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Ci sono 7 commenti relativi a questo articolo

Commento 517 di Beniamino Rocca del 25/11/2003


Trovo preoccupante, e un pò sconsolante, che su temi così importanti e vitali per l'architettura il vice-presidente INARCH si dimostri più preoccupato di dare un colpo al cerchio ed uno alla botte, piuttosto che affondare con coraggio il dito nella piaga. La piaga di un sistema che ogni giorno perde competitività internazionale, un apparato pubblico sempre più potente e burocratizzato che tenta di sopravvivere a se stesso promuovendo contemporaneamente conferenze e congressi vari: Condoni edilizi e leggi sulla Qualità architettonica.
Come si fa a lamentare la troppa burocrazia e poi parlare bene del DARC e del CNA.
Uno scatto d'orgoglio lo si può chiedere ancora ad una associazione un tempo benemerita?
insomma, andrebbe denunciato con forza, nei congressi dove INARCH è invitato, che è inutile promuovere leggi e direttive sulla qualità ambientale se poi, di fatto, si lascia la legge Merloni così com'è: a ferrea difesa della "Quantità'" e, vigorosamente, contro la " Qualità". Questo è il punto fondamentale, questo il bubbone da estirpare.
Ma guardiamoci attorno, cosa ha fatto l'INARCH dal '94 ad oggi per modificarla questa legge? Questa legge è contro l'architettura, diversifica e frammenta l'unitarietà del progetto e della sua realizzazione, tutela l'edilizia e le imprese di nome ma non di fatto, consente persino lo "scippo legalizzato" delle idee da parte del responsabile di procedimento nei concorsi.
Cosa ha fatto l'INARCH per impedire che i giovani architetti fossero così spudoratamente esclusi dal mercato del lavoro attraverso la richiesta di presentazione di curricula che non possono avere?
Altro che dire "La frattura committente/progettista è insita nelle regole di concorrenza che impongono la pratica dei concorsi" (e così fare il gioco di chi i concorsi non li vuole proprio). Nelle regole della libera concorrenza non c'è niente di " insito". Basterebbero concorsi palesi, onesti e con pubblico dibattito delle giurie, cosa semplice, non costosa, che gli ordini professionali però hanno sempre rifiutato. Che ne pensa invece l'INARC di concorsi fatti così? e delle modifiche alla Merloni proposte dal Co.Di.Arch e apparse proprio su Antithesi nei giorni scorsi?
Altro ancora ci sarebbe da dire (ad esempio, lamentare i tempi burocratici troppo lunghi e dire che gli "accordi di programma" sono contro la qualità è una palese ignoranza. Gli "accordi di programma" sono una potente conquista democratica, uno strumento della gestione urbanistica formidabile che mette intorno al tavolo, contemporaneamente, istituzioni diverse -anche politicamente- e le obbliga ad un accordo!), ma per ora mi fermo qui.

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25/11/2003 - Massimo Pica Ciamarra risponde a Beniamino Rocca

Le sintesi non sono sempre felici: Beniamino Rocca vede condiscendenza verso la DARC ed il CNA, non legge chiare prese di posizione verso la Merloni, non ne coglie il senso e quindi accusa di palese ignoranza l’inciso sugli “accordi di programma” (definiti “innovazioni comunque preziose malgrado accentuino il distacco fra istituzioni e cittadini, fra “committente formale” e “committente reale”). Sono certo che un vero faccia a faccia ci farebbe trovare su posizioni analoghe, senza equivoci.
Colgo invece gli stimoli del suo commento perché l’INARCH rafforzi il suo impegno contro le attuali norme che in Italia regolano i processi di trasformazione dello spazio.
Rocca chiede anche cosa su questi temi ha fatto l’INARCH dal 1994 in poi. Queste le tappe principali della nostra azione: 1994, preparazione e coordinamento del Seminario sulla Qualità Architettonica nell’ambito della Conferenza Nazionale sull’edilizia; quindi serie di manifestazioni nel Chiostro della Pace a Roma ed in molte città italiane con il lancio di un “Appello per l’Architettura”; giugno 1995 (2 giorni dopo la riedizione della Legge), l’INARCH trasforma l’”Appello” in “proposta di legge d’iniziativa popolare per l’Architettura”; è la base assunta nel 1997 dall’Observatoire Internationale d’Architecture che diffonde un “progetto di Direttiva Europea per la qualità dell’architettura e degli ambienti di vita” dal quale viene tratto il “Codice di Autoregolamentazione” per le Amministrazioni pubbliche. Qui è la radice prima del Disegno di Legge per l’Architettura 1999 del quale, nelle audizioni parlamentari, l’INARCH denuncia l’insufficienza; nel 2000 l’INARCH istituisce un “Tavolo di concertazione” con CNA, CNI, INU, ANCE, OICE ai fini di una pressione congiunta; …
Oggi non sono utili processi, accuse e difese, ma reali, concrete e strutturate, sinergie che determinino la massa critica indispensabile per raggiungere obiettivi sui quali ormai in molti sostanzialmente si concorda.

