Sette invarianti? Forse nessuna…
 
Pietro Maria Bardi per la serie “Testo&Immagine”
di Francesco Tentori
LA MOSTRA
D’ARCHITETTURA RAZIONALISTA
in prima, su tre colonne, lunedì 30 marzo 1931 (12.442 Ca) con l’illustrazione su due colonne: “Giuseppe Pagano e Gino Levi : «Palazzo [Gualino] in Torino».

 

Roma, 30

La mostra degli architetti razionalisti italiani aperta ed inaugurata stamane dal Capo del Governo è una testimonianza del valore del movimento del quale abbiamo più volte discorso. Si passa dalle parole, dalle discussioni teoriche ai fatti : queste sei sale non sono colme di progetti di «cattivi ingegneri» come qualcuno, alla vigilia ancora, ha voluto scrivere, ma di realizzazioni ferme ormai nella pietra e nel cemento armato.

Tutta un’attività feconda, originale, ansiosa di trovare la via d’un nostro stile contemporaneo è rappresentata in questa esposizione rigorosamente selezionata, di artisti volitivi i quali intraprendono una polemica difficoltosa, insieme alla gioia d’un lavoro creativo indispensabile al nostro tempo. La sveglia data alla dormiente e parassitaria architettura italiana, impollaiata da pochi e furbi professori impresari, appare fin d’ora un fatto benefico. Noi abbiamo avuto la ventura di assistere al daffare, al raccomandarsi, al supplicare per esporre nella mostra : architetti che vanno per la maggiore, e che avevano osteggiato la corrente razionalista con ogni sorta di quei «mezzi», così a portata di mano dei maneggioni. Tutta questa voglia di esporre nella mostra, la corte spietatissima alla pattuglietta dei giovani significa che già s’avverte il bisogno di mettersi al corrente con i tempi.

Era più che naturale la rinuncia da parte del «Miar» all’opportunistica collaborazione. Il principio informatore dei cosidetti razionalisti poggia sulla necessità di esprimere con l’architettura la volontà, l’esigenza, la morale, lo spirito del proprio tempo : un romanista, un neo-classico, uno scodellatore di moduli corinzi non possono considerarsi degli artisti attuali, ma semplicemente dei ritardatari e dei parassiti. Ci sbrigheremo in altra sede questa verità, come abbiamo già fatto, decisi ormai a chiarire la semplicità dell’asserto : Fascismo = Fascismo.

La mostra, per concludere il punto polemico, avrebbe potuto contenere una sala di campioni d’architetture retrospettive, pseudo moderne, tale da definire lo scandalo della confusione e degli orrori. D’altra parte sarebbe facile ordinare un’esposizione nazionale, per dimostrare che le famose e così temute novità hanno una ragion d’essere di reazione sarebbe stato più che giustificato [?].

Per scorgere e capire più compiutamente il valore e le aspirazioni dei nuovi architetti bisogna tuttavia tenere in mente gli orrori. Nelle sale vi è un’ondata di semplicità, di decoro, di sincerità. I tradizionalisti che hanno sempre due piedi nel passato, se hanno due gradi di sensibilità, potranno individuare dei vitalissimi motivi di tradizione nelle modernissime fabbriche, ingiustamente confuse, nella corrente ignoranza dello stato delle cose dell’architettura, con le edificazioni straniere. Straniero è una parola che vuol dire tutto e niente, se non si citano nomi e luoghi : è comodo far della maldicenza. Vogliamo subito affermare che nella mostra esiste un tono europeo — europeo sta in senso di così italiano da imporsi nel continente — di primo ordine : siamo sicuri che trasportando la raccolta a Berlino, com’è stato annunciato, l’Italia avrà modo di figurare degnamente.

La partecipazione più forte e più nobile viene da tre centri : Milano, Torino e Roma. A Milano nacque il «Gruppo 7» le cui iniziative sono a quest’ora ben risapute e la città dell’ultimo grande architetto italiano invia un gruppo di elementi che operano con metodico e rigido senso moderno : un carattere preciso, che non presenta deviazioni e titubanze. Fatti questi che si notano, invece, negli architetti della periferia. Torino riassume in Giuseppe Pagano, l’architettura della casa degli uffici, e nel suo collaboratore Gino Levi, delle preferenze architettoniche positive e definite : quel palazzo è l’espressione di un’idea architettonica razionale assai interessante. Roma ha un movimento vario e per ora indefinito, appena nascente, per quanto formato da temperamenti saldi e originali.

