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Ci sono 16 commenti relativi a questo articolo

Commento 553 di Andrea pacciani del 19/12/2003


Attaccarsi al concetto di falso storico è debole,
signor Fadda si informi, non dico di leggere con gli occhi aperti e mente elastica quanto ho scritto in passato sul tema in questo sito, si legga Paolo Marconi o di David Watkin, gli ultimi scritti di Settis (il direttore della Normale di Pisa non un saltinbanco) se Cervellati la irrita; si domandi perchè Hans Kollhof paladino della modernità berlinese sta passando ad una più mite architettura regionalista tedesca, se Lampugnani e i f.lli Krier li considera ciecamente nazisti.
Credo che qualche passo in avanti rispetto alle tesi di Zevi si sia fatto ne prenda atto; francamente mi sembrano le sue posizioni neo-storicistiche e conservatrici di una visione dell'architettura che ha prodotto più danni che successi.
Se rilegge quello che lei stesso ha scritto si rende conto che quel teatro è la splendida prova di come non può esistere il falso storico in questa ricostruzione perchè non c'è un vero storico essendo un edificio in continua e lenta mutazione nel corso dei secoli e degli incendi; la Fenice di oggi non è altro che un nuovo episodio, fatto bene o male che sia, di questo divenire che non si è voluto interrompere.
Capisco che accettare che un edificio possa divenire nel tempo e con le generazioni come è accaduto per tutta storia dell'architettura è un paradosso per lei e rispetto alla modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo, ma deve sforzarsi a capire questa amara realtà; esca di casa, si guardi intorno, le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita, alle trovate tecnologiche, sia alle manutenzioni fai da te, che ai restauri filologici che inevitabilmente alterano lo stato materiale degli edifici e quando si progetta bisognerebbe pensare che inevitabilmente queste cose accadranno.
Se si riflette con obiettività più che un'identità materiale (che lasciamo ai feticisti), quella che conta è l'identità dell'abitare nel suo complesso che riesce ad avere un edificio e solo questa è la qualità dell'architettura che va demolita, restaurata o preservata.
Come ho già detto la sconfitta di della villa di Mies sta nel fatto che la genialità spaziale, tecnologica e immateriale non è servita a garantirne la vita abitativa a distanza di così troppo poco tempo.
Questa è la morte dell'architettura!
Solo pochissima architettura moderna è riuscita ad entrare nel divenire della cultura materiale delle persone; questa è una sconfitta penosa ma è un dato di fatto; continuare su questa strada vuol dire relegare il nostro mestiere a scenografie, allestimenti, divagazioni virtuali, insomma roba di architetti solo per architetti.
Citando le norme deontologiche dell'ordine degli architetti si sostiene all' Art.3 "L'architetto esercita la professione in conformità alle leggi vigenti ed opera nel rispetto dell'interesse generale della società che riconosce prevalente sia quelli del committente e personale". Spero che con l'abolizione dell'ordine non si sopprima questo principio per l'affermazione della qualità come frutto dell'autoreferenzialismo dell'architetto moderno.
Andrea Pacciani


Tutti i commenti di Andrea pacciani

19/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a Andrea pacciani

Mi pare che la brillante Irma Cipriano abbia ampiamente risposto al mio posto. Anche se le consiglio di non farsi troppe illusioni: Pacciani è sintonizzato con l’ottocento e non c’è verso di fargli capire che siamo nel XXI secolo.
Io aggiungerei che non capisco con chi ce l’abbia Pacciani. Con me o con gli autori del falso veneziano? Con me perchè dico che si è falsificato un edificio falso e il tessuto storico o con gli “esperti” veneziani che non sono stati capaci di rifare la Fenice “com’era”? Infatti, dice Pacciani, che la Fenice era “un edificio in continua e lenta mutazione” e quindi non è “com’era” ma un “nuovo episodio”. Uno fa una cosa con un principio, arriva l’esegeta e la giustifica con un’altro opposto principio. Certo che la chiarezza metodologica e la saldezza di principi non mi pare siano il loro forte.
Quanto all’obiettività in campo artistico mi pare roba che neanche il mitico Zhadanov si sognava di sostenere.
L’architettura è morta? Questo è uno scoop! E di che sarebbe morta? Nientepocodimenoche di scenografia, allestimenti, divagazioni virtuali. Diamine! dev’essere stato un complotto di Spielberg, Daniel Libeskind e Greg Lynn. Li vogliamo tutti in galera!
La prego Pacciani ci faccia avere luogo, data e ora del funerale perchè gli amici di AntiThesi vorranno rendere omaggio alla cara estinta. Aspetto conferma, chè troppe volte, l’architettura, data per morta, non si è poi presentata ai funerali e noi lì in smoking e papillon ad attendere, come fessi.
Nel leggere banalità (“le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita”) e luoghi comuni (“modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo”) viene spontaneo chiedersi. Ma dove ha studiato architettura il buon Pacciani? Alla Montessori? O a un corso delle 150 ore?
Paolo Marconi è stato mio professore, di storia dell’architettura, non di restauro per il quale ho avuto ben altri professori: De Angelis d’Ossat, Miarelli, Carbonara, Minissi, Bonelli, Zander. E scusi se è poco.
Ma Pacciani almeno a Natale smetta quella sua aria truce, negativa, disfattista, sia un pò più ottimista e positivo. Se non l’architettura, almeno la vita, le sorriderà.

Buone Feste

 

