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Ci sono 3 commenti relativi a questo articolo

Commento 573 di Pierluigi Di Baccio del 08/01/2004


Se posso, solo una nota. Credo che stavolta Vilma Torselli potesse risparmiarsi la reprimenda al fu Rossi riguardo all'affaire Fenice. D'altronde non capisco come non se n'accorga ma ella stessa cita un'intervista allo stesso Rossi da cui si evince chiaramente che la scelta del ripristino filologico degli interni (il cosiddetto "scempio") non compete a lui ma fu una richiesta esplicita e vincolante del committente!
Se si vuole attaccare Rossi, un suggerimento: si guardino piuttosto gli abomini funzional-distributivi del teatro Carlo Felice a Genova....

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8/1/2004 - Vilma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

Egregio Di Baccio,
Innanzi tutto un consiglio: acquisire una corretta dizione del termine "restauro filologico", altrimenti rischiamo di portare avanti un dialogo tra sordi.
Perché è ben altra cosa da una integrale ricostruzione in falso stile originale (ciò che è stato fatto), quando magari un vero restauro filologico si poteva forse fare limitatamente ad alcune parti della struttura scampata all'incendio (credo fosse questa l'intenzione del bando), senza mascherare da citazioni gli interventi nuovi ed avendo il coraggio di progettare nei termini di una modernità libera e creativa.
E' vero, il fu Rossi dichiara che il rifacimento filologico è paradossale perché è un vincolo non rispettabile, ed infatti non lo fa: avrebbe dovuto limitarsi a questo.
Lei dice "non compete a lui…", e a chi, scusi? Deontologia vuole che se un committente ti chiede la luna, tu o riesci a fargli capire che non è edificabile, o rinunci a dargliela, o gli dai un falso che lo accontenti, la scelta tra le tre opzioni è personale, Aldo Rossi ha fatto la sua.
Infine, ho voluto riallacciarmi alla Fenice ed alla polemica più recente poiché l'attualità mi pareva più degna di interesse sia per me che ne scrivevo sia per i lettori, non volevo scrivere del Carlo Felice, altrimenti avrei scritto del Carlo Felice.

 

Commento 576 di Isabel Archer del 09/01/2004


Dal "com'era dov'era" all' "abbattiamo tutto" non se ne può più di leggere sciocchezze.
Dalla PresS/Tletter n.2 - 2004
http://www.prestinenza.it/
Stefano Casciani wrote:
"Stanno toccando il fondo gli esaltatori della preesistenza, i difensori dell'anticaglia, i commentatori gattopardeschi: come l'incauto che sulla Repubblica del 6 gennaio ha gioito in un lungo articolo per il ritrovamento delle solite quattro carabattole romane durante i coraggiosi scavi per la Metropolitana di Napoli, nei pressi del Maschio Angioino. Mentre arrivano le ultime foto dal Pianeta Marte, vogliamo farci venire un orgasmo per l'ennesimo accumulo di cianfrusaglie che stopperà, probabilmente all'infinito, un altro piccolissimo passo per la modernizzazione di una grande città (che dopotutto si chiamava proprio Città Nuova), per finire poi scaraventato in qualche buio magazzino dellaSovrintendenza? "
Non si comprende l'arroganza di questo modo di esprimersi.
Perfino i replicanti di blade runner portavano con sè foto fasulle che rappresentassero i propri ricordi.
Questo disprezzo per la memoria perpetuato nelle forme più varie è inamissibile.

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Commento 578 di Pierluigi Di Baccio del 10/01/2004


Cara Vilma Torselli,
a parte il fatto che, per esser precisi, io ho usato il termine "ripristino" filologico, il problema è che lei dà per scontata e universalmente accolta l'assimilazione del concetto di restauro a quello di conservazione.
Si tratta d'altronde dell'equivoco tutto italiano del cosiddetto restauro conservativo che raprresenta in realtà un vero e proprio ossimoro.
Il concetto vero di restauro, etimologicamente corretto, si porta dietro una componente di progettualità e innovazione rappresentata dal ri-nnovare, ri-fare, ri-portare in vita....insomma uno sguardo volto a ricomporre lo iato generatosi fra passato e futuro nel momento in cui un edificio ha perso nel corso del tempo la sua integrità fisica, strutturale, funzionale, artistico-formale e noi ci proponiamo di ricomporla.
Conservare e basta rappresenta nel migliore dei casi una abdicazione, una rinuncia a restituire all'oggetto che abbiamo di fronte la sua identità piena, la capacità di vivere nel presente e non solo come lacerto o rovina.
Restaurare filologicamente significa, ad esempio di fronte a edifici gravemente danneggiati da eventi tragici, decidere di ricostruire non solo la materia ma anche la forma, che è poi carattere indissolubile della prima, che ne costituivano l'essenza. Si tratta di una scelta, attuabile ovviamente solo laddove si hanno tutte le informazioni necessarie allo scopo: sta qui la filologicità della cosa, nel non procedere per arbitrio ma solo se supportati da adeguata documentazione. Altrimenti, se, come intende lei, restauro è solo conservazione di ciò che è rimasto, che bisogno c'è di aggiungere l'aggettivo "filologico"?
Opporsi al ripristino filologico del testo architettonico, come fanno i sostenitori del sedicente restauro conservativo, significa quasi stabilire l'intangibilità del testo deturpato, in una visione parossistica del concetto di architettura come organismo vivente e della sovrapposizione/sedimentazione storica.
L'abdicazione, la rinuncia alla scelta progettuale di ri-costruire significa dare dignità alla deturpazione come momento evolutivo dell'organismo architettonico, in un circolo vizioso che finisce di fatto per ammettere la possibilità di operare anche con ulteriori manomissioni!
Sta tutta qui la contraddizione di chi partendo da propositi conservativi finisce per dire, fra il serio e il faceto, che una manutenzione ordinaria mancata entra a far parte della storia del manufatto, della sua stratificazione storica, e quindi non è lecito rimuoverne gli effetti e ripristinare lo stato originario (Dezzi Bardeschi).

