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Ci sono 11 commenti relativi a questo articolo

Commento 444 di Roberto Munari del 29/10/2003


Ho avuto la fortuna, o la volontà, di vedere molte opere di FOG, ed ho avuto anche il "piacere" di vedere l'area dove sorge attualmente la WDCH vuota, senza connotazioni, come un parcheggio a manhattan, fra altre costruzioni, ma divisa da enormi strade. Seguo da un certo periodo su internet il crescere dell'edificio, che ora è terminato. Pensavo che dopo aver visto il Gugghi di Bilbao FOG non avrebbe potuto inserire urbanisticamente un edificio meglio di quello, perchè per me il pregio maggiore del museo di Bilbao è il suo "conivolgimento urbano" con il contesto, infatti molte persone gli girano in torno, solo per guardarlo od attendere che cambi colore il rivestimento di titanio.
Chiaramente il progetto della WDCH è già stato più che pubblicato, chi segue FOG da anni lo conosce bene, ma la sua realizzazione potrebbe rientrare in un filone critico, permettetemi la dizione, da Bilbao in poi, come se oltre non si potesse andare; come se, lo si sà Ghery è così! Mentre la sua architettura è molto "funzionale" e razionale, ma chiaramante non ci si deve fermare all'incanto dei movimenti, ma andare oltre, vivere i suoi spazi per comprenderli, in fondo rispetta quasi tutte le sette invarianti zeviane.
Alla prossima.

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Commento 446 di Andrea Pacciani del 29/10/2003


E' un po' triste vedere tanto entusiasmo per un progetto vecchio nella sua modernità e quasi classico nella distribuzione degli spazi.
tutto mi aspettavo da Fog tranne che una sala concerto simmetrica, che nella sua simmetria interna svela la mediocrità dei contenuti e il diventare stile disneyano di un segno architettonico, alla stregua dei già condannati esempi post-moderni.
E' buffa questa celebrazione all'imprenditoria Disney che notoriamente cavalca le mode dell'architettura contemporanea da sempre, e da sempre è orientata alla massima gratificazione del gusto popolare e per questo atteggiamento, da sempre condannata dalla critica architettonica alta. Tutto questo vuol dire che questa che è la stessa imprenditoria che ha commissionato le new town di Celebration e la sua omologa parigina con questa magnificenza di metallo viene riabilitata ai ranghi illuminati?
Non so a me quest'edificio sa già di vecchio, un po' come quando a milano hanno costruito il grattacielo post-moderno della stazione Garibaldi dieci anni dopo l'AT&T di NY
Aspettiamo ora una ventata fogghiana italiana che ci regali qualche bel streamlining decostruttivista per camuffare qualche banalissima stazione o aereoporto, possibilmente in pieno centro storico almeno da far arrabbiare Cervellati che ha il torto di aver fatto a Bologna l'unico P.R.G. in tutt'Italia che non ha distrutto la città a lui pervenuta.
Ah, dimenticavo; ho letto per sbaglio un librino di Vittorio Magnago Lampugnani Modernità e durata.......forse un po' meglio dei miei interventi su antithesi su cosa è per me la tradizione in architettura, ma quasi quasi....

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29/10/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a Andrea Pacciani

È desolante vedere quante sciocchezze si riesca a scrivere in poche righe. Quando si è in preda a conati di invidia viscerale e a frustrazioni personali sarebbe meglio evitare di avventurarsi in pseudo-dotte disquisizioni. Ne guadagnano la salute e la dignità personale.
Nel minestrone che ci è stato servito si parla di tutto: modernità, vecchiume, post-modern, Disneyland, gusto popolare, new towns, stazione garibaldi, AT&T, Bologna, Cervellati. Perchè non anche di olimpiadi, lassativi, psicoanalisi, pesca subacquea?
Vediamo comunque di filtrare un pò i condimenti piu indigesti.

1. “E' buffa questa celebrazione all'imprenditoria Disney...” L’imprenditoria Disney con la Walt Disney Concert Hall non c’entra un fico secco nè finanziariamente, nè “culturalmente”. L’offerta iniziale di 50 milioni di dollari, che risale al 1988, era di Lillian, la vedova di Walt, a cui si aggiunsero i contributi delle due figlie Sharon Land e Diane Miller, per un totale che a tutt’oggi viene stimato in 120 milioni (circa il 40% del costo finale dell’opera). Nessuna di loro ha niente a che fare con la Disney Corporation che è diretta invece da Roy E. Disney, nipote di Walt. La Disney Corporation ha dato un contributo di 25 milioni nel 1997 e non ha mai giocato nessun ruolo nella vicenda. Nè Lillian, nè le figlie hanno mai cercato di influenzare le scelte formali, nè durante la competizione (internazionale ad inviti con 4 finalisti), nè dopo. La giuria fu una scelta indipendente del Music Center. Lillian non partecipò mai e delegò il suo avvocato per seguire più che altro gli aspetti legali. Non ha mai esercitato il diritto di veto che pure aveva. Sulle scelte architettoniche non ha mai avuto nessuno preconcetto.
La ”celebrazione all'imprenditoria Disney”sarà pure una citazione ad effetto ma è un volgare pretesto per giustificare una rancida sbrodolatura no-global e antimoderna.

