Torna alla PrimaPagina

Altri articoli recenti
articoli

Commenti
Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 546 di Pierluigi Di Baccio del 13/12/2003


Questo in realtà non è un commento all'articolo di Mariopaolo Fadda, anche se di spunti di riflessione e critica nell'articolo ve ne sarebbero eccome... Molto più modestamente, in occasione della prossima riapertura al pubblico del Teatro la Fenice a Venezia, ritenevo utile ed interessante proporre qui un articolo apparso sul sito on line de La Repubblica a firma di Alessandro Baricco, per tutti coloro che se lo fossero persi. Credo che il caso della Fenice potrebbe fungere assai bene da pretesto per una discussione approfondita e stimolante su ciò che significa per noi tradizione e avanguardia, conservazione e innovazione oggi in architettura e non solo.

La Fenice che risorge copiando se stessa
di ALESSANDRO BARICCO
AVREI da raccontare una follia. Non che ne manchino, di follie, di questi tempi. Ma questa ha una sua eleganza impareggiabile e inoltre sembra più istruttiva di altre. Se il mondo ammattisce, che almeno lo faccia con charme e in modo utile. Dunque. Com' è noto, il 29 gennaio del 1996 il teatro La Fenice, a Venezia, se ne sparì ingoiato da un incendio colossale.
Fu un brutto colpo. Per chi ama l'Opera quella era una delle quattro, cinque sale più importanti del pianeta. E se ne era bruciata via come un cerino. Adesso sappiamo che fu un incendio doloso. La ditta di elettricisti che stava lavorando al nuovo sistema antincendio (pensa te) provocò l'incidente perché non era in grado di finire il lavoro entro una certa data e quello era un modo di rinviare la faccenda senza pagare una penale che li avrebbe rovinati. Va detto che probabilmente si immaginavano qualcosa di più piccolo, un incendietto circoscritto, una fiammatina. Gli andò male. Nessuno riuscì a fermarlo, e il teatro se ne andò in fumo, letteralmente. A Venezia reagirono con compostezza.
"Dov' era, com' era", decretarono, dando per scontato che dal giorno dopo si sarebbero messi lì a ricostruire. "Dov' era, com' era" era uno slogan inventato anni prima in una circostanza analoga: nel 1902 era collassato il campanile di San Marco (senza l'aiuto di elettricisti, aveva fatto tutto da sé: non ne poteva più) e si era aperto un dibattito su che fare.
Risultato: ricostruirlo identico a prima e nello stesso posto. In quel caso, come d' altronde anche in quello della Fenice, la cosa sapeva di buon senso, e di veneto pragmatismo. Magari per un attimo ti puoi sognare di chiamare un architetto giapponese e farti costruire qualcosa di avveniristico su un'isola artificiale in mezzo alla laguna. Ma poi è abbastanza ovvio che lasci perdere e cerchi solo di non fare troppi guasti. E la soluzione più logica è effettivamente rimettere tutto a posto come prima.
Ha tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso: mi ha affascinato scoprire come, invece, sia il lieto ingresso in una follia. Provo a spiegare. Cosa davvero significhi "Com' era, dov' era", l'ho capito solo quando mi hanno invitato a fare un giro nel cantiere della ricostruzione. Il teatro riapre il 14 dicembre, quindi lì dentro erano al rettilineo finale. Muri, impianti, perfino i colori, erano già a posto. Stavano dandosi da fare sulle decorazioni. Sorvolo sull'emozione di rientrare in quella sala come se nel frattempo non fosse successo nulla: strano loop dell'anima.
E invece non sorvolo sul fatto che a un certo punto mi son trovato in una sala di quelle tipo foyer, quelle in cui poi tu passi distrattamente con un bicchiere in mano, durante l'intervallo, cercando uno specchio per controllare se la cravatta ti è andata di traverso. Lì trovo due artigiani al lavoro. Stanno facendo le decorazioni di stucco, sulle pareti. Ghirigori e animali. Uccelli, per la precisione. Li stanno rifacendo: com' erano, dov' erano.
Voglio dire che se avevano il becco verso sinistra lo rifanno con il becco a sinistra. Se la zampa era un po' sollevata, fanno la zampa sollevata. è importante chiarire che, stando alla realtà dei fatti, uno può andare a teatro per anni, in quel teatro, e quegli uccelli non li vedrà mai: non si accorge che esistono, sono decorazioni che non ti entrano mai nella retina e nella memoria. A meno che qualcuno non ti prenda il cranio e te lo spacchi sbattendolo proprio contro quegli uccelli, tu gli uccelli non li vedrai mai. Ma loro li rifanno uguali.
Com' erano, dov' erano. Naturalmente finisci per chiederti come lo sanno, dov' erano e com' erano. Fotografie. Solo che, è ovvio, nessuno si era mai preso la briga di fotografare proprio gli uccelli, sarebbe stato come fare un ritratto a Marylin Monroe fotografandole un'unghia dei piedi laccata. Quindi le foto, quando va bene, riportano l'intera stanza, e tu, con la lente vai a cercare se quell'uccello, là, in quell'angolo, ha la zampa su o giù. E se la foto non c' è? Chiedere a chi era passato da lì è inutile. Uccelli? Quali uccelli? Allora puoi leggere ciò che l'incendio ha lasciato: un'ombra, un rimasuglio annerito, una scheggia. Quella mattina, quando son finito in quella stanza, lo stuccatore capo (un genio, nel suo) aveva appena finito di leggere detriti del genere, riuscendo a dedurre, da un'ombra lasciata dalle fiamme, che gli uccelli di quel pannello erano falchi, deduzione fatta a partire dalle dimensioni delle zampe, zampe robuste, da rapace.
