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Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 803 di Carlo Sarno del 16/10/2004


Caro Luca Guido, ti ringrazio per aver evidenziato un aspetto della crisi della critica architettonica ma, secondo me, non bisogna soffermarsi troppo sui lati negativi.
Focalizziamo la nostra attenzione e le nostre energie su tutto ciò che di buono ha prodotto l'Architettura Italiana in questi ultimi tempi. Non lasciamoci trascinare su falsi discorsi e false realtà. La buona architettura in Italia esiste, saranno opere più o meno note, più evidenti o meno evidenti, ma la testimonianza c'è.
Non è facile oggi con tutti i vincoli reazionari esistenti creare una architettura innovativa, ma vedo che ovunque esiste una tensione alla realizzaione creativa e propositiva, più o meno riuscita, ma esiste.
Cerchiamo di prendere il meglio di tutte queste esperienze e costruire una nuova e proficua cultura operativa architettonica in Italia.
Ad esempio di ciò cito soltanto lo spazio esistenziale-sociale-organico di Giovanni Michelucci, o lo spazio lirico-ecologico-morfologico di Mario Galvagni.
Parliamo del bene, parliamo della vera architettura creativa, non lasciamoci distrarre, costruiamo una nuova società organica di pace, amore e felicità, nel solco della verità e libertà.
Carlo Sarno

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16/10/2004 - Luca Guido risponde a Carlo Sarno

Caro Carlo Sarno,
Mi dispiace ma non sono disposto a chiudere gli occhi.
E' vero che in Italia ci sono -e ci sono state- tante cose positive ma è altrettanto vero che non viene dato sufficiente spazio a queste "novità".
Se poi anche nelle riviste meno legate ad ambienti accademici e di potere vengono portate avanti e si da spazio a queste ricerche-schifezze rimango quantomeno perplesso.
In fondo, nel mondo delle riviste, gli architetti che fanno ricerca vengono pubblicati per vendere copie e non sono quelle le pubblicazioni che contano. Quello che conta per esempio non è trovare frequentemente Gehry o i Coop Himmelb(l)au pubblicati in Casabella (non meravigliamoci di questo) bensì trovare molto meno frequentemente, ma con più peso, i progetti di Massimo Carmassi, di Francesco Venezia, di Gae Aulenti...facendo immediatamente di quella rivista un punto di riferimento per un certo mondo dell'architettura.
E in effetti poi i nomi "italiani" affermati e conosciuti all'estero non sono certo quelli di chi fa davvero ricerca, ma quelli di poco fa con l'aggiunta dei Portoghesi, dei Braghieri, dei Monestiroli, dei Natalini, dei Gregotti, ecc... c'è chi parla solo italiano.
Per fortuna ci sono Fuksas e Piano ma il loro professionismo non basta.
Questa italianità omologatrice non mi appartiene.
C'è chi parla molte lingue.

 

Commento 805 di Andrea Allevi del 17/10/2004


Spett.le Luca Guido,
subito una premessa: non conosco personalmente nè lei, nè i responsabili di questo sito, nè Roberto Dulio, cioè l'autore dell'articolo
che ha ispirato il suo commento.
Mi sono interessato alla figura di De Finetti in relazione ai rapporti culturali tra Italia e America fra le due guerre. Per questo ho trovato interessante il breve saggio pubblicato su "L'Architettura". In realta sono incappato prima - cercando su internet - nel Suo commento su Antithesi, che mi ha incuriosito, e subito sono andato a leggere il saggio in questione.
Il testo mi sembra ben scritto, ben argomentato, con tutte le cautele e i condizionali che l'argomento e le supposizioni dell'autore richiedevano. Inoltre mi sembra che uno dei punti di merito fosse anche quello di aver individuato le ragioni della sfortuna critica di De Finetti.
Proprio quelle ragioni ben spiegate nel saggio, trovano una ricaduta del tutto fuori tempo nel Suo commento - di cui non condivido nemmeno una parola - che mi sembra ispirato dall'esasperazione gratuita e dalla riproposizione di posizioni critiche comprensibili e condivisibili in un dato momento storico, ma che oggi, irrigidite in quei dogmi che lei ripete come fossero il decalogo, mostrano tutta la loro povertà critica.
In questo modo Lei rappresenta proprio un esempio di quella "critica conservatrice" che tanto vorrebbe "bacchettare". E la sua storiella dell'architettura tra le due guerra raccontata in tre pagina è storiograficamente risibile e criticamente rappresenta la banalizzazione, ripeto, di posizioni ormai datate che Lei non ha neanche conpreso e solo banalmente iterato.
Il tutto non meriterebbe neanche un commento, se non fosse che mi ha irritato profondamente la sua sicumera e la sua autoproclamazione a detentore della verità e a fustigatore dei "cattivi". Cattivi poi perché? Perche sostengono delle idee diverse dalla sua? Muzio e Rossi sono stati forse dei criminali di guerra? E Terragni fascista che fa architettura antifascista a chi la andiamo a raccontare?
Rifletta un po' e si accorgerà che l'unico atteggiamento reazionario è il suo.
Cordiali Saluti