2. Gehry un decostruttivista? Questa è una perla da incorniciare. Dove sono le decostruzioni gehriane? La voglia di essere per forza originali, senza averne l’ispirazione, fa prendere fischi per fiaschi. Il metodo e la poetica gehriane sono altro. Ho cercato di descriverle negli altri articoli pubblicati e non mi ripeto. D’altra parte non c’è peggior sordo di chi non vuol sentire.

3. “... un progetto vecchio nella sua modernità...”. La solita italica supponenza di essere l’avanguardia delle avanguardie, salvo ritrovarsi, con un triplo salto mortale rovesciato, ad adorare i presepi di Cervellati.

4. Giudicare un’edificio analizzandone solo un particolare trascurando allegramente il resto sarebbe come giudicare una persona in base alla dentatura. Che facciamo giudichiamo la scuola di Lünen di Scharoun in base ad alcune aule simmetriche? E come la mettiamo con il Mummers Theater a Oklahoma City di Johansen? Mai sentito parlare di edificio-città-terrritorio?
Il contenuto (lo spazio per concerti, quale mediocrità!) ha determinato la forma. L’acustica era problema sovrano. Dirà Gehry “Se falliamo con l’acustica alle gente non gliene importerà nulla della bellezza dell’edificio”. Sono state analizzate tutte le possibili soluzioni (ci sono 60 modelli della hall). Gehry ed i membri del Music Center hanno viaggiato in lungo e in largo per il mondo, visitando le più importanti sale da concerti. L’opzione iniziale era per una sala tipo la Philarmonie di Berlino di Scharoun, ma le diverse dimensioni della sala ed altre considerazioni tecniche hanno spinto per il modello della Suntory Hall di Tokio opera di Nagata (ha iniziato lui il progetto acustico della Disney ma poi si è ritirato in pensione lasciando il posto ad un suo allievo, Toyota), considerata la miglior sala al mondo per l’acustica. Da quel modello, architettonicamente mediocre, Gehry ha tirato fuori quel portento che solo uno spirito creativo è in grado di tirar fuori.
Solo chi crede nei miti e nelle regole auree può scandalizzarsi per una soluzione simmetrica che si adatta al contenuto e soprattutto è stata scelta dopo aver scartato decine di altre soluzioni. Ciò che l’architettura moderna rifiuta è la simmetria imposta a priori, indipendentemente dal contenuto, o a dispetto di questo, come precetto ideologico-formale.
Detto questo è l’insieme dell’edificio che va analizzato. É parte della metodologia gehriana ancorare le contorsioni dell’edificio a strutture geometriche e, qualche volta, simmetriche. La conformazione degli spazi accessori della Disney Hall è magistrale proprio perchè quasi stritola la sala centrale che in questa orchestrazione degli spazi quasi scompare. Estrapolare un elemento dall’insieme e rigirarselo pensierosi tra le mani è quanto di peggio si possa fare per capire le architetture gehriane.

5. L’aedo Cervellati. Paolo Ferrara risponderà se si ritiene tirato in ballo e se lo riterrà opportuno. Da parte mia dico che quello che ha fatto Cervellati a Bologna è molto più vicino all'impre

 

Commento 447 di enricogbotta del 30/10/2003


Bella quest'ennesima disputa tra chi ingiustamente loda Gehry e chi ingiustamente lo disprezza. Gehry e' clamorosamente sopravalutato e solo in funzione di questa sopravalutazione si e' conquistato una schiera di detrattori accanitissimi. Di Gehry, al contrario di cio' che i piu' pensano, non c'e' proprio niente da dire... ne' di bene ne' di male. Certo e' che comincia ad annoiare e nel momento in cui la noia avra' il sopravvento il buon Gehry finira' nel dimenticatoio come le scarpette Prada della stagione passata. Sfido Mariopaolo a riconoscere 5 dettagli di 5 progetti di Gehry degli ultimi 5 anni... sono tutti uguali. "Superficialemente" uguali si dirà, certo uno sara' un centro ricerche un altro un museo... ma sono fatti con lo stampo... sono la stessa cosa. Questo basta, a mio modo di vedere, per mettere una bella lapide sul lavoro di Gehry, una pietra sopra il Guggenheim, il cuore in pace ai messianici adulatori e ai disfattisti detrattori, e cambiare discorso.

