Sette invarianti? Forse nessuna…
 
Pietro Maria Bardi per la serie “Testo&Immagine”
di Francesco Tentori
 
L’ANTICO
E
NOI

di P. M. Bardi [1]

L'arte - diciamo arte per intendere ogni atto d'esaltazione dello spirito - è una curva balistica che ritorna, nei suoi cicli di spazio e di tempo, in senso circonscritto e in senso assoluto, al suo stesso punto di partenza: una curva che si diparte da una ragione originaria che la segue e la governa, la sostanzia e la richiama a sé.
Certe curve proiettate da un uomo, da un popolo, da un secolo, hanno inciso di più nell'etere, qualche altra appena s'è notata; ma non è detto che i milioni - anzi i miliardi di curve variamente tentate dal primo creato fino a oggi, anche se lanciate dagli illusi e dagli inadeguati - non abbiano finito per concorrere alla determinazione della curva madre, cioè alla somma dei pensieri più vicini alla grandezza di Dio.
Il tempo ha stretto un patto mutuo e inesorabile con l'arte: da una parte, l'offerta delle attività eccellenti, e dall'altra la loro difesa, la consapevole salvazione, tacita, operosa, continua. Il tempo salva ciò che vale, predispone la sequenza delle iniziative, avvicina e amalgama la formazione dello spirito, di giorno in giorno custodisce il patrimonio della curva madre dell'arte che, con parola comune e tuttavia di significato, chiamiamo l'Antico.
L'Antico è il passato, ciò che di degno i predecessori hanno accumulato e che la fatalità ha selezionato, per preparare l'alimento normale dello spirito dell'uomo vivente. Lo svolgimento della civiltà è appunto l'attingere alla culla dell'Antico le idee che vogliamo perfezionare, il ricongiungere con meritevole solerzia la vita ai suoi antecedenti, mirando alle certezze che l'esperienza ci dona. Poiché civiltà vuol dire - in vera analisi - arte, siamo d'opinione che l'arte d'ogni tempo e d'ogni scuola sottintenda il principio dell'omaggio all'Antico.
Non vogliamo essere fraintesi: di fronte all'Antico, si deve stare con il temperamento della vita, senza soggezioni, senza le rinunce e i pentimenti per le nostre opere di spinta ricerca e di nobile sondaggio nel nascosto della fantasia. Chi onora l'Antico è l'audace che staglia, nel sereno della normalità, una curva assurda, e non già il ruminante che ribiascica qualcosa ritrovato nell'album dei secoli. Gli artisti consapevoli sanno che il patrimonio posseduto è la risultante delle ansie per far diverso, per aggiungere, per correggere, per reagire, per superare il passato; codesto progredire presuppone la stima, anzi la conoscenza dell'Antico.
L'opera di de Chirico, di Campigli, di Martini, di Romanelli (per abbreviare un elenco) è una riprova di quanto andiamo dicendo. Per gli uomini di talento, l'Antico è una "energia vitale" - come diceva, parlando di filologia, I'aureo Taddeo Zielinski; e - d'altra parte - studiare il nostro passato è conoscere noi stessi che ne siamo il risultato.