Commento 554 di Irma Cipriano del 19/12/2003


Ho appena finito di leggere il commento di Pacciani all'articolo di MarioPaolo Fadda sulla Fenice. E, sinceramente, mi pare che le sue obbiezioni facciano acqua da tutte le parti. Ma andiamo con ordine.
1. "Attaccarsi al concetto di falso storico è debole". A parte l'errore di lessico, come si può affermare che il concetto di falso storico non sia fondato, non sia un'obiezione plausibile? Cos'è, il falso storico non esiste?? E da quando? Il teatro la Fenice è una copia, e come tale, se non è fatta dalla stessa mano che ha creato l'originale, è un FALSO.
Il teatro è andato in fumo. Non esiste più nulla di lui. Possibile che non siamo capaci di rielaborare il lutto?
2. "..Non può esistere il falso storico in questa ricostruzione perchè non c'è un vero storico essendo un edificio in continua e lenta mutazione nel corso dei secoli e degli incendi;" . Ma quale continua e lenta mutazione? Io non vedo nessuna mutazione nel rifare una cosa assolutamente identica a un'altra che non c'è più! Dove stà la mutazione, il rinnovo? E' forse nuovo perchè fatto con materiali nuovi rispetto a quelli andati distrutti ( nuovo tra l'altro reso finto vecchio per emulare l'oggetto passato )? Caro Pacciani, l'architettura non si fà scimmiottando se stessa. Un'opera non diventa architettura ricalcandola da un'altra.
3." La Fenice di oggi non è altro che un nuovo episodio, fatto bene o male che sia, di questo divenire che non si è voluto interrompere. "
Secondo lei, Pacciani, fare una cosa bene o male è lo stesso? Come si può affermare che è un nuovo episodio fatto bene o male? Quindi anche se fosse fatto con i piedi, per lei l'importante è che sia stato rifatto ? Lei lo comprerebbe un libro di un autore straniero tradotto male? Certo! Per dare comunque una pacca metaforica sulla spalla del traduttore che ci ha messo del suo!!! Ma si scherza??
Il divenire ,poi, si è interrotto da solo, andandosene in cenere e fumo. Neanche la pietà di una morte dignitosa gli abbiamo dato.
4. " Capisco che accettare che un edificio possa divenire nel tempo e con le generazioni come è accaduto per tutta storia dell'architettura è un paradosso per lei e rispetto alla modernità che intende l'architettura come episodio immutabile e uguale ad un'identità unica ed immutabile del momento dell'atto creativo, ma deve sforzarsi a capire questa amara realtà. " Anche qui sorvoliamo sul periodo francamente contorto linquisticamente parlando.. Quando mai Fadda per quel poco che conosco ,tramite antithesi, del suo pensiero ha mai fatto intendere che la sua idea di modernità è un qualcosa di statico, sterile, non passibile di cambiamento? Se così fosse vorrebbe che tutti gli edifici antichi crollino su se stessi o vengano abbandonati al loro destino senza poterci mai mettere le mani. Non mi pare proprio che Fadda la pensi così. Si legga LEI gli articoli che ha scritto ( " No al catechismo conservatore " e la lettera aperta a monsignor Sgarbi ) con mente elastica, occhi aperti e, aggiungo io, senza pregiudizi. Tra l'altro vi sono suoi commenti su entrambi gli articoli. Ha commentato senza leggerli?
5. " Le case col tempo cambiano, si deteriorano, si adattano alle nuove necessità di chi le abita, alle trovate tecnologiche, sia alle manutenzioni fai da te, che ai restauri filologici che inevitabilmente alterano lo stato materiale degli edifici e quando si progetta bisognerebbe pensare che inevitabilmente queste cose accadranno. "
Le manutenzioni fai da te??
Io domani vado a Milano, in centro, e il primo palazzo dell'ottocento che trovo e che mi sembra abbia bisogno di un pò di manutenzione lo sistemo qua e là! Ma si rende conto di quello che scrive? Cosa direbbero i suoi illustri amici della Soprintendenza? Almeno una volta forse sarei daccordo con loro pensando che lei si è ammattito.
6. " Se si riflette con obiettività più che un'identità materiale (che lasciamo ai feticisti), quella che conta è l'identità dell'abitare nel suo complesso "
Qui tocchiamo la punta massima del bue che dà del cornuto all'asino.
Feticista sarà lei e tutti quelli che come lei vogliono avere ancora la fenice così com'era nonostante l'incendio. Questo è feticismo! E' questa assurda volontà di voler riesumare i cadaveri!!
7. " Solo pochissima architettura moderna è riuscita ad entrare nel divenire della cultura materiale delle persone; "
Allora l'avanguardia artistica è da buttare perchè la stragrande maggioranza delle persone non la apprezza. Così come la grande poesia, le opere teatrali e musicali più alte. Che ce ne facciamo di tutta questa roba se la casalinga di Voghera non riesce ad apprezzarla?
Se lei non capisce la grandezza della Modernità ( che sia architettonica, musicale , linguistica e via discorrendo ) forse non ha inteso cos'è essere architetti. " La modernità è trasformare la crisi in valore. " ( B. Zevi ) . Se lo ricordi. Io sono solo una studentessa ma credo che lei si sia dimenticato molte letture importanti quando era al mio posto, questa prima di tutte.
Per fortuna le norme non sono vangelo. La burocrazia non è architettura, quindi l'articolo tre, interpretato come fa lei, è inutile. Leggere le cose in questo modo non ci porta( come ci ha sempre portato ) che a partorire orrori funzionali.
No. Questo non si può più accettare.

Tutti i commenti di Irma Cipriano

 

Commento 555 di Pierluigi di Baccio del 19/12/2003


“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi)
Credo che il nocciolo della questone stia proprio nel concetto di tempo che decidiamo di assumere, e non sembri ciò strano perchè nella nostra condizione attuale si tratta di una cosa tutt'altro che scontata.
Se è vero, come affermava Vattimo nel suo "La società trasparente", che "la modernità è l'epoca in cui diventa un valore determinante il fatto di essere moderno [...], (in cui) è un'offesa dire a uno che è reazionario, cioè attaccato ai valori del passato, alla tradizione, a forme di pensiero superate", ciò si porta dietro la considerazione dell'artista come genio creatore, il culto per il nuovo come progresso, in una prospettiva generale che considera la storia umana come un progressivo processo di emancipazione, come la realizzazione sempre più perfetta dell'uomo ideale. "Se la storia ha questo senso progressivo, è evidente che avrà più valore ciò che è più avanzato sulla via della conclusione, ciò che è più vicino al termine del processo". I problemi teorici posti da una siffatta concezione del moderno (dal Quattrocento ad oggi, attraverso l'Illuminismo) riguardano il portato sul modello di storia: condizione necessaria affinchè esista il progresso è che la Storia abbia un corso unitario e univocamente definito, con un centro attorno a cui si raccolgono e ordinano gli eventi (l'Occidente).
Ebbene la modernità così concepita, la storia così concepita, come una linea unica coerentemente impegnata al superamento di se stessa, nel suo afflato finalistivo, è morta. Se è vero, come è vero, che a partire dagli anni '60-'70 ci consideriamo facenti parti di una società post- (post-moderna, post-industriale, post-qualcosa) è proprio perchè l'apertura degli orizzonti avvenuta con lo sviluppo dei mezzi di comunicazione di massa ha messo a nudo la presenza sul pianeta di altri centri, altri punti di osservazione diversi dall'Occidente di stampo europeo. L'ideale di una storia unitaria, centralizzata, è divenuto di fatto impraticabile, si è svelato intrinsecamente violento in quanto pretendeva di scrivere una volta per tutte l'essenza veritiera dell'uomo, pensando illusoriamente che ci sia un punto di vista supremo, comprensivo, capace di unificare tutti gli altri.
Il passaggio alla post-modernità nasce dalla scoperta dell'esistenza di altri universi culturali e determina all'interno dell'Occidente l'esplosione delle grandi costruzioni di pensiero, una pluralizzazione dei punti di vista che appare irresistibile e rifonda la storia come una molteplicità di immagini possibili del passato, ove è impossibile una sintesi definitiva ma solo un arcimboldesco ritratto di dettagli. La perdità delle sicurezze, fino allora assicurate dalla forte unitarietà del disegno storico generale, si recupera nell'approfondimento ora libero da preconcetti del dettaglio minuto in uno zoom esasperato sulle maglie della rete fino a mettere a nudo la trama delle fibre, l'evidenza rivoluzionaria del singolo elemento.
Riteniamo oggi di essere una società più consapevole di sè, anche se molto più debole: la destrutturazione implica l'irruzione del caos. Tuttavia possiamo decidere di leggere la complessità delle varie aggettivazioni che si affacciano sul palcoscenico della storia come una risorsa vivificante, è in questo relativo "caos" che risiederebbero le nostre nuove speranze di emancipazione.
Ed è proprio questo che decide di fare quel filone della cultura architettonica e artistica che sfocia nella decostruzione, portando alla ribalta il tema dell'evento e valorizzando il tema del provvisorio. Provvisorio che vuol dire negazione di valore al concetto di perenne e di eternità in architettura.
Ebbene, io credo fermamente che qui risieda il corto circuito che svela la debolezza della posizione polemista di MARIOPAOLO FADDA a riguardo del presunto falso storico della ricostruzione della Fenice.
L'uso del concetto di "falso storico" è improprio e , direi, ingenuo non perchè fuori moda ma perchè indica un ambiguo e incongruo riferimento a una concezione del tempo e della storia (anche dell'architettura) nettamente in contrasto con la fede architettonica finora convintamente professata dallo stesso autore su questa webzine.
Se può esistere un Falso significa di contro che esiste una Verità storica univocamente definita e riconoscibile; significa riproporre l'idea di una architettura che una volta che è data, lo è per sempre o non è più.
E invece, come ben sappiamo, fa parte dell'essenza della condizione post-moderna l'oscillazione, la pluralità e in definitiva l'erosione dello stesso principio di realtà, quella erosione che sta alla base della ricerca architettonica contemporanea d'avanguardia. Non esiste, nella nostra condizione di esistenza tardo-moderna, una idea di realtà come dato oggettivo che sta al di sotto, al di là, delle immagini plurime che raggiungono il mondo globale. "Come e dove potremmo attingere una tale realtà in sé? Realtà diviene piuttosto il risultato dell'intrecciarsi, del contaminarsi, delle molteplici immagini, interpretazioni, ri-costruzioni che, in concorrenza tra loro o comunque senza alcuna coordinazione centrale, i media distribuiscono" (Vattimo).
Citare affermazioni illustri del tipo “... lo spirito dell’artefice morto non può essere rievocato, nè gli si può comandare di dirigere altre mani e altre menti" significa restituire validità a una concezione verticistica della ricerca, per gesti isolati dal carattere mitico e salvifico; un modello storiografico di stampo vasariano, biografico, dal carattere claustrofobico per la totale assenza di riferimenti al mondo circostante.
Ci vuole coerenza....quale è la nostra risposta alla perdita del "senso di realtà" dovuto alla moltiplicazione delle immagini del mondo? La nostalgia di una realtà solida, unitaria, stabile e "autorevole"? A me sembra di poter ipotizzare che la riposta del nostro Mariopaolo Fadda sarebbe sicuramente "NO". Però è necessario che egli accetti in tutto e per tutto le conseguenze della caduta dell'idea di una razionalità centrale della storia, ovvero l'esplosione di mille razionalità locali, limitate, effimere, contingenti.
Allora la presa di parola, la messa in forma dii razionalità locali che si declinano nel loro dialetto, secondo una loro grammatica, ha piena dignità...gli uccelli dorati della Fenice stanno lì a espressione di uno dei possibili dialetti, in un mondo di dialetti. E non è ammesso , o meglio ha ormai perso di credibilità, obiettare che la Storia va da un'altra parte...in un mondo di culture plurali sono obbligato ad avere la coscienza della contingenza e limitatezza di tutti i sistemi di valori, a partire dal mio, altrimenti significa voler rovescare il banco quando il gioco non ci fa più comodo.