 

Commento 518 di Mara Dolce del 25/11/2003


(...)Ne è prova evidente l'invasione di progettisti di altri paesi, sempre più vistosa in questi ultimi anni, alla quale non corrisponde analoga presenza dei progettisti italiani al di fuori della penisola(...)
Gentile Pica Ciamarra, l”invasione”? se la presenza dei progettisti italiani al di fuori della penisola è zero, è perchè, diciamocelo una volte per tutte, sono delle schiappe strepitose rispetto ai colleghi che ci “invadono”. E’ perchè non sanno gestire un progetto, e nessuno rischia i propri soldi per architetti che non sanno fare gli architetti.
Sì lo so, è brutto scrivere queste cose sopratutto perche’ da almeno quattro anni alcuni suoi colleghi dell’In/Arch battono una lagnosa grancassa sulla mancata visibilita`della Giovane architettura italiana, brava ma sfortunata, poverina . E’ la scorciatoia ai problemi reali, converrà con me che in tre anni di promozione di giovane architettura italiana tutti ricordano i nomi dei critici promotori ma non quelli dei promossi. Quanto all’In/Arch, se uno legge I suoi comunicati , quest’ultimo stesso, quello sul condono, quello di Guzzini, trova che siano delle cose condivisibili nel complesso, niente di che per carità, ma apparentemente equilibrate. Poi cercando un riscrontro ai condizionali delle vostre dichiarazioni: “si dovrebbe fare, si dovrebbe dire, noi faremo noi diremo” entrando nel sito www.inarch.it, ci si sloga la mandibola dallo sgomento . Che fa l’Inarch per i giovani architetti?
Chiede soldi. Vediamo come:
“L’in/arch, nel suo costante impegno rivolto alla promozione dell’architettura, si fa fautore di un’iniziativa che intende sfruttare i vantaggi offerti dalle nuove tecnologie informatiche a favore di una visibilità che solo con difficoltà si riesce a conseguire. Ha per esempio realizzato un sito web, con lo scopo di trasferire in rete tutte le proposte, le idee, le battaglie che da oltre trent’anni porta avanti, scontrandosi con una realtà italiana sempre ostile alle novita” www.inarch.it/../progetti_in_rete l’in/arch per “il suo costante impegno rivolto alla promozione dell’architettura chiede ad ogni partecipante un contributo di Euro 75 + IVA ogni due mesi di permanenza in rete” .
per le iniziative in corso invece abbiamo il discusso e discutibilissimo Master digitale, costo: 3.950 Euro più IVA, non ha un marchio di qualità ISO e ancora non si capisce da chi è riconosciuto. Borse di studio: una (grazie ad antithesi e a me che lo scorso anno abbiamo fatto il putiferio) quest’anno il master e’ partito mettendo la sordina sperando che non ce ne accorgessimo.
I corsi di informatica invece, sono a pagamento, i docenti e i costi delle lezioni ad ora, sono più o meno gli stessi di quelli del master, solo che si chiamano in modo diverso, (basta vedere i risultati del master dello scorso anno per capire di cosa parlo)
A parte Tavole rotonde, qualche mostra, un’incomprensibile Campagna di pubblicità sociale dell’Inarch “paesaggio: il nuovo creato”, (???)
gentile Pica Ciamarra, non c’e’ altro, NON c’e’ altro.
Davvero uno non capisce perchè .” In questo contesto, l'INARCH andrebbe sostenuto nel suo impegno apparentemente marginale, (diciamo assolutamente marginale ndr) ma nella realtà profondo: l'incentivazione del dialogo fra esponenti di ogni forma di espressione culturale, committenti, progettisti, realizzatori.”
Si ha la sensazione che all’inarch si “dialoghi” troppo, e che a parte fare i riassunti di cose che girano per confezionare manifesti, non si faccia altro. Perchè invece non cerca di capire le ragioni del perchè i progettisti italiani contano zero nel panorama europeo? Perchè bisognerebbe cominciare dall’università a fare un po`di pulizia, ecco perchè , troppo scomoda la faccenda.

