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Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 7569 di antonino Saggio del 30/10/2009


Un discorso serio, questo di Sandro Lazier. E di questi tempi... La serietà di questo articolo ad esempio nella centralità della cultura e sin'anche di una scelta "linguistica" dimostra come a volte il web superi per profondità di riflessione la carta stampata. Ne è riprova il catalogo prodotto dall'InArch medesimo in questa occasione. Un volume che accanto a contributi di indubbio spessore problematico, come quello di Pica Ciamarra o storico allinea anche vacui chiacchericci, ricordi di comprimari, addirittura pettelegozzi.

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Commento 7573 di Giannino Cusano del 02/11/2009


Importantissime e sintetiche, le osservazioni di Lazier. Personalmente non so cos'è l'impegno etico, se non perché più se ne parla, più se ne dichiara la crescente lontananza. Perfettamente d'accordo: via gli ordini in un quadro di nessun valore legale dei titoli di studio. Che peraltro ne sono già sprovvisti in via di fatto.

Caro Lazier, condivido in toto l'articolo, quanto meno come impianto su cui innestare qualcosa. Si sono spostate le basi stesse della nostra cultura, credo. Con gli choc petroliferi degli anni '70 entriamo in quella che Angus Maddison definì "età delle incertezze negli obiettivi" e dalla quale non siamo per nuulla usciti, anzi: ci siamo sempre più infossati.
Anche il mondo dell'economia, con cui occorre fare i conti, necessita di profondi cambiamenti, legato com'è alla vecchia modellistica matematica della fisica classica. E i risultati si sono visti con la crisi mondiale recente, apoteosi del matematismo finanziario.
Noi esseri umani trasformiamo energia, territorio ed ecosistema quanto altri mai. Mi pare che abbiamo dato la nostra impronta a qualcosa come il 30 o il 40 % delle terre emerse; accresciuto di circa 1/3 la concentrazione di CO2 dall'inizio della rivoluzione industriale; utilizziamo metà delle risorse idriche del pianeta; abbiamo in pochi decenni .raddoppiato la quantità di azoto fissato derivante da fertilizzanti: l'elenco sarebbe assai lungo.
Non esiste scelta tecnica neutra, cioé che non sia culturale. Lo sappiamo, come sappiamo che non esiste economia al di fuori di scelte e responsabilità culturali precise Dunque ci tocca fare responsabilmente delle scelte e pretendere che si scelga tra alternative. Che si esca dal limbo suicida di processi dati per automatici e acquisiti ai quali si sommerebbe solo come optional il valore aggiunto della cultura architettonica: questo equivale, in realtà, solo a una sua re-stilzzazione, cioé riduzione a orpello.
Età informatica: giusto, è un'aggiunta ineludibile al discorso di Zevi. Le promesse e possibilità della "terza ondata" sono davvero incredibili. In merito, ho sempre fatto un solo appunto alle illuminanti osservazioni di Alvin Toffler ed è questo: se non scegliamo questa opportunità offerta dall'era elettronica e non spingiamo perché le sue promessse si traducano in realtà sufficientemente generalizzate, temo che l'avvento della società dei "prosumer" e delle "ad-hoc-crazie" possa avvenire tra secoli. E non ce lo possiamo permettere.
Dobbiamo scegliere, nonostante le incertezze che sembrano paralizzare anche la vita culturale ogni giorno di più, e spingere in avanti. E in questo, l'architettura moderna, segnatamente organica, ha moltissimo da dire, incitare, spronare. Anche, specialmente nei suoi rapporti con democrazie sempre più "senza democrazia", con assetti di vasti territori sempre più decisi da pochi tecnocrati che solo apparentemente demandano ad eserciti di delegati col voto nazionale e soprattutto europeo.
Quello che è in pericolo oggi, in questo clima di demoralizzazione, è la produzione e ricchezza di idee che servano a centrare i problemi e gli obiettivi di oggi per andare oltre e non rimanerne succubi o laconicamente invischiati nell'immutabile reale..
E' in pericolo l'idea stessa di progetto, cioé di progresso, e l'unica fonte realmente inesauribile di risorse: le idee che contano e servono a prefigurare futuro. Il resto è solo architettese e piacevole trastullo da salotto o da tavolo da disegno.

Un cordiale saluto,
G.C.

