Gibellina: vergogniamoci, tutti.

Storia e Critica

Gibellina: vergogniamoci, tutti.


di Paolo G.L. Ferrara
14/1/2002

Anche le tragedie sono di prima e seconda classe. Quella che ha colpito il Belice trentaquattro anni fa è addirittura di terza classe. Dimenticata con il tempo, è come se non fosse mai avvenuta, tranne per chi la visse in prima persona e per chi si è arricchito speculando.
Ero molto piccolo ma ricordo bene l'ospedale da campo di Sciacca e la sala operatoria, dove mio padre operò ininterrottamente con la sue equipe chirurgica per alcuni giorni: arrivavano in continuazione ambulanze e gente disperata che, forse, aveva intuito che quella notte sarebbe stata solo l'inizio di un lunghissimo dramma.
Quattordici comuni distrutti, centinaia di morti, migliaia di feriti e di senza tetto, gli effetti del terremoto. Quando s'iniziò a parlare di ricostruzione, Gibellina -pur nella disgrazia subita- sembrò baciata dalla fortuna: non solo i gibellinesi avrebbero avuto case solide e nuove, ma addirittura un paese "firmato" da nomi altisonanti dell'arte, dell'architettura e dell'urbanistica. Un paese di cui si sarebbe parlato molto.
Più di otto anni fa crollava la chiesa che Ludovico Quaroni progettò per Gibellina. Fu l'ultima volta che i media parlarono del paese siciliano, ma non mi stupisce.
La Sicilia è terra che assurge alla cronaca il più delle volte solo per accadimenti tristi o perché ( ma in fondo è la stessa cosa) le elezioni sono da sempre monopolio di un solo partito politico, quello più forte al momento, a prescindere dal suo colore.
Dieci giorni fa sono tornato a Gibellina Nuova, famosa appunto per le opere che molti architetti -oggi noti al grande pubblico- progettarono con l'obiettivo di renderla città simbolo della rinascita culturale e sociale delle zone del Belice colpite dal terremoto del 1968.
Ci vado quasi ogni volta che torno in Sicilia: no, non lo faccio per motivi di cuore, anche perché sarebbe molto ma molto difficile trovarvi ragazze.
Gibellina è una città vuota, desolante, abbandonata dai suoi abitanti. Quegli stessi abitanti che, saputo della chiamata a rapporto di architetti noti a cui sarebbe stato dato incarico di progettare le nuove architetture (che, come detto, trasformassero il paese in simbolo di rinascita) commentarono "...completati edifici, case, scuole, chiese, centri civici, per non morire di fame dovremo trasferirci in Svizzera. Qui rimarrà il deserto con molte cattedrali, tutte vuote".
Sapevano bene i gibellinesi che la cosa più importante era dare loro occupazione lavorativa, unico modo per evitare di dovere emigrare, aspetto colto esclusivamente da Danilo Dolci e Lewis Mumford. Due nomi da niente...almeno secondo tutti i politici amministratori dell'epoca, arguti e lungimiranti solo nel capire quale fosse il modo meno rumoroso per lucrare sulla pelle dei disperati.
Gibellina Nuova ha già da tempo perso la sua popolazione che, in gran parte dei casi, vi tornerà dentro una bara proveniente dalla Svizzera, dalla Germania, dal nord Italia. E andrà direttamente al cimitero. Chissà quale architetto di nome verrà chiamato per ampliare il cimitero di Gibellina...e chissà se egli, visto che c'è, non si concederà una gitarella nell'altro cimitero, quello dell'architettura. Gli basterà fare due passi per Gibellina Nuova ( mai nome fu meno appropriato) e potrà soffermarsi in religioso silenzio davanti agli edifici vuoti, usurati dal tempo, crollati, deturpati. Sarà facile individuarli: i cartelli gialli che ne riportano nome, anno di costruzione ed autore, fungeranno da lapide.
Chissà se si chiederà il perché di tutto questo scempio morale attuato sui gibellinesi, assolutamente identificabile proprio attraverso l'architettura, ovvero uno dei principali simboli che da sempre rappresenta il grado di civiltà e d'innovazione della società. Se Hegel potesse vedere Gibellina, ripensando a quanto egli affermava dell'architettura quale arte, se la riderebbe alla grande e farebbe a tutti noi anche qualche gestaccio.
Oltre ogni motivazione socio- politica, quel che sconcerta di Gibellina è visitare queste opere lasciate marcire, ed il pensiero corre ai progettisti, curioso di sapere cosa ne pensano e che sensazioni provano nel vedere tale disastro. Per questione di forza maggiore, Quaroni e Samonà non possono più dirci nulla, ma Purini, Venezia, Gregotti, Collovà, cosa provano?