Tutti i commenti di Pierluigi di Baccio

19/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a Pierluigi di Baccio

Anche qui la Cipriano mi precede alla grande. Aggiungo due o tre cosette.
Premetto che non ho capito bene le osservazioni di di Baccio. Le speculazioni filosofiche, i voli pindarici, le dilatazioni universalistiche, le risalite “a monte” e le discese “a valle” hanno il potere di mandarmi in corto circuito. É un mio limite (e questo lo ha già evidenziato Pacciani).
Provo comunque a semplificare, fino alla brutalità, ciò che penso di aver capito:
1. La Casa del Fascio di Terragni “data l’esplosione delle grandi costruzioni del pensiero” sarebbe nulla più, nulla meno di una villa abusiva della Valle dei Templi.
2. La Pietà Rondanini di Michelangelo in omaggio all”’erosione dello stesso principio di realtà” avrebbe lo stesso valore della statua equestre del Vittoriano.
3. Piazza del Campo a Siena per un “approfondimento ora libero da preconcetti del dettaglio minuscolo”, non reggerebbe al confronto con lo stadio San Paolo di Napoli.
Abolire con decreto filosofico certe categorie concettuali porta a queste ridicolaggini ed assurdità.
Non riesco neanche a capire dove sia la presunta novità di questo pensiero. Qualche decennio orsono Argan, e gli intellettuali marxisti in genere, sostenevano che la stabilità del concetto si Storia (con la S maiuscola) presupponeva che “tutto significa, tutto è artistico” e quindi tutto doveva essere conservato. Il pianeta terra trasformato in un’immenso deposito o immondezzaio, che dir si voglia. Senza diistinzioni di sorta tra i sacchi di Burri e le buste del supermercato, tra la Divina Commedia e le riviste pornografiche, tra Sant’Ivo alla Sapienza e Via della Conciliazione. Stiamo ancora pagando le conseguenza di quell’aberrante speculazione filosofica.
“...la presenza sul pianeta di altri centri, altri punti di osservazione diversi dall'Occidente di stampo europeo”. Cosa diavolo centri questo con la Fenice è difficile da capire.
Stiamo parlando tra europei, anzi tra italiani, di Venezia non capisco perchè dovrei farmi fare gli occhi a mandorla e leggere la “nuova” Fenice alla giapponese. Se stessimo parlando dei templi di ISE non mi azzarderei mai a fare lo stesso discorso che ho fatto per la Fenice perchè so benissimo che i giapponesi li ricostruiscono continuamente uguali nella forma ma diversi nella materia, perché essi privilegiano la perfezione e non la testimonianza storica. Ma qui siamo abbondantemente fuori tema.
Possono “esplodere” quanti pensieri è possibile immaginare ma non ci sarà mai nessuna speculazione filosofica che mi convincerà che una bambola gonfiabile è preferibile ad una donna autentica. Non sono al passo con il suo concetto di storia? Pazienza. Nessuno è perfetto.

 

Commento 556 di Irma Cipriano del 20/12/2003


A proposito del commento di di Baccio.
Il libro "la società trasparente" di Giovanni Vattimo per sua sfortuna l'ho letto anche io e le conclusioni che egli ne ricava sono, a mio avviso, sbagliate e assolutamente fuorvianti rispetto a quelllo che Vattimo ci dice. In questo libro una delle linee conduttrici del discorso sono i mass media che caratterizzano la nostra era post moderna. Si, siamo post moderni perchè con l'entrata prepotente nella nostra vita dei mass midia si è fatto sì che questa sia una società, al contario di quello che si può pensare, meno trasparente di prima, poichè l'accumolo di informazione non ci dà una realtà più complessa ma ci fa perdere in una serie di realtà diverse molto spesso trattate in maniera banale. Questa è soprattutto la linea di pensiero di Vattimo. Se lei non si fosse fermato a leggere la prima pagina... Siamo però anche post moderni perchè ci siamo resi conto che l'ideale di moderno inteso come dal quattrocento in poi ci stava stretta. La storia non può essere più la storia dei potenti così come del solo genio creatore. La storia è anche dei popoli e delle mille sfaccettature dell'arte."... Non c'è una storia unica, ci sono immagini del passato proposte da punti di vista diversi, ed è illusorio pensare che ci sia un punto di vista supremo, comprensivo, capace di unificare tutti gli altri.."
Cosa centra questo con la Fenice??? La storia della Fenice non è una storia unica, questo è vero, ma giustifica il fatto di riportarla alla luce com'era e dov'era? La storia di certo non ci insegna ad ingannare i posteri con le copie, né con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità! Qui il saper vedere e leggere la storia come tanti punti di vista e tanti accadimenti diversi non centra nulla. La storia della Fenice è quella che tutti conosciamo e non si può cambiare. Se lei si vuole schierare dalla parte degli imbroglioni che pensano di consegnare alla storia un falso come se niente fosse accaduto si accomodi pure. Ma non scomodi Vattimo, per carità!!
Ritornando alla modernità, noi usiamo il termine moderno così come lo usava la scolastica nel XIII secolo per indicare una nuova logica terministica (via moderna) rispetto a quella aristotelica (via antiqua ): usiamo quindi moderno (dal latino modo "adesso" ) nel senso di attuale, del nostro tempo.
Poi c'è il modo manualistico di usare il termine moderno: scoperta dell'America in storia e la rivoluzione scientifica del Seicento in filosofia per terminare con la rivoluzione francese in storia e con Kant in filosofia. Tutto ciò che viene dopo è contemporaneo.
La terza via è quella che preferisco usare io. Il moderno è un modo di essere. Che non è solo legato al progresso come lei vuole farci credere. Il moderno è saper leggere le cose nelle sue diverse verità senza però farsi abbagliare dall'errore di considerare le cose come immutevoli (come vuole chi ha rivoluto la fenice COM'ERA E DOV'ERA ) o rileggibili come tutto e il contrario di tutto. Certe cose non si possono cancellare o scavalcare. I fatti sono immutabili. Le opinioni cambiano. Ma le verità STORICHE, che le piaccia o no, non si possono falsificare. E non mi porti Vattimo come esempio, perchè egli di certo non ama i falsi. Perchè quando si parla di falso storico, se non lo avesse capito, si indica la menzogna tramandata nei secoli e fatta bere per vera anche ai contemporanei. Tutte cose che evidentemente piacciono a lei, ma non a Vattimo.
La Verità storica che qui esiste è che il teatro non c'è più. Rifarlo identico (a che cosa poi? Alle mille realtà che esso conteneva? impossibile, e questa è il vostro errore più grande!! ) vanifica il tutto nelle sue molteplici diversità che esso rappresentava.
Che non esiste una verità assoluta lo sanno (o almeno dovrebbero saperlo) tutte le persone dotate di un minimo di cervello. Non ci spacci la ricostruzione ex novo della fenice o di qualsiasi altro monumento completamente perduto come un inno alle molteplici verità e all'apertura mentale. Perchè è la carognata intellettuale più grossa che si possa fare.