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10/1/2004 - Vilma Torselli risponde a Pierluigi Di Baccio

"Gli antichi avevano su di noi un grande vantaggio. Gli antichi non avevano niente di antico" - (Denis Diderot)

Vede, egregio Di Baccio, credo che lei ed io potremmo andare avanti per pagine e pagine in un nostro personale dibattito su restauro, ristauro, ripristino conservativo o filologico, scuola di Roma o scuola di Milano, Marconi o Dezzi Bardeschi ecc. ecc. ecc. finendo probabilmente per annoiare a morte eventuali lettori.
Perciò le voglio sottoporre alcune considerazioni, non mie, dalle quali, ne sono quasi certa, non potrà dissentire.
Scrive Antonio Paolucci (laurea in storia dell'arte, dirigente del Ministero per i Beni e le Attività Culturali, Soprintendente per i Beni Artistici e Storici di Firenze, Prato e Pistoia) :"[……]Ogni restauro - ogni restauro moderno intendo dire - deve essere filologico non potrebbe essere diversamente. Filologico deriva da philos, ossia "amico" della realtà fattuale dell'opera d'arte, quindi un restauro che deve rispettare l'identità stilistica e materica di quell'opera. Questo è il restauro filologico. Ora, ci può essere un restauro filologico devastante, quando la filologia è portata alle estreme conseguenze [……] la conservazione dell'immagine nella sua completezza è un valore che non è filologico nel senso stretto della parola, è piuttosto storico: quindi la filologia deve sempre misurarsi con la storia, con le cose che si sono succedute nei secoli e, soprattutto, deve misurarsi anche con gli occhi di chi guarda [……]".
Paolo Marconi, circoscrivendo di fatto le sue teorie interventiste ai soli casi ineccepibilmente documentati, riferendosi comunque ad ampie ricostruzioni e non a totali rifacimenti, afferma "Bisogna pensare all’architettura come a una lingua. L’intervento sull’antico si somiglia nei due casi. Se io sono un filologo classico e mi trovo di fronte a un brano di Cicerone mancante di una parte nella metà, sono di fatto obbligato a ripristinarlo: a patto che conosca bene quella lingua".
Bruno Zanardi, dell'Università di Urbino, allievo di Federico Zeri e Giovanni Urbani, scrive sul Corriere della Sera: "Attenzione perché l’effetto Disneyland può incombere su di noi. Va bene l ’abbandono dei restauri fin troppo "filologici". Ma non perdiamo mai di vista Brandi. Ed evitiamo diversi eccessi".
Come vede, la definizione del termine "filologico" ha in realtà, attualmente un significato più sfaccettato e meno letterale di quello che lei sembra attribuirle, così come l'aggettivo "conservativo" si inquadra in quel concetto di programmazione del recupero dei monumenti che rappresenta un nuovo atteggiamento culturale del nostro paese, accolto anche in una proposta di legge (n: 5534, 20 giugno 2000).
Sono considerazioni (molte altre ne potrei riportare) che, mentre ampliano e rendono più flessibile la chiave di lettura di teorie e regole che si devono adattare ai tempi, e non viceversa, ci inducono a meditare sulla centralità dell'uomo, dell'individuo nella sua esseità, o anzi nella sua asseità, per usare un elegante termine coniato da Mario Costa, professore di estetica, a sottolineare che ogni uomo è diverso da un altro (ed ogni architetto è più diverso).
E l'uomo (architetto compreso) non è teoria o regola, è memoria, conoscenza, esperienza, sensibilità, buon senso e buon gusto, un insieme eterogeneo che si chiama "cultura", la quale, come per don Abbondio il coraggio, uno non se la può dare, deve averla di suo.
Ed alcuni non ce l'hanno.

 

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