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30/10/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a enricogbotta

Diamine siamo stracolmi di architetti che “superano” le avanguardie e non ce n’eravamo accorti. Abbiamo fior di spiriti critici che “leggono” le opere senza averle neanche viste perchè "capiscono" tutto per dono divino e non ce n’eravamo accorti. Con simile patrimonio umano e intellettuale dovremmo essere ai vertici della cultura mondiale e invece navighiamo nei bassifondi. Come mai? C’è evidentemente qualcosa che non quadra.
Zevi aveva provato per primo a spiegare il perchè "Assai piu’ dei loro colleghi stranieri, gli architetti italiani servono quasi esclusivamente il potere, la chiesa, il principe, l’oligarchia, lo stato, la classe egemone, la quale, chiusa in se stessa, si occupa del benessere popolare solo per quanto basta a difendersi dalle rivolte."
Un’altra spiegazione la troviamo nell’ignavia intellettuale e morale che gli impedisce semplicemente di capire cosa accade fuori dal loro miserabile, rinsecchito orticello.
Un’altra ancora è in quel vezzo goliardico di esibire sempre e comunque tutta la propria mediocrità soddisfatta e compiaciuta.
Se a tutto ciò aggiungiamo il gusto di sentirsi “fichi” nell’attaccare (di fa per dire) un grande i conti tornano.


Si sforzassero di studiare, capire, meditare l’opera gehriana? Nooooo! Loro ci pisciano sopra. Ma non hanno l’accortezza di farlo in favore di vento e a pisciare controvento ci si ritrova inzuppati.
André Malraux, commemorando Le Corbusier, disse che era la personificazione della più grande forza rivoluzionaria dell'architettura moderna "perché nessuno fu più a lungo e pazientemente insultato". Ora ci provano con l’architetto californiano ma per mettere la lapide sul suo lavoro dovranno attendere ancora qualche secolo.

Se questo è il livello dei detrattori il buon Gehry può dormire sonni tranquilli: questi nanerottoli non sarebbero in grado di salirgli sulle spalle neanche se si sdraiasse per terra.

Troverei ben più di 5 dettagli ma questi giochetti infantili di gente che non crede in nulla non mi interessano.

 