Tutti i commenti di Irma Cipriano

 

Commento 557 di Vilma torselli del 21/12/2003


"A parlare di restauro, dei suoi effetti visivi nonché dei risultati eclatanti che ne suggellano le singole operazioni, sono veramente in molti fra gli addetti ai lavori e non, e la sensazione che se ne trae è quella di un’attività destinata a superare le più ottimistiche previsioni e aspettative culturali, producendosi in una vera e propria “restituzione degli antichi valori” messi a repentaglio dal tempo e dagli uomini. E’ alquanto difficile trovare, almeno da noi, testimonianze di un atteggiamento meno disponibile verso quell’ottimismo diffuso che ormai caratterizza le iniziative e le affermazioni dei responsabili del restauro, e che influenza a tal punto l’opinione pubblica da farle credere che restaurare un’opera significhi non tanto conservarla il più possibile ma farne rivivere i fasti di una volta, come se la ruota del tempo potesse girare a ritroso ed il passato mostrarsi interamente nella sua verità incontrovertibile ("Filosofia dell'arte e problemi di restauro: il caso di Cesare Brandi", di Cesare Chirici ).
Il risultato di tanto facile ottimismo è sotto gli occhi di tutti, credo che non ci sia architetto che non condivida lo sdegno di Mariopaolo Fadda per un'operazione a ritroso che non riesce, e forse non si pone neanche nella posizione di tentarlo, a restituire un'opera architettonica del passato in termini di leggibilità alla portata della moderna percezione, un'operazione che, per usare ancora parole di Cesare Chirici, "non dà luogo a transiti di senso" e ignora " il passaggio da un passato “sospeso” e virtuale a un presente che rimette in circolo e revivifica una referenza indeterminata".
L'acriticità delle scelte, l'assenza di una cernita selettiva di ciò che va scartato da ciò che va tramandato, la mancanza, in definitiva, di una critica che impedisca un rispecchiamento passivo del passato hanno prodotto, com'era inevitabile, una pedissequa ricostruzione storiografica che, condividendo le parole di Fadda, si può brutalmente definire una plateale falsificazione.
Il concetto di restauro conservativo è, pare il caso di dirlo, come l'araba fenice, esiste, almeno nella teoria, ma è inafferrabile ed ambiguo come pochi.
Mi pare che il problema, sulle pagine di Antithesi, sia già stato più volte affrontato, mi riferisco, per esempio, a Sandro Lazier quando scrive: "[...] Conservare le cose è sempre stato un grande problema per l’umanità, dal cibo alle case, dai ricordi alla storia, gli egizi conservavano persino i morti. Ma se voglio conservare la frutta devo mutarla in marmellata e, allora, l’oggetto della conservazione non è più l’ingrediente ma il ricavato (Ci si preoccupa di conservare la marmellata, non la frutta). Perciò ci si illude di rifare marmellate nel modo dell’antica tradizione, ma si scorda che i frutti sono sempre nuovi.", (Tradizione e identità, Antithesi, 2002).
Un pittore liberty, Gaetano Previati, affermava che, lasciando ad un quadro il tempo di invecchiare, si sarebbe finito per avere un altro quadro, magari migliore dell'originale, sicuramente assai diverso: le opere, come gli uomini, invecchiano e mutano inderogabilmente, nel nome dell' irreversibilità dei processi vitali che rendono la vita unica ed irripetibile.
Il concetto di restauro, poi, ha in sé un inalienabile carattere di provvisorietà che fa sì che non esista un restauro "definitivo", perché al suo compimento ha inizio una nuova, inevitabile mutazione che vanifica ulteriormente ogni pretesa di riportare tutto a "com'era prima".
E' certo che restauri come quello perpetrato ai danni della Fenice andrebbero proibiti.
Per legge.
Il ministro Urbani potrebbe cominciare a pensarci.
Ma se vogliamo fare della critica costruttiva, allora bisognerebbe anche dire quale potrebbe essere l'alternativa, bisognerebbe individuare il discrimine tra una massiccia ristrutturazione ed un restauro vero e proprio, bisognerebbe stabilire quando una struttura possa essere efficacemente curata e quando debba invece essere sottoposta ad una dignitosa eutanasia. Sarebbe proficuo e civile che ora il dibattito si aprisse a queste problematiche, magari proprio sulle pagine di Antithesi, non fosse altro che per fornire utili suggerimenti al ministro Urbani
Per l'Europa ed in particolare per l'Italia, credo che Fadda lo sappia bene, esiste un problema del restauro che in America non si pone, là l'amore dell’antico e il rispetto del passato hanno radici corte, è più facile estirparle e ripiantare nuovi germogli, non può attecchire la sudditanza psicologica a vecchie norme e vecchi schemi, esiste una libertà di idee che da noi è sconosciuta. Non a caso, è in America che il surrealismo europeo ha superato le sue nevrosi ed ha parlato il dirompente linguaggio liberatorio dell'espressionismo astratto.
Personalmente non credo che il restauro della Fenice sia stata una volontaria americanata per conquistare un certo segmento di mercato , credo piuttosto che si tratti di un caso ignoranza in buona fede di quella "filosofia dell'arte" che riporta ogni attività "artistica" nell'ambito della superiore universalità di una concezione "filosofica" dell'agire umano, quand'anche espletato in seno ad una specifica scienza.
Il che è peggio ancora.
Forse si potrebbe a questo punto disquisire sui danni che possono produrre le buone intenzioni degli stupidi, ma questa sarebbe un'altra storia.

Tutti i commenti di Vilma torselli

 

