale e politico a favore delle istanze più liberali e progressiste.
Il concetto di ''decostruzione'', perno centrale della sua filosofia, ha fatto
il giro delle università del mondo, coinvolgendo aspetti non solo limitati
al proprio ambito disciplinare, ma traboccando nelle arti, nell'architettura in
particolare, con conseguenze indubbiamente attuali e ormai diffuse.
Contro il dominio "logocentrista" della metafisica tradizionale e della
sua critica ermeneutica o strutturalista, la decostruzione afferma il primato
della parola scritta su quella parlata, in virtù di una differenza che
si stabilisce tra gesto (o traccia) e pensiero e che inganna l'oggetto originale
di ogni interpretazione successiva. Cerco di essere più chiaro.
Se la realtà oggettiva fondata sull'evidenza cartesiana - o sulla sua negazione-
aveva consentito in passato la costruzione di una conoscenza monolitica, di una
verità dichiarata motore degli eventi del mondo, la riproduzione che di
essa si poteva fare non poteva essere che narrazione, ovvero trasporto
mediante la parola del succedersi delle idee intorno alle qualità oggettive
del mondo. La pretesa era quella che il mondo fuori della persona che osserva
venisse descritto con neutralità e rigore.
Questa condizione veniva messa in crisi e negata dai filosofi dell'esistenza,
i quali sostenevano che l'unica evidenza era, ed è, la coscienza di
sé, di esistere, quindi di essere in relazione con il mondo, dentro
di esso e non fuori ad osservarlo. Questa coscienza è più reale
di quella dell'esistenza della nostra mano o del nostro piede o del nostro corpo
perché, per avere conto dell'essenza del nostro corpo materiale, dobbiamo
ricorrere alla interpretazione dei sensi e alla elaborazione di ciò che
viene da loro descritto. Ogni narrazione o raffigurazione è interpretabile
perché produce un rimando a una raffigurazione precedentemente compresa
ma, in questa serie di rimandi successivi, ci sfugge la realtà nella sua
essenza, totalità e completezza. Il linguaggio diventa padrone della nostra
facoltà di comprendere e conoscere e la sua corrispondenza con la realtà
oggettiva diviene per noi condizione necessaria per sfuggire l'inganno della ragione.
La verità nel raccontarsi fatalmente perde la sua integrità ma lascia
comunque dei frammenti, delle parti di sé che, come sostiene la
filosofia di Gadamer, se organizzate temporalmente e ricostruite lungo il cammino
e con il senso della storia, possono ricomporre il quadro di una verità
sì debole, figlia della storia e degli eventi e non padrona degli stessi,
ma plausibile, unitaria, totale, "prudentemente metafisica".
Per la filosofia di Derrida i frammenti gadameriani sono invece tracce,
impronte che qualcuno o qualcosa lascia nel suo raccontarsi. La traccia riproduce
il frammnento, lo raffigura e in questa raffigurazione, in questo trasporto dalla
cosa alla sua immagine, esiste sempre una differenza, perché l'orma
non riproduce la cosa che l'ha originata. L'indagine della verità
si sposta quindi sulle differenze, le contaminazioni, le interferenze, tutto ciò
che disturba gli eventi che stanno nel tempo e nello spazio. Mentre i frammenti
hanno necessità di contingenza, di vivere nella storia, le tracce, una
volta formate, non hanno questa esigenza. Le tracce sono segni che trascrivono
le cose e rimangono per sempre. Per Derrida i segni vengono quindi prima delle
parole. I segni conservano intatta la traccia di una verità che non c'è
perché ci sono solo tracce. Il segno scritto non interpreta.
"La traccia non è solamente la sparizione dell'origine, qui essa
vuol dire (…) che l'origine non è affatto scomparsa, che essa non
è mai stata costituita che, come effetto retroattivo, da una non-origine,
la traccia, che diviene così l'origine dell'origine"(
J.Derrida, De la grammatologie, Les éditions de Minuit, Paris 1969, trad.
It. di R.Balzarotti, F.Bonicalzi, G.Contri, G.Dalmasso, A.C.Loaldi, Della grammatologia,
Jaca Book, Milano, 2ed. 1998, p.92).
Se nell'ambito della filosofia e della letteratura questo modo di ragionare (post-strutturalismo)
si pone decisamente all'interno della riflessione postmoderna, nell'ambito dell'architettura
vengono invece richiamati concetti e ricerche tipiche della modernità,
in totale e risoluta opposizione alla deriva storicista e retorica caratteristica
del postmodernismo architettonico. Questa condizione è giustificata dal
fatto che la filosofia della decostruzione è antistorica come le istanza
più decise delle avanguardie moderniste del '900.
Io credo che dobbiamo ringraziare il lavoro di questo filosofo che ha contribuito
enormemente alla rivalutazione dei concetti della modernità nell'ambito
dell'architettura contemporanea.
Per approfondire:
Luisella
Pisciottu, "Decostruzione e Architettura"
Sandro
Lazier, "Testo e contesto: è ora di finirla"
Sandro
Lazier, "Teoria"
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