Commento 448 di enricogbotta del 31/10/2003


Evidentemente il signor Fadda pensa di potersi permettere di insultare le persone che, come me, pensano non ci sia nessuna utilità nel dire cose del tipo:
"Il capolavoro gehriano conferma che la moderna cultura architettonica è pienamente immersa nelle problematiche del mondo contemporaneo, non si lascia irretire né dalle fughe a ritroso né da quelle in avanti. Non persegue rigidi formalismi e disdegna le forzature ideologiche."
Quello che scrivi cos'e' se non ideologia? Dici di "analizzare" l'impatto sul contesto ma evidentemente l'analisi (caratteristica tipica del pensiero filosofico statunitense, ma piu' del New England e poco consono ai surfer californiani) non sai neanche dove sta di casa:
"A parte il valore dell'opera in sé è interessante analizzare l'impatto con il contesto.
La competizione per la Hall viene tenuta nel 1988 e già da subito si punta ad un'opera di qualità che funzioni da stimolo per la rinascita di downtown che ha conosciuto un'inarrestabile declino sin dagli anni '30. L'effetto Bilbao è di là da venire ma la Disney Hall ha il potere di mettere in moto un processo che negli anni si rivelerà lungimirante. Nel 1990 viene realizzata la sinuosa scalinata di Bunker Hill opera di Lawrence Halprin, nel 1993 Pershing Square su progetto di Legorreta, nel 2003 la nuova cattedrale cattolica di Moneo ed è tuttora in costruzione la nuova sede del dipartimento dei trasporti della California, opera di Thom Mayne."
Questa la chiami analisi? Questo e' un elenco di opere che tu dici "innescheranno" (quindi non lo hanno innescato, quindi non e' un'analisi ma una previsione...) un processo che si rivelerà lungimirante... che cosa vuol dire questa frase? assolutamente niente, aria fritta che tu chiami analisi. Quale processo? Dici a priori che a posteriori dovra' essere considerato lungimirante (visto che solo a posteriori si potrebbe affermare una cosa del genere...)?
Dopo dici che l'impatto e' positivo perche ha riattivato l'interesse degli investitori (tu li chiami investitori ma in america ci sono quasi esclusivamente speculatori) immobiliari... come dire... Britney Spears e' meglio di Pollini perche vende di piu'. Tutte idiozie caro Fadda. La Spears e' monnezza tecnicamente e commercialmente perfetta come tutta l'architettura di "successo" dei nostri giorni. Pollini e' un altra cosa, e forse un Pollini... in architettura... oggi non c'e'.
Poi ti lanci nelle lodi del liberismo normativo, della libera imprenditorialità pianificatrice, pure follie.
"Anche lo SCI-Arc, l'istituto di architettura diretto da Moss, lo scorso anno si è trasferito da Venice a downtown, dopo aver scartato altre possibili sedi. E Moss ha giustificato la scelta proprio per il clima dinamico che anima ormai il cuore della città." Ti dimentichi di dire come proprio Moss stia asfissiando una scuola una volta vero luogo di libertà (si parla ormai di molti anni fa). Proprio Moss mi vai a citare, la figura piu' accentratrice, egocentrica, con smanie di controllo totale che ci sia... Ma forse Moss neanche lo conosci.
Riguardo alle citazioni dei giudizi (come mai citi solo quelli positivi? di negativi non ce ne sono stati????) sull'opera in questione, compi un'operazione di bassisimo marketing che ricorda molto il costume delle case editrici di appiccicare i giudizi positivi su un libro, dati da recensori "amici", in qarta di copertina. appena vedo una roba del genere so gia' che il libro forse e' meglio non comprarlo. Quella che fai non un'operazione critica. Tanto valeva che scrivessi che sta schifezza di Concert Hall a te piace tantissimo. Il che e' legittimo tanto quanto l'opinione di chi pensa che sia, appunto, una schifezza.
Per quanto concerne i tuoi patetici commenti riguardo a pisciate controvento etc ti consiglio di 1. fare delle ricerche sulle persone con cui a che fare prima di blaterare risposte che possono solo coprirti di ridicolo e 2. specialmente per le cose sui nanerottoli e i giganti, ti consiglio di vedere un analista che potrebbe sicuramente aiutarti con i tuoi evidenti complessi di inferiorità.
Detto questo, credo che antithesi dovrebbe includere le email degli autori degli articoli cosi come accade con gli autori dei commenti. Se infatti il sig. Fadda avrebbe potuto tranquillamente risparmiare le sue inutili sciocchezze scrivendomi in privato, cosa che ha inopportunamente deciso di non fare, io purtroppo ho dovuto rispondere pubblicamente e lo avrei volentieri evitato.
saluti,
enricogbotta

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31/10/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a enricogbotta

Comprendo benissimo il disappunto del sig. Botta: è la reazione tipica di chi soffre di complessi di inferiorità e vuole che tutti siano o cani o porci. Come comprendo il suo livore ed il suo disprezzo per l’opera gehriana anche se una visitina all’opera prima di sputare sentenze non avrebbe guastato. Non sarebbe servita a fargli cambiare idea (gli italiani si sa sono tutti d’un pezzo) ma avrebbe, se non altro, dato credibilità alla sentenza che invece è stata emessa in contumacia. Se le riuscisse di farla eseguire, per la lapide le consiglio questo epitaffio “Qui giace un’opera pseudo-moderna concepita da un inetto architetto californiano e giustiziata da un’incompreso genio italico”. Dubito che quella sentenza vada mai in porto per cui esprimo sin da ora tutta la mia solidarietà al genio incompreso.

Comprendo anche il fastidio per le pressocchè unanimi recensioni positive dell’opera da parte dei critici di architettura della stampa americana ma “che ce voi fà” dicono a Roma. Per la prossima inaugurazione di un edificio di Gehry il sig. Botta potrebbe consigliare quei critici così poco allineati al suo credo di scrivere recensioni negative. Le voci contrarie? Quando si svolse la competizione internazionale gli ambientalisti protestarono perchè l’edificio avrebbe aumentato i consumi d’acqua e gli scarichi nelle fogne comunali. All’inaugurazione una dozzina di manifestanti a protestare contro l’opulenza borghese.

Diceva Wright “La creatività non solo è rara ma è sempre rischiosa”, il quale aggiungeva “Nessuna gelosia regge il confronto con la gelosia professionale”. Ma nel nostro caso mi pare che Gehry abbia ben poco da preoccuparsi della gelosia professionale del sig. Botta.
D’altra parte tra dieci, venti, cento anni la Disney Hall sarà ancora li a testimoniare la straordinaria creatività di Gehry ma chi mai si ricorderà delle sentenze del sig. Botta?