Commento 558 di Pierluigi Di Baccio del 22/12/2003


Mi tocca constatare che nessuno ha capito il senso del mio intervento...probabilmente mi sono spiegato male. D'altronde, a differenza di qualcun'altro che su queste pagine ultimamente pontifica riguardo alle magnifiche sorti e progressive dell'architettura, non mi ritengo infallibile.
A guardar bene il mio commento precedente direi che nessuno possa seriamente leggervi una difesa o, peggio ancora, un elogio dell'operazione "dov’era e com'era" consumatasi a Venezia con l'irrinunciabile balletto italico di ricorsi e controricorsi e ricorsi ai controricorsi e rescissioni di contratti, che spero qui si conoscano (anche se questa è un'altra storia). Semplicemente non mi sono assolutamente espresso sul merito della questione, non era quello il mio scopo: il mio scopo era mettere in evidenza l'inadeguatezza dell'argomento principe usato dal Fadda per la sua critica.
Che si rassegnino pure i Fadda e le Cipriani di turno, ma attaccarsi al concetto di falso storico è non solo inappropriato ma del tutto masochistico: si scelgano altri argomenti, un po' più pregnanti e meno finto-moralistici. E non dico questo in omaggio a un non so che relativismo etico o minimalismo d'accattonaggio...quello lo lascio volentieri ad altri.
Proverò a chiarire, in termini il più comprensibili possibili, quali sono secondo me i termini della questione.
Bisogna dire che all'origine di tutta la discussione c'è un articolo di Alessandro Baricco da me riportato per intero in un precedente commento: ebbene quello scritto era interessantissimo proprio perché, dal punto di vista di uno scrittore, cercava di capire e spiegare il senso di una FOLLIA, come giustamente egli definisce la ricostruzione della Fenice com'era e dov'era. Parlare di follia è corretto proprio perché quella che, all'occhio del profano, ha tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso si rivela nella realtà di cantiere il suo esatto contrario: come scrive opportunamente Baricco, l'effetto pratico è che "con cura maniacale, alcuni geniali umani [hanno speso] un numero di ore spaventoso usando un sapere tecnico affinato per secoli, con l'unico scopo di raggiungere un obbiettivo apparentemente folle", ovvero "rifare la copia di un uccello che era una scopiazzatura di un uccello che, lui sì, era un originale, almeno 200 anni fa", il tutto scrutando vecchie foto con la lente d'ingrandimento o facendo strane macumbe per "leggere ciò che l'incendio ha lasciato: un'ombra, un rimasuglio annerito, una scheggia."
A questo punto ciò che riesce a interessarmi non è solo se sia giusto o meno, ma perché ciò possa oggi essere ritenuto giusto: qui sta il punto!
Utile è partire dall'interpretazione proposta da Baricco, ovvero che "quel teatro alla fine […] sembra un unico, compatto, meravigliosamente coerente ecosistema che, senza alcun pudore, ripropone una logica che non esiste più. E' come un parco naturale, come l'ultima tana di una razza estinta. […] La follia della Fenice - come tante altre, per carità - sembra stare lì a ricordare che c' era anche un'altra possibilità, decaduta, ma un tempo reale. Sistemi che impiegano un'enormità di energia e tempo per produrre risultati sorprendentemente piccoli. Anni per fare una ringhiera. Sistemi che fanno acqua da tutte le parti, che perdono energia per strada, e che arrivano al momento buono completamente scarichi. Follie, secondo la nostra logica attuale. Ma se ci pensi: erano sistemi che sprigionavano il Senso ai lati e non all'arrivo. Se ricostruisci la storia della ringhiera capisci che la ringhiera è davvero poco, ma il mondo che per strada si è prodotto dal gesto che la faceva, è immenso."
Chiariamo subito, lungi da me, e anche da Baricco credo, ogni proposito apologetico per un sistema produttivo morto e sepolto. Ripeto: il fatto è capire come si possa scegliere oggi di riproporre una logica che non esiste più. E scusate se non mi accontento di risposte decisamente banali come: "puro feticismo", "speculazioni pseudo-holliwoodiane", "complotto passatista" portato avanti da "partiti politici, ambientalisti para-statali, nonché da sfiatati esponenti del più variopinto associazionismo, da soprintendenti-prefetti, da sindaci-architetti, assessori-urbanisti, ingegneri-capo e loro annessi e connessi"! Son risposte buone per il chiacchiericcio da salotto, roba buona per la polemica fine a se stessa.
Scrive Irma Cipriani: "La storia della Fenice non è una storia unica, questo è vero, ma giustifica il fatto di riportarla alla luce com'era e dov'era? La storia di certo non ci insegna ad ingannare i posteri con le copie, né con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità! Qui il saper vedere e leggere la storia come tanti punti di vista e tanti accadimenti diversi non centra nulla. La storia della Fenice è quella che tutti conosciamo e non si può cambiare. Se lei si vuole schierare dalla parte degli imbroglioni che pensano di consegnare alla storia un falso come se niente fosse accaduto si accomodi pure."
Tralascio senza troppi problemi l'epiteto gratuito di imbroglione, non sono tipo da scandalizzarsi...anche perché, come detto, non mi sono affatto schierato da nessuna parte.
Il problema, cara Irma, è che il modo di concepire la storia qui c’entra eccome! Se fino a cento anni fa non scandalizzava nessuno l’ipotesi di radere al suolo il centro antico, l’antico foro d’età romana, di una grande città come Firenze per farlo risorgere “a vita nova”, mentre oggi nessuno oserebbe solo proporlo…un motivo ci sarà, no?
Io la risposta la cerco (e mi par di trovarla) nella mutata concezione che oggi si ha del tempo e della storia. Fin quando si è convinti che la storia dell’umanità sia una linea retta, un piano inclinato che secondo un principio di “progressum ad infinitum” opera per la realizzazione dell’uomo ideale, che il nuovo sia sempre e comunque qualcosa di più, allora sarà inevitabile non porsi problemi di fronte all’antico, per il semplice motivo che ad esso non si riconoscono valori testimoniali positivi (fatte salve emergenze d’eccellenza artistica) ma solo la funzione ingombrante di “memento” del sottosviluppo che fu. Non a caso si sviluppano teorie bizzarre come il diradamento edilizio e l’isolamento artificioso e, quello sì, menzognero, del monumento dal suo contesto urbano.
Ma oggi, una volta che, fortunatamente, ci siamo liberati dal giogo e non speriamo più in palingenesi della storia o costruzioni dell’uomo nuovo, oggi siamo capaci di apprezzare il continuum storico che ci circonda per ciò che è e non per la posizione che esso occuperebbe nella presunta scala di valori che porta alla Verità assoluta della Storia.
La pluralizzazione dei modelli culturali, l’atomizzazione del panorama sociale e dei riferimenti formali non consente più di tenere dritta la barra del timone verso una rotta sicura, in base alla quale discernere gli ostacoli e abbatterli, per il semplice motivo che la rotta è smarrita, almeno in termini così assoluti e incontrovertibili. Dunque le varie sfaccettature della storia acquistano per noi urgenza, hanno comunque valore testimoniale, nostro compito rimane però comunque il coraggio e l’onestà di discernere, in una massa documentale che in tal modo si allarga enormemente, ciò che vale di più da ciò che vale di meno. Perché conservare tutto sarebbe stupido e perché comunque abbiamo la voglia e il dovere di tenerci lo spazio per proporre anche la nostra di voce sul palcoscenico del futuro.
Se domani per un qualche evento tragico andasse distrutta la Galleria d’arte moderna di Berlino di Mies o la Filarmonica di Scharoun io non saprei dire altro che “ricostruiamole” com’erano e dov’erano, perché abbiamo i progetti originali e i valori d’arte che tali edifici trasmettono risiedono e nascono in quei disegni e non nei materiali andati distrutti. Il restauro filologico non è e non deve essere considerato moralmente inferiore, esso rappresenta l’espressione ultima della consapevolezza che la nostra società tardo-moderna ha conquistato della finitezza e limitatezza della propria dimensione nella storia.
Il problema dell’operazione della Fenicie sta nella superficialità e nella banalità con cui tale estrema consapevolezza è stata applicata! Come purtroppo spesso accade in una società mediatica votata per forza di cose all’appiattimento verso il basso, all’occhieggiamento agli istinti peggiori, non si ha avuto il coraggio di fermarsi a riflettere un attimo prima di gridare al “com’era, dov’era”. Perché, se permettete, il discrimine fra male e bene sta sempre nel COME si fa una cosa, oltre che nel COSA si fa.
E’ a mio giudizio innegabile che i valori di cui quel teatro era portatore erano innanzi tutto VALORI D’USO, scrigno per la musica nel cuore di una città difficile come Venezia. Visto poi che l’incendio aveva distrutto integralmente gli interni ma salvato l’involucro, il senso primo della ricostruzione era salvare il modello connettivo di quel brano di città storica: il modo in cui quel teatro si affacciava alla città, e in cui essa si rispecchiava dentro il teatro. Probabilmente era necessario discernere fra l’aspirazione legittima a ripristinare una tipologia spaziale (i foyer, la sala a palchi e tutte le altre componenti del “teatro all’italiana”) per il modo in cui essa si sposava ottimamente al tessuto urbano, e la reale necessità di ripristinarne anche il vestito di stucchi e dorature. Non per preconcetta scelta estetico-formalista, ma perché in questi casi la domanda principe dev’essere se in ciò che è perso risiedevano valori capaci di rappresentare un pezzo della nostra identità culturale.
Ebbene, io davvero non riesco ad essere così certo che la ricostruzione filologica tout court sia stata la soluzione migliore, visto poi che in questi casi (diversamente dagli esempi che ho fatto prima) i disegni non ci sono e anche il patrimonio di cultura artigianale che aveva costruito que