Palazzo Di Lorenzo, di F.Venezia, è ridotto a scenografia pura, e l'unica cosa che possa ancora trasmettere a chi lo visita è una sensazione tetra ( ci sono anche i piccioni...), che ci spinge a percorrerlo velocemente ed uscirne al più presto, tra fili elettrici, sculture rovinate, vetrate rotte. Subito fuori, fermandosi sotto il cubo grigliato dell'ingresso, ci si gira a gettare un ultimo sguardo ad un opera che oramai è museo di se stessa. Un museo visitato da chi s'interessa di architettura e desidera cogliere di persona il lavoro di Francesco Venezia. Così come quello di Franco Purini e Laura Thermes; il sistema delle Cinque piazze è più eloquente di qualsiasi cosa si possa dire: assolutamente vuoto, di sabato mattina, alle 11,30. Eppure avrebbe dovuto rappresentare un sistema che riunificasse "[...] una serie di isolati frammentati e poveri di senso con una nuova forma, qualità e ritmo; crea uno spazio credibile per la comunità, usato per proiezioni all'aperto e per il mercato, oltre che come strada di attraversamento[...]", come ha ben spiegato A. Saggio su Costruire (Speciale Sicilia- Percorsi di architettura).
Questo articolo non ha finalità rivolte alla critica del manufatto architettonico ( vi riamandiamo all'eccellente descrizione critica di A.Saggio in Coffe break, su Arch'it : "Architettura in Sicilia: Percorsi dell'imprinting"), dunque non si parlerà in termini positivi o negativi delle singole costruzioni.
Tentiamo, piuttosto, di capire se quella di Gibellina possa essere realmente considerata architettura. Tema forte, in bilico tra il pericolo di fare un discorso senza sbocchi concreti e la possibilità d'innescare una presa di posizione chiara e chiarificatrice sul ruolo dell’architettura.
Punto di partenza del tema: per le modalità in cui è nata, per le cause che ne hanno decretato l'abbandono, per lo stato di inutilità che ha acquisito, quella di Gibellina non può essere considerata architettura. Le valenze che i singoli architetti hanno conferito agli edifici si sono dissolte nel momento in cui essi sono rimasti vuoti, senza funzione, senza vita, senza cura.
E veramente poca differenza fa che la Chiesa di Quaroni sia crollata e le altre no. La desolazione è la radice comune, e l'unica teoria che abbia avuto realizzazione è stata quella speculazione in grande stile, con la cultura architettonica usata quale paravento.
E gli architetti progettisti? Sono stati anche loro coinvolti inconsapevolmente? Sono vittime quanto lo sono i gibellinesi?
Lungi da me l'intenzione di colpevolizzarli o di ritenerli correi. Il professionista chiamato ha fatto il proprio dovere, progettando e costruendo; se poi l'opera non è stata usata e non ha fatto da traino per una Gibellina veramente nuova, tutto ciò è a carico della politica che ha amministrato, in primis la Regione Siciliana. Chiaro, senza abitanti non può esserci utenza, ed allora ecco tanti come me che arrivano a Gibellina muniti di macchine fotografiche e telecamere, puntando gli obiettivi su Purini, Venezia, Quaroni, Samonà, Consagra, Paladino, e sulle tapparelle e le persiane chiuse in quasi tutte le case.
Tra una ripresa e l'altra capita d'inquadrare anche il camioncino di frutta e verdura che, lento pede, procede per le vie del paese, fermato da donne anziane che comprano a domicilio. E non potrebbero fare altrimenti, perché negozi ce ne sono proprio pochi (del resto, chi rischia di aprire un'attività commerciale se non c'è utenza?). E' quasi imbarazzante incontrare gli abitanti di Gibellina, perché ci osservano come se fossero abituati alla processione di forestieri che si aggira tra le loro case in cerca delle opere di architettura. I loro visi e gli sguardi sono eloquenti e sembrano dirci "...ma che ci venite a fare qui, a vedere ruderi moderni? Edifici vuoti o crollati? Smontateveli e portateveli via, tanto venite solo per quelli, non certo per i gibellinesi".
Torniamo ai progettisti. Mi chiedevo della sensazione che provano nel vedere le loro opere ridotte così malamente. Se è vero che il progetto è l'espressione artistica ed etica del suo autore, se sono vere tutte le parole che si scrivono e si dicono sul significato sociale dell'architettura, Gibellina ne rappresenta la confutabilità.
Dunque, anche gli architetti e gli urbanisti che sono stati chiamati (e pagati) a Gibellina hanno forti responsabilità. Avrebbero dovuto richiedere garanzie etiche sul futuro delle loro opere, visto e considerato che alla base dell'architettura c'è l'essere al servizio della collettività. Garanzie sulla reale necessità dei loro progetti, garanzia che sarebbero serviti allo sviluppo di Gibellina e di tutta la Valle del Belice e non a noi curiosi di architettura. Talmente eterogenea ed interessante è l'architettura di Gibellina che sembra di essere all'interno di un grande spazio espositivo all'aperto. Ma non serve. O forse è servita a qualcuno di questi progettisti (Venezia e Purini, ad esempio) per diventare noti al grande pubblico per la loro ricerca. Avendo essi assolto un incarico, non li si può biasimare, ma personalmente tutto ciò non m'interessa e trovo che queste opere, nello stato in cui sono, non valgano e non dicano nulla, nemmeno della ricerca che ne sta alla base, eccezione fatta forse per quella metafisica di Purini (soprattutto nelle sue "Cinque Piazze"), che è -ironicamente- l'unica che possa dirsi idonea e contestualizzata: architettura e assenza di vita sono il volto di Gibellina.