Tutti i commenti di Andrea Allevi

17/10/2004 - Luca Guido risponde a Andrea Allevi

Spett.le Andrea Allevi,
subito una premessa: sono contento di non conoscerla e di non conoscere neanche Roberto Dulio.
In effetti se curassi io quella rubrica (ma non ci tengo affatto) può stare sicuro che quel tipo di articoli non comparirebbe. Nè dimostrerei tanto provincialismo nella scelta degli argomenti o delle recensioni. I testi ben scritti, ben argomentati, con tutte le cautele e i condizionali che l'argomento e le supposizioni dell'autore richiedono non li trovo interessanti. Come avrà capito la normalità la lascio a voi. Abbiamo chiaramente due opinioni diverse.
Le mie parole erano volutamente provocatorie...e mi pare di aver scalfito qualche luogo comune sul cosidetto "razionalismo italiano" dei Libera, Muzio, Piacentini...
"L'operazione Dulio" (ovvero della "riesumazione dei corpi-morti"), è giusto fregiarla col nome di uno sconosciuto che vive del passato -e nel passato-, riecheggia tutta in questa domanda:
Sennò alla mediocrità chi ci pensa?
Per fortuna ci sono università, scuole, case editrici, ministeri (es. Darc), o nel caso De Finetti c'era la rivista-organo ufficiale degli architetti fascisti ...
La noiosa avanguardia dello spolverio delle librerie non fa parte dei miei poveri strumenti critici. Io infatti non mi affido solo alla critica ma alla storia.
Mi dispiace dirle che non mi meraviglio di vedere in giro pubblicazioni formaliste e superficiali sul provincialismo architettonico italiano o straniero. Queste operazioni infatti non hanno tanto valore in sè ma in quanto servono a giustificare un apparato che si è atrofizzato proprio su quelle tesi. E' per questi motivi che l'architettura italiana soffre di provincialismo. Non è utile raccontare che la storiografia ha avuto le bende sugli occhi (argomento che mi pare condividiamo entrambi) senza riconoscere che continua ad averle: in altre parole riesumare DeFinetti= non avere nulla da dire su Terragni o in genere sui maestri= rivalutare pseudo-architetti contemporanei che hanno allontanato l'Italia dai circuiti culturali. (Se vuole i nomi guardi il mio commento precedente.)
Perchè fare questo? Risposta:
Sennò alla mediocrità chi ci pensa?
La ringrazio del suo non-commento ma la invito a disinteressarsi di me e a pensare un pò più seriamente ai motivi che stanno dietro le pubblicazioni di architettura in Italia.

 

Commento 811 di Luca Purpura del 21/10/2004


Gentile Luca Guido,
ho letto le sue brillanti repliche a quanto argomentato da Allevi a proposito dello scritto di Dulio - a proposito, il "corpo-morto" è quello di De Finetti o di Dulio (che immagino stia facendo i debiti scongiuri)? - su villa Crespi.
Visto però che "La noiosa avanguardia dello spolverio delle librerie" non fa parte dei suoi "poveri strumenti critici" e si affida "non solo alla critica ma alla storia" mi chiedo se Lei abbia mai lavorato su un qualsiasi documento o fondo d'archivio.
In pratica, signor Guido, chi è Lei? Quali sono i suoi titoli (avrà ben pubblicato qualcosa, oso sperare)? Qual'è la "storia" a cui s'ispira
Un cordiale saluto
LP

Tutti i commenti di Luca Purpura

21/10/2004 - Luca Guido risponde a Luca Purpura

Ho solo tanta passsione, convinzione e presunzione nelle cose che faccio.
Amo l'architettura, questo è il mio maggior titolo.

 

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