Gilmore, McGuire, Broad sono speculatori edilizi nella stessa misura in cui lo è il sig. Botta. Ne’ più, nè meno. Hanno però il torto di essere americani: quindi delinquenti innati. A quando il gulag per questi insaziabili pidocchi?

Postilla: Perchè mai dovrei scrivere le mie considerazioni e ricevere i commenti in privato? In privato solo gli amici, al largo gli invadenti esibizionisti.
La polemica finisce qui.

 

Commento 450 di mara dolce del 31/10/2003


In un presente di nani e ballerine, l'unico nano che puo' permettersi di dire qualcosa sul lavoro di Gehry è l'ipertrofico ego (questo si, gigante) di Mariopaolo Fadda; tutti gli altri devono accontentarsi di leggere le sue personalissime opinioni spacciate per scienza esatta che, laddove non arrivano con argomentazioni sensate sono supplite dagli insulti.
Apprezzabile l'euforico (seppure adolescenziale) entusiasmo di Fadda per il suo divo preferito, ma dovrebbe imparare a dire quello pensa da architetto, piuttosto che da critico da architettura di quelli che vanno adesso: dall'oggi al domani.

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Commento 451 di Fausto Capitano del 01/11/2003


Dalle contorsioni di membra dialettiche, in questa lite digitale che sta venendo su bene, emergono solo pochi gesti concettuali invitanti riflessioni.
"Dove sono le decostruzioni gehriane?"- Gehry decostruisce ... gli armamenti pesanti dimessi, dai quali commissiona l'estrazione delle lamine di titanio. Le ditte italiane specializzate ringraziano e incassano, le autorità russe incassano e se ne fregano, il "maestro" energizza le sue ipersuperfici assorbendo luce e ammirazione. Gehry decostruisce ... i vuoti di limite, sostituendoli con addensamenti materici di facciata che plagiano le percezioni spaziali interne: il negativo di ciò che prorompe fuori, aspira, secondo campi poliversi, il dentro (è come scrutare l'interno di una statuetta di Madonna comprata alle bancarelle). Gehry decostruisce ... gli animi di chi entra già mezzo tramortito dalle luci e ammirazioni riflesse assorbite fuori. Gehry decostruisce ... i pensieri di chi si muove nei suoi spazi, le sensazioni di chi tocca le sue atmosfere, già ebbri di messaggi promozionali e recensioni di casta.
"...Un progetto vecchio nella sua modernità..." - Un progetto, e basta! Vecchio, moderno, intelligente, idiota... boh!? Un progetto coagulato attorno ad un investimento finanziario che avrà minore riscontro di quello di Bilbao, attorno ad un codice creativo che ha avuto un suo inizio lontano ed una fine prossima, attorno ad un architetto che conosce i suoi polli, attorno ad una congiuntura di squilibrata percezione del mondo, dei parametri antropici, della relatività emozionale.
"Mai sentito parlare di edificio-città-terrritorio?" - Allucinazioni? Forzature indotte dal desiderio di infilare nella collana dei propri miti tutto ciò che di irriverente si raccatta per strada, usando l'ago e il filo della erudizione e della affinità elettiva con chi sa prendere in giro la nostra società sbalestrata e strafatta di pubblicità e lobbing? Le ultime installazioni di Gehry fluttuano nell'urbano, intrudendo tra le pieghe delle indistinte traiettorie di un costruito senza differenze. La plasticità parametrizzata dei suoi stampi abitabili, raggruma nella nostra sete di novità, nei nostri disagi spaziali, nelle nostre abitudini bidimensionali, nella nostra debolezza sensoriale. Noi ci costruiamo le architetture di Gehry. Questo è l'unico Continuum che scorgo.
"...Gli architetti italiani servono quasi esclusivamente il potere, la chiesa, il principe, l'oligarchia, lo stato..." - Ma gli architetti italiani servono a qualcosa? A migliaia vagano, lamentosi, in una Patria che sembrano odiare per quanto è mal costruita; a migliaia sputano sulle cementificazioni di quello che loro spacciano come un sessantennio di oligarchia ingegneristica; a migliaia tramano, si additano a salvatori, cercano di prendere le distanze da ciò che loro stessi hanno generato. Gli architetti italiani sono razzisti nei confronti degli Ingegneri, nei confronti dei governi burocrati, nei confronti della committenza media aculturata, nei confronti di ciò che non hanno potuto costruire loro, distruggere, fruttare, sporcare. (Vi invito a leggere l'editoriale nell'ultimo numero dell'ARCA)
"...Questi nanerottoli non sarebbero in grado di salirgli sulle spalle neanche se..." - Tra nani arrampicatori, lapidi commemorative, recensori amici, pisciatine controvento e incitamenti al risveglio, mi ritrovo a pentirmi di aver ceduto allo sconforto quando non mi sono potuto iscrivere ad una facoltà d'architettura, ripiegando su una d'Ingegneria. Allora ignoravo i rischi che avrei corso, oggi un brivido di rincuoranti constatazioni percorre il sorriso di un cybernauta come tanti che si sofferma divertito sulle scaramucce di quattro infanti.