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22/12/2003 - Mariopaolo Fadda risponde a Pierluigi Di Baccio

Caro Di Baccio è legittimo che lei voglia rivoltare l’architettura, l’estetica, la filosofia, la storia, la società, ma, mi chiedo:
- cosa c’entra la “pluralizzazioni dei modelli culturali” con la Fenice?
- cosa c’entra “l’atomizzazione del panorama sociale” con la Fenice?
- cosa c’entra “la palingenesi della storia” con la Fenice?
In breve, se non le interessa l’argomento perchè continua smenarcela con i massimi sistemi che noi non saremmo in grado di capire?
In tutto quel polpettone che ci ha servito è riuscito anche ad avventurarsi in una maldestra difesa del restauro filologico che “non deve essere considerato moralmente inferiore”. Sorvolo sul madornale svarione del restauro filologico attribuito alla Fenice (che è invece l’opposto: una ricostruzione pseudo-stilistica), ma è quel “moralmente” che va venire i brividi sulla schiena. Di Baccio che fa usa le tavole della legge di Mosè nel giudicare i restauri?
Temo che abbia ragione la Cipriano, lei ha le idee alquanto confuse, nulla di male quindi che cerchi di chiarirsele intervenendo nel dibattito. Ma intervenga per chiarirsele non per dare lezioni a chi rifiuta di farsi aggrovigliare nelle sue piroette socio-filosofiche. Per il resto può parlare di quello che vuole. Vuol dare lezioni di evasione onirica? Vuole ridiscutere i sistemi filosofici? Vuole illustrarci il prossimo Festival di Sanremo? Libero di farlo. Ma non prenda a pretesto gli articoli di AntiThesi per esibirsi nel suo pasticciato avanguardismo retrogrado.

 

Commento 559 di Angelo Errico del 22/12/2003


Chi arriva in ritardo in una discussione di solito non sa cosa s'è perso nel dibattito, ma a voler leggere i sei commenti precedenti per farmi un'idea e non essere ripetitivo, mi spavento come quando sono di fronte ai citofoni dei condomini con una ventina di pulsanti per una successione di scale interne che vanno dalla lettera A alla lettera L.
Lo scandalo, vorrei dirottare la mira della tematica, non è tanto se la Fenice è stata ricostruita con tecnica dysneiana o con fedeltà alla prima o alla seconda ricostruzione avvenuta nel passato. Sta nell'aver dedicato tempo e ingegno e soprattutto denaro per un'opus architettonico che non è così particolarmente urgente e necessario in questo momento all'Italia.
Anche il campanile in piazza San Marco, ricordiamolo! è stato interamente ricostruito in tutta la sua altezza. E questa storia che le cose degradate dal tempo non vanno sotituite o se non c'è più la tecnica dell'epoca non si deve porre alcun rimedio, ci porta a voler essere ipocritamente moderni e contemporanei con attese e aspettative del pittoresco e del preraffaelitismo.
Insomma: l'architettura è fatta per essere mantenuta nel tempo, con quello che il "tempo" fornisce.
In Italia invece ci sarebbero necessità edilizie di maggior ed urgente necessità, che potrebbero a seconda delle dimensioni ed uso pubblico, essere oggetto di qualche concorso interessante anche.
Se cadesse il duomo di Milano è ovvio che non ci sarebbe più lo stesso marmo né gli stessi scultori, ma in fondo il marmo era scelto per la sua qualità poichè era materiale di più vicina reperibilità in quel momento, e i lavoratori altro non erano che artigiani e apprendisti di bottega assieme, e non certamente luminari del Bauhaus o assistenti universitari di Dal Co.
L'architettura si costruisce.
La sua vita sta nei mutamenti che essa subisce, poichè niente rimarrà identico a cos'era in passato.
Lo sfregio e l'insulto, la Fenica lo conferisce a chi invece ancora aspetta case e vive in baracche e containers, a stadi e impianti urbani senza alcuna utenza.
Poi, che sia stata rifatta così come era, "era" nel più recente passato e non in quello di memoria anteriore, chi se ne frega francamente! Ma agli italiani importa davvero di quest'opera? foss'anche stata fatta in vetro e cemento alla Mies o in pietra alla Gaudì?

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Commento 560 di irma Cipriano del 22/12/2003