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Commento 7607 di Renzo Marrucci del 16/11/2009


Riflessioni sull’articolo di S. Lazier e sulla Biennale…
Va benissimo il principio di non ingessare la Biennale con le archistar di cui, peraltro, si incomincia a capire il fenomeno... Sarebbe l'ora però anche di imparare ad utilizzare queste manifestazioni come attendibili nodi di scambio e di intreccio della cultura architettonica e urbanistica, europea ed internazionale, con temi e problemi reali, contingenti, all'ordine del giorno e del tempo che viviamo… se è possibile. Sarebbe questo un ottimo momento per interrompere il senso astratto della vetrina che questa manifestazione tende ad avere sempre più platealmente.
La cultura non dovrebbe volare per conto proprio e dissociarsi da quello che è il dibattito sulla città e favorire l'uso strumentale a cui oggi è sottoposta da investimenti economici slegati da un interesse seriamente umano. Sarebbe l'ora di slegare politica e cultura partendo da qui e cominciare a integrare le responsabilità sociali e umane del fare cultura con la realtà che viviamo tutti i giorni. Pare poco ? Se pare poco significa che siamo indietro o fuori del tempo, che cioè privilegiamo corsie differenziate dalla realtà, trascinando la politica nel disinteresse della realtà della vita che viviamo nelle nostre città.
Rileviamo il pessimo servizio che la cultura presta alla città, alla politica
in favore di una progressiva dicotomia tra senso dell’ uomo e interesse economico che oggi travolge ogni cosa e soprattutto gli uomini di cultura incapaci.
Non dovrebbe la cultura non essere una semplice appendice del potere?
Non dovrebbe invece mediare, arginare e suggerire criticamente il potere e lasciarlo alle sue responsabilità…invece che esserne il servo ubbidiente e accomodante ?
Recuperare il passo con il tempo è considerato troppo difficile? Preferiamo allora separare la realtà dalla vita e vivere la contraddizione come snobistico atteggiamento poetico da una parte, favorendo ogni calcolo deteriore da compiersi sul filo freddo di una condizione puramente affaristica? Lo stiamo già facendo con i sindaci in prima linea sia che siano di DX che di SX. Oggi vi è un comune disegno
nelle ideologie, rimaste solo come appendice e in realtà sopraffatte dall’egoismo e dalla nuda e cruda vanità.
Per quanto concerne gli architetti non credo alle dichiarazioni dell' Inarch anche se proclamate con certa apparente sincerità. Dal periodo di Zevi ad oggi nulla di consistente è stato fatto in favore dell’architettura italiana e credo che oggi sia troppo fuori della compromessa condizione culturale che il sistema archistar, privilegiato dai gruppi economici e dai poteri forti, ha coltivato mettendo in soggezione parte importante della scena sociale italiana, sia mediante i sindaci che li chiamano nelle loro città evitando il confronto delle culture, sia dai ministeri per apparire svecchiati di una certa ruggine che deriva da una profonda incapacità di rinnovarsi. Quando la cultura viene imposta dall’alto si uccide ogni possibilità di semina e tutto ciò che nasce localmente sul territorio che è sempre stata la nostra salvezza. Nessuna possibilità o opportunità al confronto locale, nessun confronto che è linfa vitale e che viene invece affranto e distrutto e non tutelato nella consapevolezza civile della ricerca del valore dei nostri giovani e degli architetti, estromessi da una cultura del concorso malata e corrotta, mossa solo da interessi che prevaricano il territorio.
Dal tempo di Zevi a questa ultima dichiarazione Inarch il tempo è volato e appare facile fare relazioni sulla carta e affermare buone intenzioni, ma è in assenza di un tessuto culturale che sia in grado di sostenere il dettato dei propositi enunciati.
Sandro Lazier dice alcune cose giuste che vanno seriamente considerate, ma i conti con la realtà e con le città chi li deve portare avanti? Chi deve rendersi conto della realtà? Non basta una dichiarazione di buone intenzioni ma serve la coscienza di individuare il tessuto politico e culturale in cui queste parole cadono… che è del tutto impreparato a sostenerle. Formare i giovani in un contesto in cui sono più che altro Materia difficilmente impiegabile a che serve? Che cosa è che non va? La formazione? Se non ci sono intenzioni di applicare i comportamenti che rimangono nella teoria della formazione… Le Università sono i sistemi più controllati della società dalla politica… quella politica che non vuole aprire la formazione e che inventa… per avere un primato verbale, teorico, costruito dalla forma…
Così la Biennale è diventata una sorta di salotto fuori della realtà, dove sognare è possibile per pochi eletti…ma mentre la realtà riempie la città dei cittadini di
edifici irresponsabili, cancella inesorabilmente i luoghi e le identità senza trasformarle, arricchirle e facendo emarginare i suoi cittadini.
Vedremo anche come la gentile esponente del mondo giapponese interpreta la vetrina di questa Biennale e se ci accorgeremo che non potrà fare altro che dare il suo punto di vista, bisognerà sopportare o digerire una via del tutto lontana dalle problematiche che viviamo, irrisolte nelle nostre città.

Renzo Marrucci

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