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Commento 452 di Sandro Lazier del 01/11/2003


Credo che Mariopaolo Fadda sia dotato di sufficiente struttura fisica e intellettuale per difendersi da solo dall’accanimento degli ultimi commenti. Per quanto ci riguarda, per antiTHeSi - e quindi credo di interpretare anche il pensiero di Paolo G.L. Ferrara – la qualità dei progetti di F.O. Gehry è fuori discussione. Se ne può discutere e parlare, ma definirli modaioli, superficiali o addirittura classici non sono un modo serio di fare critica, quindi si perde tempo che potrebbe essere impiegato in modi più divertenti e utili.
Da tutta la polemica sembra venir fuori che i cattivi sono l’ignaro Gehry e il bravo, anzi bravissimo, Fadda. Mentre i buoni sono il tradizionalista Pacciani, il nichilista Botta, la Dolce Mara e il nebbioso Capitano. E questo non sta né nelle intenzioni di un giornale come il nostro, né nell’ambizione di chi ha messo in piedi questo giornale proprio per promuovere l’architettura come quella che Ghery ci propone. Un’architettura libera soprattutto dalle incrostazioni filosofico-filologico-linguistiche lontane anni luce da un sentire espressivo sincero, generoso, vivo e gioioso.

Tutti i commenti di Sandro Lazier

 

Commento 465 di Antonino Saggio del 03/11/2003


Cara Antithesi,
ho letto con interesse l'articolo di M. Fadda sulla Disney Opera a Los Angeles e la seguente polemica.

L'articolo di Fadda è molto buono: è un esempio che dimostra che, "dai oggi e dai domani", comincia a nascere una generazione che sa parlare in maniera pertinente di architettura:e cioè informando, descrivendo e commentando un'opera in una equilibrata miscela tra le diverse componenti.

Ho letto anche le veementi e precise risposte dello stesso Fadda. Un contributo "personalizzato", che credo sia un bel toccasana. Queste risposte sono uno dei casi più riusciti in cui una polemica ha senso per un lettore. La struttura editoriale di Antithesi ne risulta esaltata. Non è poco.

Poi, le cose devono finire, positivamente. Credo che E. Botta dovrebbe, semplicemente, scrivere un articolo in cui illustri e commenti un opera di questi anni che abbia per lui un vero valore nel contesto architettonico di oggi.

Tutti i commenti di Antonino Saggio

3/11/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a Antonino Saggio

Se Lazier e Ferrara sono d'accordo estenderei l'invito di Saggio a Botta a "scrivere un articolo in cui illustri e commenti un opera di questi anni che abbia per lui un vero valore nel contesto architettonico di oggi" anche a Pacciani, Dolce e Capitano. Nessuna ironia. La proposta e' seria perche' ci permetterebbe di conoscere il lato positivo, come dice Saggio, e propositivo delle persone con cui dialoghiamo o ci scontriamo.

 

Commento 467 di Paolo Marzano del 04/11/2003


Io proporrei, per tutti gli interessati, invece, di analizzare tutti insieme la stessa opera architettonica. Attenzione, potrebbe essere anche un'istallazione realizzata in qualche esposizione. Oggi che si parla tanto di 'intelligenza collettiva', di 'gruppi interattivi' sarebbe un esperimento da fare per poter capire e forse meglio interpretare come, dove e quando inizia a realizzarsi uno spazio architettonico; nei territori virtuali o su di un foglio di carta casuale o visivamente percependo segni ancora non identificati che si presentano a volte nella nostra realtà. Comprenderemmo sensibilità, esperienze diverse e soprattutto introdurremmo una volontà nuova, basata su un'architettura sempre diversa, percettivamente riprogettabile quindi 'interattiva' ma, imponderabilmente, condivisa.