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Commento 520 di Remo Gherardi del 26/11/2003


Non sono certo qui per difendere l'in/arch, che proprio non me ne potrebbe importare di meno; ma di sicuro non capisco l'acrimonia di certi commenti quando si fanno bella bocca di dare addosso ai professionisti nostri connazionali. Non sanno gestire un progetto, si dice, rispetto ai colleghi esteri che fanno razzia di incarichi nella penisola: e sarebbe un bell'esempio di gestione del progetto quello, già oggetto di dibattito nella rivista, di Genova?? E che forse Richard Meier -e mi rifaccio ancora a un caso qui dibattuto- ha "gestito" il progetto di Tor Tre Teste? Se l'avesse fatto come per l'Ara Pacis si potrebbe ancora solo dire messa in un garage laggiù...E tutto il resto è ancora nei sogni delle Hadid, Decq e compagnia. Mentre fuori d'Italia mi pare che qualcuno che ha nome Piano, o Fuksas, o Gregotti o Aulenti e via discorrendo, qualche mattoncino l'ha impilato.
I problemi e gli scandali esistono, ma non risolviamoli con la meschinità.

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Commento 522 di Mara Dolce del 27/11/2003


Risposta a Remo Gherardi riferimento commento n.520
Egregio Remo Gherardi,
non sia modesto, Lei non solo non capisce “l’acrimonia di certi commenti” (non so cosa voglia dire in italiano "che si fanno bella bocca di dare") ma molto, molto di più: per esempio, che cosa significhi per un architetto saper gestire un progetto. Che poi Lei sia a distanze siderali dalla pratica dell’architettura, ma vicinissimo al provincialismo architettese italiano, emerge in maniera inequivocabile dall’impostazione ridicola di argomenti del tenore "...colleghi esteri che fanno razzia di incarichi" e dal pensare che l’architettura italiana sia Piano, Aulenti e Fuksas. Sorvolando sul delirio incomprensibile del “garage laggiù” di Meier e sul tutto il resto dei “sogni delle Hadid” ecco direi che i problemi si risolvono in primo luogo con l’intelligenza. Non so se lei e’ d’accordo….

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Commento 523 di Remo Gherardi del 27/11/2003


Dal controcommento della signora Dolce emerge un luminoso scoop: è lei l'architettura italiana! La impersona alla perfezione: negletta e sconosciuta. Scusi, signora Dolce: ma lei che titoli ha per pontificare in quel modo? ci apra il suo book delle meraviglie... Il commentarismo parolaio al solito sorvola sui fatti e loda l'intelligenza per coprire il vuoto dello spirito.

Tutti i commenti di Remo Gherardi

 

Commento 524 di Mara Dolce del 27/11/2003


Delle cose lette e fin qui scritte da Remo Gheradi mi auguro le seguenti cose:

a) che Remo Gherardi sia uno studente;
b) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno;
c) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno della facoltà di farmacia e non di quella di architettura;
d) che Remo Gherardi sia uno studente del primo anno della facoltà di farmacia dell'università di Praga e da solo pochissime settimane in Italia in viaggio di piacere o studio, con chiare difficoltà di lettura della lingua italiana e che pura casualità si sia imbattuto, in un momento di noia o di stanchezza, girellando su Internet, in una rivista digitale di architettura. E che volendo lasciare poi un segno del suo passaggio del (mi auguro) piacevole soggiorno italiano , abbia scritto qualcosa tanto per esistere, cosi' come fanno di solito i vandali che incidono i l proprio nome sui ruderi.
Se per Remo Gherardi non è valida alcuna delle ipotesi (a,b,c,d), vuol dire che e' pronto per iscriversi ad un master digitale (se già non lo frequenta), io potrei consigliarlo in proposito, affinchè potenzi le sue "sconosciute e neglette" possibilitá. ma preferirei consigliarlo in privato, in primo luogo perchè ci siamo allontanati molto dalla pertinenza dei commenti allo scritto di Pica Ciamarra qui proposto, e in secondo luogo per evitare ai lettori di perdere tempo e a me di trattenermi dall'insulto che avrei tanto piacere di riferirle.

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Commento 529 di Remo Gherardi del 29/11/2003


Ha perfettamente ragione Mara Dolce nell'invocare la pietà dei lettori sottoposti alla sequela delle sue contumelie. Trattenendosi dall'insultare direttamente ella ci rende noto in un sol copo di disprezzare: gli studenti in generale e le matricole in particolare, i farmacisti, i praghesi, il digitale terrestre, e, perché no, anche Piranesi che era uso lasciare la sua firma sui ruderi che poi immortalava. Avesse avuto, invece, la cortesia di rispondere, tanto tedio ci sarebbe stato risparmiato.

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