Eppure, nelle relazioni progettuali e nelle innumerevoli riunioni fatte da comitati vari, il progetto di architettura è sempre stato presentato come elemento fondamentale, enfatizzandolo come non mai per la sua capacità di essere strumento di rinascita.
Il fallimento sociale di Gibellina Nuova ha trascinato con sé anche quello architettonico, in particolare modo la ricerca dei progettisti. Se Gibellina avesse avuto un futuro come lo si era presentato, essa poteva diventare realmente luogo di fermento e i contadini avrebbero presto dismesso i panni usuali per vestirsi di nuova vita sociale, non convivendo più con il mulo e la motozappa dentro casa (tanto più che le casette a schiera della Gibellina nuova non ne prevedevano il ricovero) ed avrebbero avuto modo di lavorare nello sviluppo industriale previsto, guadagnando con meno fatica, non alzandosi alle tre del mattino, con la conseguenza di potere dedicare le ore libere a "farsi una cultura" architettonica, vista la grande quantità di qualità che Gibellina avrebbe offerto. E avrebbero interagito con tutti i forestieri arrivati nel loro paese anche grazie alla qualità architettonica di cui avrebbero potuto godere, bramosi di vedere dal vivo l'attuazione della ricerca di architetti quali Francesco Purini, sino ad allora noto per i suoi disegni.
La risonanza sarebbe stata realmente di alto livello e ne avrebbe beneficiato proprio l'eterogeneità della ricerca architettonica italiana del momento. Non è stato così, e chi oggi visita Gibellina non può che domandarsi che significato abbia avere montato questo circo equestre e per il divertimento di chi. Immaginiamo soprattutto un cultore di architettura straniero che si spinge sino in Sicilia per vedere queste architetture; bella figura che ci facciamo, ma tanto -è risaputo- tutto quello che succede in Sicilia è presto archiviato quale fatto assolutamente locale che nulla a che fare con la nazione Italia, perchè "...in Sicilia...c'è la mafia!" (nel resto d'Italia invece no, non c'è...).
Da sempre l'Italia d'esportazione artistica ed architettonica è Firenze, Roma, Venezia. Innegabile, ma non solo: c'è anche un'Italia nascosta , che però non si fa conoscere agli stranieri. La cososcono benissimo i politici e gli speculatori, e la tengono ben nascosta.
Il Ministero dei beni culturali dell'attuale Governo sta impazzando dappertutto e argomenta su qualsiasi cosa riguardi l'architettura, la tradizione, il restauro, mandando Sgarbi ad inseguire Isozaki, Meier e Hadid per il mondo, a discutere sul come ed il perché vengano attuate modifiche ai loro progetti che stanno per sorgere in Italia. Alain Elkann intervista Massimiliano Fuksas e vi trova assoluta conferma di quanto il Governo ha stabilito in materia d architettura, soprattutto in merito a quella contemporanea che non deve avere nulla a che fare con i centri antichi.
Caro Sgarbi, un bel viaggio a Gibellina non lo programma? E lei, Dr Elkann, perché non va ad intervistare Franco Purini o Francesco Venezia (non le chiedo di andare da Gregotti perché so che, dopo la questione sul riuso di San Vittore, tra il suo amico Sgarbi ed il milanese d'adozione non corre buon sangue...) e chiede loro i perché di Gibellina?
Quando sarà pronto il bellissimo Centro d'arte contemporanea della Hadid potremo smentire il direttore per l'architettura e le arti contemporanee del Ministero Pio Baldi e, finalmente, dire che in Italia è nato il secondo museo di architettura contemporanea: il primo esiste già a Gibellina. Un museo ove sono catalogate tutte le nefandezze possibili ed immaginabili: corruzione, sciacallaggio politico, collusioni mafiose, collusioni professionali, cattiva realizzazione delle opere, copertura culturale delle malefatte; un museo dove tutte queste cose sono "esposte" attraverso l'architettura.
Vergogniamoci tutti: anche chi non è stato e non è sicuramente parte delle nefandezze del Belice è responsabile, perchè non ha il coraggio di denunciare gli imbrogli, le corruzioni, i clientelismi, le raccomandazioni, le compromissioni politiche che proliferano nel nostro mestiere, trentaquattro anni fa come oggi, senza soluzione di continuità. Istinto di sopravvivenza? no: egoistica vigliaccheria, a preservare le nostre carriere.
C'è realmente da chiedersi se il caso di Punta Perotti a Bari avrebbe avuto la risonanza che sappiamo se non ci fosse stato di mezzo il nome di Renzo Piano...ed io credo di no. Vergogniamoci, tutti.

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