Tutti i commenti di Paolo Marzano

 

Commento 469 di Paolo Marzano del 05/11/2003


Il concetto è chiaro come è chiaro l'entusiasmo di Fadda, però c'è una piccola osservazione che vorrei fare. Eccellente l'articolo 'giornalistico', ma personalmente ritengo che poche opere nella vita di un architetto possano portare a riflessioni esperienze dibattiti. La ricerca architettonica è salva, plauso al 'Maestro Gehry' arrivato però, secondo me, all'apice di una visione globale con il 'manifesto della libertà architettonica' con Bilbao. Lo abbiamo visto, compreso, ammesso tutti, il resto però diventa una 'ripetizione dell'identico'. Non potrebbe il mondo sopportare più di un'opera di questa fattura e carica 'sensazionale', ora aspettiamo un'evoluzione della sua pratica architettonica. Una nuova libertà da riconoscere e da esaltare. Lo hanno fatti in tanti e non vedo perchè Gehry non lo dovrebbe fare. Che superi la soglia della ripetizione scultorea boccioniana in titanio, inoltrandosi in altri ambiti nuovi, ne ha tutte le potenzialità ma non vedo perchè trasformare la libertà architettonica in tecnica industrializzabile o in spazio libero 'codificato' secondo la sua 'Gehrytecnologia', è un grande architetto anche senza i cloni 'TITANICI' ; però che vada avanti!

Tutti i commenti di Paolo Marzano

 