Risposta a Pierluigi di Baccio.
Molto probabilmente si è spiegato male. Nel senso che nell'articolo di risposta a me e Mariopaolo Fadda lei si contraddice più volte. Lei dice di non essersi "assolutamente espresso sul merito della questione" ( ovvero il restauro della Fenice ) poichè non era quello il suo scopo. " il mio scopo era quello di mettere in evidenza l'inadeguatezza dell'argomento principe usato da Fadda... " Mi scusi, ma come può scindere le due cose? Lei fa una riflessione sulla visione della storia ma non vuole entrare nel merito di quella della Fenice? Allora perchè commenta un articolo dove il punto focale e tutti i ragionamenti vertono su una cosa che a lei non riguarda? Non mi metto a parlare di un concetto ( giusto o sbagliato che sia ) se poi non voglio che si colleghi a quello principe. Sennò equivale a voler parlare di salami quando altri stanno discutendo di calcio.. La visione della storia e la vicenda della Fenice sono inscindibili. Se lei non voleva parlare della Fenice non capisco dove voglia arrivare. La sua affermazione è un non senso.
Non credo comunque, come dice lei, di essere masochista. E' masochismo pensare che la Fenice sia un falso storico? Ho già spiegato cosa io intendo per falso storico sia a lei che a Pacciani. Allora o non ha finito di leggere il mio commento oppure non ha capito e dovrebbe rileggerlo.
Poi perchè quella di ricostruire il teatro com'era e dov'era avrebbe tutta l'aria di essere una soluzione di puro buon senso? Come mai si rivela una follia in cantiere? Perchè ci si mette un'infinità di tempo a rifare una ringhiera?? Io non credo che il tempo impiegato per fare una cosa sia indice di follia. Se ci metto 10 anni per fare un capolavoro sono un'idiota? Vedere nella Fenice una follia, perchè ci si è messo molto a fare determinate cose, e non vederla nell'aver creato un rewind del crollo ( ovvero analizzando la teoria e l'idea di base di tutto un processo ) è come dire che il fascismo è stato un'errore perchè si facevano troppe parate di propaganda!!
" A questo punto ciò che riesce a interessarmi non è solo se sia giusto o meno, ma perchè ciò possa essere giusto o meno " Mi sembrava di averlo già detto perchè può essere giusto o no. Lei non ha portato che teorie non fondate nel suo articolo- commento a Fadda.
" Il fatto è capire come si possa scegliere oggi di riproporre una logica che non c'è più " Ma almeno un pò di coerenza!! Prima non ha detto tutto il contrario? Ma poi, se si vuole rifare la Fenice esattamente come era come pensa di rifare pezzi che erano di fattura e di stile settecentesco?? Con il laser e la criptonite?? Se si deve rifare com'era prima è ovvio che si usino le tecniche vecchie di trecento anni.
Anche la logica del rifare tutto com'era è degna dell'ottocento e noi siamo nel duemila.
Tra laltro nel suo articolo afferma che non c'è niente di male nel rifare Mies tale e quale!! Alla faccia della logica che non c'è più e che non è il caso di riproporre! Siamo nel pieno della concezione ottocentesca di restauro, qui!! Ma quando si decide?Lei dice di non essersi schierato da nessuna parte. Ma come può dirlo se per due pagine ha predicato il suo concetto di storia . Meno male che non si è schierato sennò ci trascinava in una pseudo-dotta discussione pure sterile ( perchè si poggia sul vuoto del non voler arrivare a conclusioni e allo schierarsi come dice lei ) per almeno dieci volte tanto!
Tra l'altro lei non ha davvero letto bene il mio commento, perchè io non ho detto che qui il concetto di storia non c'entra, anzi. Ho detto tutto il contrario. Quello che ho scritto è che " la storia non ci insegna certo ad ingannare i posteri con le copie, nè con l'attaccarsi alla capacità di saper vedere le cose da più punti di vista insabbiando la verità " Forse ho così tanto rispetto per la storia che non sopporto gli inganni e le mistificazioni spacciate per storicismo di quinta mano. Non pùò dirmi che ho lasciato da parte questo BASILARE concetto ( la storia e le sue verità ) perchè sapebbe proprio in mala fede. Poi la verità sta davanti a chiunque sappia leggere. Lei scrive : " Se fino a cento anni fa non scandalizzava nessuno l'ipotesi di radere al suolo il centro antico(...) di una grande città come Firenze per farlo risorgere a vita nuova, oggi nessuno oserebbe solo proporlo.. un motivo ci sarà, no?" Ma santocielo, di Baccio è proprio quello che è accaduto e quello che vuole lei!! Lei ha detto che : "se la Galleria d'arte moderna di Berlino di Mies o la filarmonica di Shauron andassero distrutte io non saprebbe dire altro che ricostruiamole com'erano e dov'erano, perchè abbiamo i progetti originali e i valori d'arti che tali edifici trasmettono." !!!! Lo dice lei dieci righe più avanti! Lei aleggia in uno stato confusionario impressionante perchè in una pagina afferma prima una cosa per poi smentirsi poco più avanti!! Lei ha o no un suo pensiero coerente? in due suoi commenti che ho letto non sono riuscita a trovarlo!
La fenice non si può rifare perchè i disegni non ci sono a differenza delle opere di Mies e di Sharoun? Ma se ci sono le fotografie che tramite computer ti rilevano anche il più piccolo dettaglio! RIvuole come nuove opere sfracellate e le vuole ricostruire solo se ha i disegni fatti a mano dall'ideatore dell'opera. Chi è il feticista, scusi?
Per finire: mai detto che il nuovo è verità autentica e il vecchio è un falso da imbroglioni. Per la Fenice è di fatti il contrario. QUESTA FENICE é UN NUOVO ASSOLUTAMENTE FALSATO. Ha stavolto totalmente il mio pensiero in quasi tutti i punti.
Il mondo è un pò più complesso del rifare a pappagallo le cose andate perse, giusto per riprendere il suo adagio finale.
Mai scaduta, per concludere, nella semplificazione grossolana e irrispettosa. C'è scaduto chi ha citato Vattimo ( a proposito, dov'è andato a finire? ) senza aver capito cosa ha veramente detto, ripetendo in modo grossolano le sue parole; e chi ha irrispettosamente parlato di verità e valori d'arti negandoli nelle loro prime e inconfutabili accezioni.
L'alternativa? Siccome non sono una strenua difensora della pietra feticcio come dice lei ( mi sto ancora chiedendo quale mio commento abbia mai letto..mah! ) crollato l'interno e non l'esterno avrei costruito nuovi interni affinchè l'edificio non morisse del tutto e potesse essere riutilizzato.Ma non certo delle fotocopie di se stesso. I ruderi alla memoria in casi come questo diventano patetici e sono inutili.

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Commento 563 di Vilma Torselli del 27/12/2003


Finalmente da Angelo Errico una parola chiara, semplice, categorica, definitiva che pone termine a tutti i dibattiti: l'architettura si costruisce, poi muta, si degrada, a volte viene rifatta, in qualche modo, ma dopotutto, chi se ne frega!
Con tutti i problemi che ci sono al mondo, i baraccati, le carestie, il terrorismo, stiamo qui a parlare della Fenice! Ma chi se ne frega!

C'è solo una cosa sbagliata, in tutto l'insieme dell'intervento così finemente argomentato: la sede, un giornale di critica dell'architettura.
Ma dopotutto, della critica d'architettura, chi se ne frega!
Propongo di chiudere Antithesi.


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Commento 564 di Pierluigi Di Baccio del 28/12/2003


...un'ultima, definitiva, forse ingenua domanda bussa infine alla mia mente: ma i signori che sua queste pagine pontificano sul Vero e sul Falso...li leggono veramente i commenti altrui? No, perchè se li leggessero veramente....la discussione potrebbe essere assai più proficua.
Non ritengo infatti molto furbo far finta di non capire o attribuire ad altri la confusione mentale che evidentemente alberga nelle proprie di teste. Chi infatti ha ben chiara in testa una propria idea non ha paura di confrontarsi anche a largo raggio, magari andando anche un po' fuori tema (non c'è mica nessuno che lo vieta! non certo i moderatori di questa webzine!): allargate le vostre menti per favore...neanche aveste i paraocchi! Per cui o si parla del vostro oggetto preferito o niente!
Se poi preferite pascervi delle vostre evidentemente fragili certezze, fate pure...anche se non so che utilità abbia!

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Commento 565 di Nicoletta Borghese del 29/12/2003


Ha veramente ragione Errico, invece, e stramaledettamente ragione nello scrivere proprio qui il suo pensiero. Come i polli di Renzo si battibecca sul fregio, lo stucco, il prima e il dopo...ma l'oggi interessa a qualcuno? Nel frattempo quadrate legioni di azzeccagarbugli lasciano marcire invereconde situazioni di bisogno da una parte e dall'altra gonfiano e rigonfiano milionate di metri cubi di costruito, che non essendo "Architettura" ovviamente non si critica, vero cara Torselli? Il similoro s'addice ai frequentatori di quel luogo e alla trite rappresentazioni che vi si tengono: una volta si lanciavano uova ora il "bravo artista" le dovrebbe esorcizzare con squinternati involucri: e allora alla critica sarebbe dolce naufragare in un mare di titanio...

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Commento 566 di Davide Sacconi del 29/12/2003


Esco un po' stordito dalla lettura degli 11 commenti in 12 pagine di stampato. Forse si potrebbero evitare "de filippi-che" di tal lunghezza per permettere anche a "minus-dotati" come me di seguire un dibattito peraltro interessante. Vorrei quindi essere sintetico e aggiungere solo un paio di cosette.

Mi pare che nessuno abbia sottolineato adeguamente un punto che secondo me è fondamentale: la Fenice era quel gioiello che era principalmente per il sistema decorativo. Questa era la sua peculiarità che la rendeva un'opera d'arte unica. O mi sbaglio? Ed è questo lo scandalo! Non si tratta di ricostruire il campanile di San Marco, che è un simbolo in quanto architettura, in quanto presenza ineliminabile nello spazio della piazza, se non a prezzo di stravolgerne il carattere. Qui si tratta di ricopiare un'opera d'arte. E se va in fiamme, che ne so, una bella tela del Caravaggio, che facciamo? Ma si, se la cornice è rimasta si può sempre fare una bella stampa da una foto in esacromia.....
Se poi invece si tratta di ricostruire un teatro rispettando una determinata tipologia tipica, rispettando la funzione, il valore, l'importanza di quella localizzazione del tatro nell'ambito della città di Venezia...etc, allora nulla vieta che le balconate possano essere in acciaio e vetro o perche no nel tanto vituperato titanio....

Aggiungo solo un'ultima nota: non è proprio possibile scrivere su una webzine di critica su un argomento dicendo chissene sbatte di questo argomento. Delle cose di cui non si può dire è necessario tacere.....