Non c' è foto, il fuoco s' è mangiato tutto, ma lui adesso è lì che fa un becco da falco, com' era e dov' era, perché un'ombra di una zampa gli ha svelato il segreto. Allora uno sarà portato a credere che quegli uccelli abbiano, in qualche modo, un valore artistico unico, che va salvato. Posso dire in tutta tranquillità che non è così. In sè e per sè quegli uccelli hanno il valore artistico degli inserti in radica che trovate sui cruscotti delle macchine. Decorazioni. E nemmeno geniali, o rivoluzionarie o in qualsiasi modo significative. Volete sapere tutta la verità? Gli uccelli bruciati con la Fenice erano già, a loro volta, delle copie. E' una storia assurda, ma è vera.
L'ultima volta che ricostruirono la Fenice, nel 1854, dopo l'ennesimo incendio, l'idea che ebbero fu di costruire un teatro settecentesco, cento anni dopo. Una cosa da Las Vegas. Presero un teatro settecentesco e lo copiarono. Per cui, a voler essere precisi, quella mattina, quell'artigiano, sotto i miei occhi, stava facendo la copia di un uccello che era una scopiazzatura di un uccello che, lui sì, era un originale, almeno 200 anni fa. E' lì che ho sentito arrivare il profumo di follia. Quando mi son reso conto che più o meno la stessa storia degli uccelli valeva per le lampade, per le pitture, per gli specchi, per i pavimenti e per tutto, ho capito che stavo girando non in un teatro, ma in un racconto di Borges.
Con cura maniacale, alcuni geniali umani spendevano un numero di ore spaventoso usando un sapere tecnico affinato per secoli, con l'unico scopo di raggiungere un obbiettivo apparentemente folle. Ce n' era abbastanza per indagare. Ed è lì che son finito al reparto dorature. La cose stanno così: se volete dorare qualcosa potete immergerlo in un bagno d' oro ed è quello che fanno a Las Vegas. Oppure volete farlo esattamente come lo facevano nel 1854: e allora quel che usate sono impalpabili fogli d' oro grandi come sottobirra: uno ad uno, per ore, li lasciate cadere sulla superficie che volete dorare.
Provate a immaginare di dorare così la vostra vasca da bagno: un'eternità. Beh: quelli hanno dorato la Fenice. Allora ho pensato che quel gesto era davvero un gesto che volevo gustarmi tutto, dall'inizio alla fine. E ho chiesto: ma chi fa questi fogli d' oro? Una settimana dopo ero da Giusto Manetti. Giusto Manetti non c' è più ma era uno che nel 1820 si mise a fare oro in foglia. A Firenze. Dopo cinque generazioni sono ancora lì, con lo stesso cognome e un sapere affinato nel tempo fino alla perfezione. Praticamente se il gioco è quello di ridurre un lingotto d' oro a un fogliettino leggero come una zanzara, loro in quel gioco sono i migliori del pianeta.
C' è un tedesco che non se la cava male, ma insomma, i migliori sono loro. Sono andato nei loro laboratori perché nelle miniere d' oro non sono riuscito ad andare: ma l'idea era di ricostruire una follia dall'inizio alla fine. Come un viaggio. Pronti a partire? Dunque: la miniera purtroppo dovete solo immaginarvela. ma immaginatevela (Russia o Sudafrica). Poi trasferitevi dai Manetti, Firenze, Italy. Crogiuolo con dentro, a friggere, una lega di oro argento e rame: le proporzioni sono, ovviamente, risultato di decenni di esperimenti. Idem per i tempi di fusione e perfino per il tempo che ci deve mettere l'uomo a versare l'oro fuso nello stampo che lo aspetta. Versare. Raffreddare. Sfrigolio. Lingottino, spesso un centimetro, grande come una tavoletta di cioccolato. Lo fanno passare sotto un rullo. Il lingotto passa, una volta, due, dieci, e ogni volta perde un nulla in spessore e guadagna in lunghezza.
Alla fine avete una striscia d' oro lunga metri e spessa come una carta di credito. La tagliano in tanti quadratini. Poi prendono ogni quadratino e iniziano a martellarlo: cinque colpi e poi lo giri, altri cinque colpi e poi lo giri, e via così. Adesso lo fa una macchina, ma quelli che la fanno funzionare sono gli stessi che ancora pochi anni fa lo facevano a mano. Cinque colpi e giri, cinque colpi e giri, e così via. Ci vuole una pazienza bestiale, ma alla fine il quadratino diventa un quadrato grosso come un sottobirra. Soprattutto: è sottile come un nulla. Allora li controllano uno ad uno, li rifilano, buttano quelli venuti male, e quelli buoni li portano in una stanza dove quattro signore li prendono uno ad uno, con una pinza di legno, e li stendono su un foglietto di carta: sono così sottili che per distenderli bene le donne ci soffiano su: li toccassero con le mani rovinerebbero tutto. L'ultima signora confeziona i "libretti", cioè 25 fogli d' oro rilegati insieme.
Sulla carta del pacchetto ci sono le solite medaglie da E