Commento 477 di Andrea Pacciani del 07/11/2003


E' lo smoking di Gehry da ragione a Cervellati
Scusate se riprendo qui l’intervento su Gehry, quella sua immagine in smoking all’inaugurazione della Disney Hall mi ha fatto veramente pensare. Non ho idea e non mi interessa come il “maestro” si vesta tutti i giorni per andare in studio o in cantiere; di fatto all’inaugurazione della propria opera e per andare a sentire l’Opera, non può che mettersi il suo bravo smoking e calarsi nella “convenzione sociale” della serata di gala americana.
Mi sento già rispondere che nessuno è obbligato a mettersi lo smoking per andare a teatro ed è ormai un usanza in declino, sorpassata, snob o che Gehry è un marpione che si traveste per apparire meglio con i suoi committenti creduloni e voi non l’avreste mai fatto.
Sappiamo invece che l’abito scuro o quello da cerimonia non sono solo una questione di apparenza, ma hanno tutta una loro dimensione sociale riferibile ai comportamenti di vita comuinitaria e ai valori di convenienza e di appartenenza che fanno parte della inalienabile identità culturale delle persone e non si può far finta che non esistono più.
Tutti gli invitati all’inaugurazione della Disney Hall sono poi tornati a casa con i piedi doloranti, hanno rimesso in naftalina il loro abito che non usano quasi mai e si sono rivestiti con Levi’s e sneakers per riprendere la loro vita quotidiana. Non sono stati ad una carnevalata né hanno compiuto un gesto fuori dal loro tempo, hanno semplicemente vissuto un loro momento di convivialità secondo la loro tradizione, sfoggiando abiti firmati da stilisti all’ultimo grido, un po’ come quando nel passato si metteva il vestito della festa per andare a messa; sono riti, abitudini di vita che cambiano nel tempo nei modi ma rimangono inalterati nella sostanza per secoli e coinvolgono tutti.
Ecco chiedere ad un architetto di costruire in centro storico è un po’ come chiedere ad uno stilista di moda di disegnare un frac, un abito di sposa, o un anello da fidanzamento. Ovvero si tratta di lavorare su un contesto molto preciso, delineato nelle convenzioni degli usi del tempo e nell’educazione e nel rispetto di chi ci ha preceduto e di chi ci succederà per mantenere in uso il patrimonio culturale pervenuto, con tutto il peso delle regole di vita che vi appartengono.
Non sono un esperto di moda, ma credo che gli smoking di Armani o di Ferrè sappiano essere contemporanei senza uscire dai canoni tradizionali dell’abito da cerimonia; non sono un falso storico, nessuno li scambierebbe per vestiti d’epoca e, se manterranno nel tempo le caratteristiche di rappresentanza e attualità stilistica, saranno apprezzati maggiormente perché magari saranno indossati più a lungo. Disegnare questi vestiti non toglie certo ai loro autori margini di originalità, innovazione tecnologica o di materiali, né di creatività: semplicemente per avere successo nel prodotto è rischiesto un allontanamento dai margini tradizionali che, per non sbagliare, deve essere contenuto nella misura, nel dettaglio, nell’umiltà dell’intervento innovativo, nella omissione degli autoreferenzialismi e delle interpretazioni personali.
Chi non vuole edifici modernisti in centro storico chiede soltanto che venga mantenuta questa invariante della tradizione compositiva del luogo nel rispetto dei valori che riesce ancora a trasmettere. Questo non vuol dire imbalsamare con resine e collanti case senza bagni e senza ascensori “condannando” alla storia gli edifici del centro, bensì continuare ad adattarlo alle reali necessità contemporanee, continuarne la vita e agevolarne il futuro, ma nella stessa cultura urbana e abitativa con cui questi ci sono pervenuti. La storia ormai ci ha insegnato che gli interventi modernisti nella città storica stanno come un altare controriformista in una chiesa romanica: eccitanti nella loro ridondanza, quasi sempre fuori luogo, nel tempo insignificanti, assai raramente geniali.
Credo che nessuno stilista si tiri indietro di fronte alla richiesta di disegnare un abito classico, anzi credo sia stimolo per lui per confrontare il proprio lavoro solitamente senza riferimenti di apprezzabilità che non siano il proprio gusto personale.
L’architetto, soprattutto quello italiano, invece ha una certa pudicizia, imbarazzo a cimentarsi nella composizione classica; lo trova senza senso, volgare, non appartiene alla sua cultura professionale, gli sopprime la vena creativa, ha paura di sbagliare, rischia di sfigurare con il peggior manierista storicista, è costretto a copiare, lo fa sentire inferiore, si rifugia in improbabili contaminazioni moderniste da cui non riesce a staccarsi, insomma non ne è capace.
Una volta il fare modernista veniva fatto per scelta dopo aver imparato bene l’architettura tradizionale, a partire da Le Corbisier, così come gli artisti dopo aver ben imparato l’arte figurativa; oggi si inizia a dipingere subito l’astratto, a svirgolar pareti digitali sperando di azzeccare il colpo di genio che darà il successo senza aver mai proporzionato un cornicione di un tetto con i coppi.
L’archietto si sente investito di tradurre in opera solo le novità dei cambiamenti del tempo che passa e a dimenticare le permanenze che sono ahimè molto più consistenti nella cultura abitativa vissuta delle persone. In passato era esattamente l’inverso; gli architetti si occuvano dei caratteri permanenti e meno volatili della cultura edilizia, mentre scenografi e decoratori si occupavano di interpretare le voluttà contemporanee. Questo credo sia il peccato originale del decadimento del valore della credibilità e della qualità architettonica contemporanea.
Questa smania di protagonismo lo ha portato lontano dal rapporto con la gente e di conseguenza lontano dal mercato, e poi ci si lamenta che a cotruire sono i geometri, gli ingegneri e gli architetti venduti alle imprese a cui rimane tutta la sostanza del lavoro che fu dell’architetto.
Guardiamo con obbiettività i risultati del secolo scorso e notiamo dove questo farsi espressione testimoniale delle del proprio tempo della modernità ha premiato e dove ha fallito. Notiamo che ha avuto più successo nelle nuove tipologie edilizie, distanti dalle abitudini abitative ereditate dal passato: edilizia legata al mondo dei trasporti, grattacieli, sale da spettacolo, palazzi per grandi aziende, musei d’arte astratta o di divulgazione scientifica. Invece I più grandi fallimenti moderni, non solo non hanno saputo interpretare le necessità del proprio tempo, ma nemmeno quelle consuete a quel tipo di progettazione e riguardano quegli edifici dove chi li è andati ad abitare aveva necessità abitative che per quanto influenzabili dalle mode del momento rimanevano sostanzialmente quelli tradizionali: chiese, quartieri residenziali specialmente di case popolari, municipi, palazzi di giustizia, scuole, piazze, mercati, centri storici, insomma tutti quei luoghi con una forte carica di identità abitativa legata al luogo, alla gente, al clima, di formazione millenaria e dai cambiamenti lentissimi; credo sia inevitabile perché la cultura contemporanea del progetto si riappropri di queste tipologie ripartire dalla tradizione regionalista del luogo.
E’ questo un invito agli archietti sperimentatori a concentrarsi solo sui caselli autostradali e gli interporti? Può darsi lì avranno più facilità di successo che non in una casa di riposo per anziani. Sicuramente è un invito a quando progettano in centro storico a ricordarsi a non prevaricare quella “convenzione di cultura abitativa” che questo ha firmato nel tempo con le persone che ci hanno preceduto e se vorranno con quelle che ci seguiranno, è un patrimonio trans-generazionale che è un delitto perdere.
Comunque prima di disegnare un abito da sera strabiliante siano certi di avere il controllo del disegno di quello formale tradizionale e si esercitino, sarà loro sufficiente per evitare grossolani errori.

Tutti i commenti di Andrea Pacciani

 

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