Sette invarianti? Forse nessuna…
 
Pietro Maria Bardi per la serie “Testo&Immagine”
di Francesco Tentori
 
L’ULTIMA
BUSTA
DA ROMA

di Pietro Maria Bardi, su “L’Ambrosiano, giovedì 13 ottobre 1932 in quarta pagina.


Ritornando da un lungo viaggio in Russia[1], di cui darò conto ai lettori de “L’Ambrosiano” appena saranno passate le giornale celebrative del Decennale, ho trovato un pacchetto di posta: lettere cartoline, giornali e opuscoli: tutte corrispondenze destinate alla famosa “Busta da Roma”, perduratasi quest’estate in un viaggio Roma-Milano. Ci sono dei lettori che mi chiedono spiegazioni, altri che mi incitano a riprendere, altri che scrivono: «come faremo senza Busta da Roma»?

Non ho mai pensato dl avere tanta affezionata clientela e ne resto così confuso che, mentre sentitamente ringrazio, intendo spiegare le ragioni della mia decisione di finire l’imbucatura bisettimanale della lettera.

Considero le rubriche in genere, anche le più brillanti o le più nutrite, come palle di piombo incatenate al giornale. La rubrica fissa è il timpano di prammatica nell’architettura del foglio, è il “bacio lungo” di prammatica nel cinematografo, è la parola primavera di prammatica nel poema: è insomma un luogo comune che il giornalista pretende sia indispensabile al pubblico e che il pubblico legge di malavoglia. Io ho certamente scritto per una decina di mesi una rubrica che, senza false modestie, ha interessato la gente: nella mia prova ho avuto l’accortezza di non scrivere un’infilata di righe di “filosofia minima”, ma un diavoleto di cose, di proposte, di polemiche, di berline, organizzate all’insegna di una certa piacevole spregiudicatezza. Tutto ciò mi è valso l’appellativo di uomo coraggioso, e mi ha procurato lettere e cartoline colme di svolazzi, e persino una anonima cassa di bottiglie di vino.

Ma sono rimasto dello stesso parere: le rubriche sono bardature che vanno levate di mezzo. Bisogna avere il coraggio di scrivere una riga quando si sente di scrivere una riga, una pagina quando si sente di scrivere una pagina.

Il giornalista è l’uomo della giornata: se la giornata non dà il motivo di scrivere nulla è una prostituzione adoperare la penna per scrivere qualche cosa. Confesso che talvolta ho fatto anch’io le mie mariolerie: ho purtroppo riportato qualche “pezzo” raccomandato da questo o da quel autorevole amico, ho persino ripubblicato qualche mio brano di dieci anni fa. Certe sere che andavo a impostare, mi pareva che la busta mi strappasse la tasca, tanto era pesante. Una, due, tre volte così: poi, esaminai il caso sfogliando una lunga serie di ritagli, compiaciuto di tante piccole vittorie di tante missive di ministri, di scrittori insigni, di artisti da stimare: pretesi di non aver perduto il mio tempo e, sopra tutto, di non averlo fatto perdere ai lettori. Rivedendo i trafiletti, mi venivano in mente altre piccole battaglie, altri piccoli gesti di generosità, amicizie carissime nate per lettera: amici architetti, pittori, scultori e persino appuntati dei carabinieri, maestre elementari, lattai e — nessuno si impressioni — un prete. Già: discorrere di cose varie con sincerità, con rispetto delle opinioni altrui, con impeti di sarcasmo non manipolati, è come cercare altri temperamenti d’accordo sull’iniziativa. A un certo momento — ricordo — dovevo fondare una lega di amici della “Busta da Roma” con questo programma: «migliorare e aggiornare l’estetica italiana». Pronte le teste di turco, pronti i tiratori; poi, la deliberazione mi parve presuntuosa.

Passavano intanto le settimane: due giorni su sette, io avvertivo il lettore che a Palmi di Calabria l’architetto culturalista ne aveva fatta una delle sue, oppure che a Venezia stavano costruendo un ponte brutto, e infilavo notiziette di sveglia per i bisognosi di sveglia e davo sulla voce al dilagante Ojetti, all’imperversante Piacentini, a chi altro? Non ricordo bene: però a molta gente. Venne la primavera, venne l’estate: mi accorsi che mi ripetevo. Le ultime buste furono noiosissime, forse non per colpa mia: può darsi per colpa degli argomenti. Andare avanti significava considerare la penna uno strumentaccio: e decisi di strozzare la mia creatura.

La fine di queste due colonne ha rallegrato le genti timorose, pigre e sospettose, che andavano con i loro nomi e cognomi tra le mie righe, e ha riempito di dolore i tipi che godono delle altrui disavventure. Anche questo mi ha sempre contrariato: il tipo che tira il sasso con il braccio dell’altro, che viene sotto la tua tenda con il fegato in mano, a sputar veleno: mi è sempre piaciuto combattere sulla carta onestamente, liberamente, dando retta a me stesso. Spero che codeste medaglie non mi siano contestate.

Oggi, chiudendo la mia rubrica con queste note, mi pare di compiere un atto di confessione; mi pare di capire di più e più chiaramente la responsabilità di chi scrive e ha la fortuna di essere letto: e nel tempo medesimo ho la convinzione di compiere un modestissimo gesto di disinteresse giornalistico. Devo confessare ancora una cosa: che mi sono deciso al colpo di grazia sulla “Busta da Roma” sentendo ripetere che “avevo in mano un’arma”.

I giornalisti fascisti non hanno in mano che una bandiera: è superato il tempo del “quarto potere”, superata la “rubrica fissa”, superato un giornalismo burocratico, tavolinesco, tabaccoso e sciaticoso. Liberandomi della mia palla di piombo al piede, non rinuncio tuttavia a battere i miei ferri caldi, e non intendo stare con le mani in mano: servirò quanto prima i miei lettori con delle cronache sul Paese dei Soviet.

P. M. Bardi

   

[1] Si desume da “L’Architecture d’Aujourd’hui” (trafiletto vicino al sommario del numero di agosto-settembre 1932), che il viaggio ebbe inizio a Parigi il 26 agosto e che toccò Riga, Leningrado, Mosca, Kharkow, Dniéprostrîi, Kiev, Varsavia e Berlino.
   
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