La premessa è per dire che "Stile" desidera onorare l'Antico. ospitando in questa nuova sezione cose d'altri tempi, lontani e vicini, testimonianze della straordinaria effervescenza creativa dell'uomo. Si tratta d'una sezione che crediamo giustificata nella nostra rivista: lo stile nella casa vien fuori non già da un'ortodossa osservanza dei canoni divulgati dai contemporanei - con le quacquere rigidità neofitali - ma da una libera e generosa interpretazione della bellezza: dea che non ha altra legge che l'inderogabilità dal buon gusto.
I1 feticismo della modernità è ridicolo quanto l'ostracismo alla modernità. Assistiamo da tempo a una lotta sorda e curiosa tra i "novecentisti" e i "tradizionalisti", cioè tra coloro che credono d'essere in regola con l'estetica del tempo, sedendo sopra una sedia di tubo lucente (gli occhi fissi su un quadro di Prampolini), e coloro che pensano di conservare la pietra filosofale posando sopra una sedia Savonarola, fissando una copia dell' "Aurora" Guido Reni.
I primi, hanno rinnovato l'appartamento, forse, liquidando un pregevole ammobigliamento neo-classico; gli altri hanno combinato pazzie per farsi fabbricare dall'intagliatore della bottega accanto le masserizie - portatelefono compreso - in stile bolognese del Cinquecento.
Al di sopra di queste turbe, tutte e due in candida fede e agitate di errore, sta la gente serena, la gente colta, ragionante, educata.
È per costei che scriviamo: sappiamo che essa, ove l'architetto (al quale indirizziamo il primo capoverso di questo pezzo) prescrive l'esclusione di qualsiasi suppellettile antica, assume senza preoccupazioni la machiavellica impresa di appendere - mettiamo sopra un tavolo in vetro di Pietro Chiesa - un arazzetto cinese del Quattrocento o un dipinto del Civerchio o un ritratto di Mancini. Armonizzare non vuol dire concordare, ma creazione di un'intimità soddisfacente il proprio gusto. Così, sopra un tavolo certosino, può stare una ceramica di Melandri.
Wart Arslan, anni fa, ambientò i pezzi del museo di Bolzano in uno scenario rigidamente "pareti liscie": e va benissimo.
L'esclusione dell'antico dall'ambiente moderno è un vezzo nato dall'ignoranza di molti arredatori; d'altra parte, l'ostilità al moderno è una caparbia impuntatura del rinunciatario; e la resistenza al bello-nuovo è responsabile della nascita dell'imitatore dell'Antico: tarlo pestilenziale della vita contemporanea.
Ben inteso, non vogliamo indicare il connubio tra Antico e moderno come un sistema da prendere alla lettera; d'altra parte, vogliamo aggiungere che, quando diciamo Antico, non intendiamo riferirci a tempi determinati: il passato è un'antologia, in cui ciascuno può scegliere un fiore, ma talvolta può chinarsi anche sopra un'erbaccia.
Di fronte all'Antico, così, stiamo con il nostro punto di vista, d'interpretazione e di compiacimento. Ogni epoca, anzi i brevi stadi che compongono un'epoca, comportano l'affiorare e il declinare della moda, che è l'ossigeno respirato dallo stile: la moda è l'impercettibile, l'apparizione sorta dal nascondiglio che aduna il senso anadiomene dell'ora che passa. Il Greco e il Magnasco, obliati per secoli, furono ripresentati da prepotenti maestri della moda. Così come l'antiquario Arduini toglie via le nebbie dal Luigi Filippo abbandonato, fino a poco tempo fa, alle esilaranti commiserazioni: sia del filo?futurista sia del cattivogustaio aspirante al castello merlato. D'altro canto, in architettura, anni fa, non si riprese tra mano non già Palladio (che, malgrado il suo errore fondamentale, è pur sempre un colosso), ma addirittura un Giacomo Quarenghi? Ugo Ojetti ci fece capre il Seicento mal considerato e denigrato, dando l'avvio alle benefiche retrospettive molto utili non solo alla cultura, ma pure a un'opera di modifica e di vivificazione dell'arte contemporanea.
Sono i corsi e i ricorsi del gusto e avvengono con le stesse leggi vichiane. Ogni secolo ha le sue preferenze, ed è naturale che con le continue giunte del tempo, le cose da preferire aumentino in proporzione geometrica. Noi, oggi, possiamo trascegliere in un giardino senza fine; ed è appunto nel nostro prediligere che dimostriamo un sentimento.
Abbiamo accennato, più sopra, ai futuristi, e non è stato a caso. L'ormai antica iniziativa marinettiana è acquisita come un fattore determinante il gusto moderno: ci si dispiace che l'autore del manifesto partì dall'idea di distruggere il passato, per creare l'avvenire. Fu una ribellione i cui enunciati dovevano essere presi alla lettera soltanto per cinque minuti. Qualcuno doveva vedere, nella vittoria di Samotracia, una locomotiva, perché qualcuno vedeva, nella locomotiva, la vittoria di Samotracia.
Sono i "problemi del tempo" e ognuno inventa la sua formula per la risoluzione. Per chiarire quanto diciamo anche sotto altre prospettive: c'è A. G. Bragaglia il quale osserva che Shakespeare, ogni secolo se lo rappezza e rivernicia come un dipinto in deperimento: e Bragaglia giustamente propone l'aggiornamento del teatro antico, secondo le nostre passioni. Allo stesso modo noi dovremmo trovare - nell'ambientamento delle case - la maniera per rendere vivo quanto è vivo d'una cosa antica.
Ripetiamo: si tratta di considerazioni che proponiamo al vaglio, e fin d'ora preghiamo di non ravvisarvi la scoperta d'una "crisi" nell'ambientamento imputabile ai contemporanei.

La nostra sezione vuol essere un contributo alla circolazione di quest'idea: l'Antico non deve essere escluso dal moderno, anzi, vi deve trovare il suo degno posto.
L'Italia ha una posizione, in questo campo: l'Antico è sua gloria e costituisce anche una sua ricchezza. L'Italiano ha tanto creato, e il tempo ha tanto salvato delle sue arti, e tanto abbiamo dato all'intero mondo, come nessun altro paese. È un patrimonio che dobbiamo mettere nel suo eminente valore, poiché è vero oro: l'oro che conta è la poesia, è l'arte.
Giorni fa, Dino Bonardi sulla "Sera" riassumeva molto bene questa considerazione, auspicando anche la nascita di un mercato dell'antiquaria, un centro come fu Londra; e indicava Milano. Forse, è meglio Roma; ma non è di questo che vogliamo parlare: sono argomenti allo studio della Federazione competente, la quale vede i problemi dell'Antico con una prospettiva misurata sul metro dell'intelligenza. L'Italia annovera una categoria di antiquari distinti, conoscitori della materia; essi hanno creato un grande mercato che è il presupposto della conservazione del prezioso materiale, e la messa in valore di ogni cosa, dalla pittura alla scultura, dal libro al mobile, dalla ceramica alle stoffe, è una vera galanteria verso ciò che è stato.
Con gli antiquari, abbiamo istituito una viva opera di collaborazione: su "Stile" - cioè in una sede di accesa contemporaneità - faremo posto all'Antico, lo faremo apprezzare. È un atto di devozione. L'Antico è un germe di vita, l'elemento organico della nostra educazione.
Cominciamo la nostra sezione riproducendo alcune opere che figureranno in una mostra della nuova "Galleria d'arte antica e moderna", aperta da Ferruccio Asta a Milano in via Andegari: iniziativa degna di premuroso interesse, e che servirà a portare un fattivo contributo non solo nel campo dell'Antico, ma anche in quello del moderno; anzi: in tutti e due, nel senso che abbiamo cercato di spiegare in questa nota introduttiva.

   

[1]L’articolo uscì su “Lo Stile” n. 3, marzo 1941, pp. 57-58. Esso appartiene al periodo in cui Bardi non può firmare i suoi articoli, ed è siglato con due stellette.
   
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