Cominciamo di qui : Pietro Aschieri e Giuseppe Capponi presentano fotografie di realizzazioni che come il Pastificio e la rotonda della Quadriennale del primo, e come la casa di Lungo Tevere Arnaldo da Brescia del secondo, affermano la vivezza di due ingegni dotati pronti a dimostrare perfino gli errori di certi denunciatori del razionalismo i quali accusano questa tendenza di meccanicità, economicità e popolarità. Capponi ha costruito un edificio rivestito in travertino combinando le vene, con l’uso di materiali nostrani bellissimi, pozzi di luce, scala a elisse, terrazzi che insieme alla praticità esprimono un sentimento d’artista. Aschieri è più ardito, più sbrigliato, più colorito : gioca nelle sue facciate con delle curve e delle ringhiere che ad un ortodosso ad oltranza potrebbero sembrare «irrazionali», e che appaiono perfino garbatamente borrominiane.

Mario Ridolfi è il «pensionato di architettura» di quest’anno : un antiscolastico per eccellenza, che non si perde in piccinerie : ha progettato una palazzina di 24 appartamenti d’un piglio franco e festoso, con elementi di non-decorazione. Su questo punto della non-decorazione apriamo una parentesi. Vitruvio stesso biasimava l’«arricchimento», che ad ogni modo oggi non corrisponde a nessun reale bisogno estetico. L’architettura va ricondotta alla purezza delle masse, e gli elementi decorativi devono adoperarsi con la parsimonia indicata dalla nostra vita attuale. Va individuata appunto nella reazione al decorativismo stanco ed assente dalle masse, lo spunto più felice del razionalismo. Per noi Italiani questa tendenza non vorrà dire casa-macchina alla Le Corbusier, ma semplicemente aderenza al nostro tempo. Le belle costruzioni di Minnucci, di Paladini, di Piccinato, ad esempio, sono d’un clima nostrano. Ecco una casa di SotSass — un albergo per una vallata del suo Trentino — ambientata nella natura di quelle montagne, secondo un criterio «elementare».

Dove la discussione, ormai, non può sorgere sull’opportunità o non del razionalismo, è nelle fabbriche industriali : ci sono nell’esposizione delle dimostrazioni precise. L’edificio per uno stabilimento di tessitura in Lombardia di Adolfo Dell’Acqua, il nuovo caseggiato degli uffici Frua di Baldessari, Figini e Pollini, gli edifici industriali di altri giovani documentano la più perfetta destinazione del razionalismo. Ma quando questi architetti progettano per le abitazioni, a seconda dei ceti e delle possibilità, il loro criterio s’adopera a soddisfare le richieste : ma il tronfio, lo sfarzo, per il tronfio e per lo sfarzo non hanno posto in quest’arte del costruire.

Un salotto, un ricco ambiente si possono costruire ed arredare con ricchezza all’infuori del pescecanismo, per intenderci. La grandiosità è subordinata ad una moralità : le idee di semplicità s’impongono tuttavia nell’operare dei nuovi architetti. Ecco la buona realizzazione del Lingeri alla «Galleria del Milione», ecco gli interni di Pagano e Levi, di Puppo e di Ridolfi : impiego di «nuovi» materiali, che conferiscono decoro, e, possiamo dire, contribuiscono a dare una sana decorazione, che è una aspirazione artistica ben bene all’opposto del decorativismo, che è semplicemente un’immoralità pseudo artistica. C’è ancora da fare il paragone fra una casa baraonda di stucchi, quadri, finte colonne, tende, stoffe, tappeti, mobili dorati, vetrate, maschera di Beethoven in gesso, e una casa riposante, lucente, liscia, pulita. Ognuno conosce i famosi salotti in stile cinque, sei, sette, otto, neo ottocento, deposito d’ogni inutilità; e può, dunque, confrontare con un salotto ridotto all’essenziale da un razionalismo. Il contrasto è evidente : l’invocata assuefazione leopardiana appare indispensabile a farci su l’occhio e lo spirito.

La tendenza d’avanguardia spicca in ognuna delle sale, dove sono le case in magnesilite, economiche, a quindicimila lire, e le lussuose villette marine. Ma non soltanto piccoli edifici, si vedono : ecco Ortensi, Visontai e Villa i quali hanno progettato il teatro di Kharkow in Russia, un teatro fra i più grandi d’Europa. Alla tradizione che fu cara a tanti architetti italiani, quei giovani hanno spinto il loro raggio di lavoro alla lontana Russia. Giacomo Quarenghi non andò dalla sua Valle Imagna a Pietroburgo, al servizio di Caterina seconda? Il progetto di Kharkow è assai importante per la serietà, precisa caratteristica modernissima della sua concezione. Ma di questo progetto ci serviamo una disamina, dato il suo interesse. Un altro tema che ricorre nelle sale è quello delle case popolari. Griffini e Manfredi ne presentano un gruppo costruito fuori Milano assai notevole, e ottime le case di Cuzzi.