Tutti i commenti di Pierluigi Di Baccio

 

Commento 551 di andrea pacciani del 15/12/2003


"Quel che penso è che l'unico valore che avevano quegli uccelli e quelle ringhiere, prima di bruciare, era di essere là da un sacco di tempo. Ciò per cui erano preziosi erano i passi che li avevano sfiorati, le mani che vi si erano appoggiate, i suoni che ci erano scivolati sopra. Gli sguardi che non li avevano visti: perché in loro era impresso un mondo che non esiste più. Il loro valore era essere muti traghettatori tra noi e tutto quel passato, quel nostro passato".
E' bello sapere che quei nuovi uccelli rimarranno lì per un altro sacco di tempo, riappropriandosi con certezza dello stesso valore di quelli che di incendio in incendio li hanno preceduti; che ci saranno altri passi che li sfioreranno, mani che vi si appoggeranno, suoni che ci scivolrenanno, sguardi che non li vedranno, perchè come in quelli bruciati anche in questi nuovi è impresso un mondo che non c'è più, ma di cui non c'è motivo di eliminarne le testimonianze se ancora oggi le apprezziamo. Il loro valore continuerà ad essere quello di muti traghettatori tra noi e tutto quel passato, come il loro campanile di S. Marco, l'edificio di epoca moderna più visitato in Italia, forse del mondo.
Ripeto il mio augurio alla Disney Hall che tra qualche secolo possa diventare un luogo che per i passi che li avrà sfiorati, le mani che vi si saranno appoggiate, i suoni che ci saranno scivolati gli sguardi che non l'avranno vista, conquisti il valore di essere muta traghettatrice tra i posteri e la nostra generazione ed alla prima incrinatura delle lastre di titanio si scelga il dov'era e com'era.

Andrea Pacciani

P.S. la villa di Mies è stata salvata o è morta ora definitivamente? Fino ad ora è stata la casa di abitazione di qualcuno, ha svolto la sua funzione per la quale era stata concepita ed è triste che nessun magnate sia stato in grado di far fronte al valore testimoniale-storico-architettonico per abitarla ancora.
Cessata questa funzione, ora si imbalsama lo spazio architettonico, museificandolo come si fa per l'architettura del passato non più utilizzabile; è forse la sconfitta peggiore per il maestro che credeva in buona fede di aver costruito una casa con un valore abitativo che rimanesse attuale nel tempo forse più a lungo e forse che potesse cambiare il modo di vivere della gente; e pensare che dall'altra parte del mondo ci sono dei testardoni che si sono incaponiti per perpetuare la vita di un teatro con i falchi dorati perchè si crede possa ancora funzionare......



Tutti i commenti di andrea pacciani

 

Commento 552 di Francesco Pietrella del 15/12/2003


Rapaci dorati.
Alessandro Baricco ha ragione.
Da scrittore ci da' l'esatta visione del punto di crisi del tema del restauro, e nonostante la tristezza rapace mi ha fatto molto ridere. Sono sempre gli estranei a questo e a quello che ci danno una luce di verita' sulle cose che si fanno. Io domando:
dov'era, com'era
ma com'era quando era?
e sopratutto ...era com' era?
e' questo il problema...
esigenza di un segno architettonico che riscatti e dia nuova esistenza identificata ad un opera andata completamente distrutta e non dimenticarlo.

Tutti i commenti di Francesco Pietrella

 

[Torna su]
[Torna alla PrimaPagina]