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Commento 567 di Andrea Pacciani del 29/12/2003


Nella disputa accesa, sono passate inosservate due chiose delle nostre gentili commentatrici che mi spiace passino così sotto tono e senza un commento del nostro puntuale “direttore” che di solito non se le lascia scappare.

L’Irma ci dice che:
“Per fortuna le norme non sono vangelo. La burocrazia non è architettura, quindi l'articolo tre, interpretato come fa lei, è inutile. Leggere le cose in questo modo non ci porta (come ci ha sempre portato) che a partorire orrori funzionali”.
Si riferisce all’articolo delle norme deontoligiche della professione dell’architetto che recita: "L'architetto esercita la professione in conformità alle leggi vigenti ed opera nel rispetto dell'interesse generale della società che riconosce prevalente sia quelli del committente e personale”.
Per me è limpido, chiaro, va preso alla lettera per quello che dice, vale tanto quanto il giuramento di Ippocrate che fanno i medici; ma se ci sono “Interpretazioni” o modifiche da segnalare ad Urbani lo si faccia alla svelta tanto che si aggiusta la Merloni e liberiamoci da inutili equivoci.
A proposito tanto di cappello alla lettera di Beniamino Rocca, ineccepibile, e a quanto pare conforme al suddetto articolo 3 quando caldeggia “Il dibattito tra i membri della commissione giudicante deve essere pubblico e il voto dei commissari palese…Altra cosa che ci sembra utile è anche quella di diminuire il numero degli architetti nelle giurie a favore di altre professionalità”.
La Vilma aggiunge:
“E' certo che restauri come quello perpetrato ai danni della Fenice andrebbero proibiti.
Per legge”
E’ vero che il nostro paese per certi aspetti sembra essere sotto una dittatura, ma a imporre una certa achitettura anziché un’altra per legge credo non sia mai accaduto nemmeno nelle migliori dittature di Hitler o Stalin, né in quelle di Ciausescu o di Saddam, ma se vogliamo essere i primi nel nome della palese democrazia dell’architettura moderna aggiungiamo anche questa richiesta ad Urbani.
Spero di essere indagato al più presto per “falso in teoria del restauro” quando restaurando una qualsiasi architettura moderna sostituirò il vecchio intonaco a base di cemento con uno nuovo a base di calce anzichè impregnarlo di reisina o lasciarlo su a lacerti testimoniali.

Piccola riflessione che non riguarda questa discussione:
Sono passati ormai 16 anni dal 1988 quando Philips Johnson celebrava al MOMA il decostruttivismo di Gehry, Libeskind, Koolhaas, Eisenman, Hadid, Himmelblau e Tschumi con una mostra che lo lanciava sul panorama mondiale (sì lo stesso Johnson che nel 1932 celebrava nella mostra storica “Modern architecture” Mies, Corbu, Gropius e Oud, lanciando l’International Style). Da allora i cambiamenti che si citano per dare il senso dell’attualità sono stati moltissimi dal muro di Berlino, ad internet, all’11 settembre. E’ questa ancora architettura contemporanea o già neostoricista? bisogna fare chiarezza su cosa vuol dire fare archiettura del proprio tempo, avanguardia, sperimentalismo, storicismo......


Tutti i commenti di Andrea Pacciani

 

Commento 568 di Vilma Torselli del 29/12/2003


Gentile Nicoletta Borghese (non mi pare il caso di usare il suo confidenziale "cara"),
non è vero che l'oggi non interessi, mi pare che i temi presenti su Antithesi siano preferibilmente incentrati sull'attualità, come saprà certamente se legge il giornale con una certa assiduità, ma ciò non toglie che si possa anche dibattere sul restauro della Fenice.
Ciò che dice Errico potrebbe essere pubblicato su qualunque giornale, su un giornale sportivo, su un giornale di moda, su un giornale di attualità, si tratta di una protesta generica, demagogica e un po' infantilmente provocatoria sulle "situazioni di bisogno" di cui il mondo è pieno, che si potrebbe anche scrivere sui muri.
Anzi, penso che se volesse veramente giovare a qualcuno, è proprio questo che dovrebbero fare, Errico, o lei o qualche altro armato di buona volontà e bomboletta spray, con risultati più eclatanti, efficaci ed anche decorativi.
Sarà senz'altro d'accordo, vista la sua propensione alla denuncia delle disuguaglianze, che la libertà di espressione contempli anche la possibilità di disquisire sul restauro della Fenice, oltretutto nella sede più adatta, almeno nella stessa misura che le verrà riconosciuta, non ne dubito, quando vorrà gratificare anche una azzeccagarbugli come me di un articolo circostanziato, documentato ed illuminato di critica architettonica a qualcuna delle milionate di metri cubi di costruito di cui non solo lei, ma tutti faremmo volentieri a meno.
Attendo con ansia di leggerla sulle pagine di Antithesi o altrove, basta che mi dica dove e quando.
Vilma Torselli

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Commento 569 di Irma Cipriano del 30/12/2003


Le frasi strappalacrime e ad effetto ( anche se a me fanno l'effetto di un forte mal di pancia ) del tipo " Noi stiamo qui a parlare di cazzate - come la storia.. ( ! ) - mentre nel mondo ci sono bambini che muoiono di fame e di sete ed il terrorismo dilaga e saremo tutti dannati all'inferno perchè siamo vili peccatori e al buco nell'ozono e agli esodi vacanzieri chi ci pensa ? " oltre a non andare più di moda hanno stufato e sono assolutamente fuori luogo. Io credo che se si voglia intervenire su un Giornale di critica dell'architettura ( ed è anche scritto in grande, come si fà a non leggerlo? ) che parla tutto sommato di cose serie si debba fare i seri.
Se non si è interessati agli argomenti, si può anche fare a meno di intervenire. Non sta scritto da nessuna parte che si debba mangiare una minestra che non piace. Se uno poi è malato di protagonismo e vuole a tutti i costi dire la sua anche se non ne capisce nulla e non è in alcun modo interessato.. beh.. a questo punto ok il diritto ad esprimersi.. ma perchè pubblicare certi commenti? E' poi anche questione di educazione e buon senso. Non entro in chiesa e mi metto a dire " Io sono atea e per me tutte le vostre parole sono vuote e prive di senso. Quindi piantatela e tornatevene tutti a casa " Al massimo cerco un confronto e di capire il punto di vista di un credente..Non si può dire " E chi se ne frega ". Perchè allora a me non frega niente di quest'opinione del tutto polemica e inconcludente. Critica dura sì, ma costruttiva e sensata. Basta con le parole in libertà. Non vi interessa quello che si dice qui? Ci sono tanti bei posti dove andare, altri siti da visitare. Fatelo. Non vi preoccupate. Non credo che molti sentiranno la mancanza dei vostri " ecchissenefrega " o di sentirvi citare i polli di Renzo ( mica male come argomento da portare avanti, no? Veramente ricco di opinioni e rimandi per cui si potrebbe discutere per mesi..! )
Non vi preoccupate per noi.. ce la caveremo .

P.S. : come si fà a dire che l'argomento Fenice non riguarda il nuovo? Questo teatro non ha neanche un mese di vita..
Quando si dice la malafede..

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Commento 14399 di andrea pacciani del 30/08/2016


“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi 1977)

"Non si deve allontanare la gente da dove ha vissuto. Amatrice, Pescara del Tronto, Arquata, Accumoli, Grisciano: bisogna ricostruire tutto com’era e dov’era. Sradicare le persone dai loro luoghi è un atto crudele. Vuol dire aggiungere sofferenza alla sofferenza". [...] "Bisogna ricostruire tra le pietre, le soglie e la gente che la abita". [...] "L’anima dei luoghi non si può cancellare (Renzo Piano 2016)

Ci sono voluti 40 anni....

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