Anche le colonie sono oggetto di lavori. Un grande paese deve portare nell’edilizia coloniale la propria impronta : a Tripoli rifanno la Cattedrale, e allo scopo fu bandito un concorso : qui è stato presentato il progetto di Adalberto Libera, mediterraneo veramente, cui fu assegnato il secondo premio da una commissione che non vorremmo proclamare aggiornatissima e invogliatissima a premiare lo sforzo dell’architettura moderna.

La confusione sulla parola che accompagna quest’architettura è deplorevole. Basterà dire che razionale va accettato come contemporaneo, come differenziazione. Nulla in comune con la filosofia razionalista. L’ideale che emana da questa mostra non è legato né alla macchina in sé, né alla logica assoluta da più parti denunciata. Non è un problema soltanto costruttivo quello che informa il movimento. Anzi uno dei suoi principali postulati è appunto che le nuove forme architettoniche, nei loro rapporti di vuoto e di pieno, di masse pesanti e di strutture leggere, abbiano a donare all’osservatore un’emozione artistica, ottenibile attraverso l’equilibrio volumetrico e la proporzione ritmica, che il solo calcolo non può risolvere, ma che soltanto l’intuito artistico può permettere di raggiungere. In altre parole si può dire che tecnicismo, utilità, raziocinio non sono altro, per l’architetto, che la «maniera» della quale egli si vale al pari della pietra.

Lo stesso progetto per un garage a Venezia di Aloisio è una dimostrazione di quest’asserto. Anche nel Garage di Tombola è lampante il desiderio d’una conquista artistica. Prendiamo ad esempio degli edifici utilitari appunto per chiarire meglio quest’impegno della ricerca artistica. Marozzo [Morozzo] della Rocca lo spinge giustamente fino ad una barca a vela, e Rusticelli ad uno stadio di tiro a volo. Dappertutto si può risolvere un’esigenza di gusto. Marletta e Lapadula lo affrontano in un villaggio per ceramisti, Diulgheroff, il quale viene da esperienze futuriste, in interni vivaci; Pensabene in certe gustose euritmie; Labò in chiari ambienti. Ogni espositore presenta delle particolari preferenze : i giovanissimi hanno l’ardire più intraprendente e sembra quasi che il «romperla» dei razionalisti abbia saturato l’aria di una bramosia di conquiste. Osservare l’albergo di Vinicio Palatini [Paladini] per comprendere la liberazione dall’accademia professorale. Certo che uno dei professori bocciati e messi nell’«ospedaletto architettonico» colmo di bravure scolastiche, moduli sempre alla mano, e culturalismo in capo, torcerebbe il naso : ma questa volta sono gli allievi che giudicano i professori.

È un’esplosione di libertà per l’architettura : molto nobile, perché sarebbe più facile andare d’accordo con la mentalità stagnante. Gjra, Legnani, Paoletta, Caraman, Cancellotti, Michelucci, Cereghini, Frette e Rossi e altri buoni architetti non sono, per ora, compensati come dovrebbero di commissioni. Le commissioni vanno ancora in largo stile a quei maneggioni di cui abbiamo altra volta discorso.

Ma l’atletico Terragni fa vedere ai visitatori come si fa a costruire in barba alle commissioni d’ornato, nella sua Como patria di Sant’Elia.

Per concludere, questa esposizione segna il risveglio più carico di domani dell’architettura italiana. Non è possibile precisare teorie e notare delle esegesi minuziose : preso in blocco, questo sforzo giovane ed alacre si può giudicare come un principio di rinnovamento. I frutti li avremo alla buona stagione, quando la polemica per il gusto moderno avrà raggiunto gli scopi di moralità cui tende. Il fatto, per ora, è.

P. M. Bardi

   
  Il giorno successivo, martedì 31 marzo, “L’Ambrosiano” dedica a LA MOSTRA DEGLI ARCHITETTI RAZIONALISTI A ROMA l’ultima pagina, composta interamente delle seguenti immagini: — Ortensi, Visontai e Villa: Progetto per il teatro di kharkow (Russia); — Giovanni Vedres: Progetto di villa; — Figini, Pollini, Frette e Libera: Casa; — Pietro Aschieri: Edificio industriale in Roma; — Piero Bottoni: Poltrona; — Pietro Aschieri: Rotonda della Quadriennale (le ultime due immagini a fondo pagina riguardano altri avvenimenti).

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