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Storia e Critica

Architettura per gli architetti


di Giovanni Bartolozzi
19/4/2002
La facoltà di architettura di Firenze, per iniziativa di uno dei suoi più noti docenti, propone una serie di appuntamenti con famosi architetti i quali, venendo a Firenze, colgono l’occasione per presentare le loro monografie, facendo tesoro degli interventi fumosi e celebrativi di molti colleghi.
Dopo Paolo Portoghesi e’, infatti, la volta del professor Antonio Monestiroli, che è stato recentemente vincitore del concorso per il planetario di Cosenza. La presentazione dell’incontro riassume una serie di concetti che saranno subito chiariti e approfonditi dallo stesso Monestiroli, il quale inizia in questo modo: “Ho sempre vissuto con una sorta di presunzione, quella di saper costruire benissimo, essendo figlio di un costruttore” […] “Gli abitanti devono riconoscersi nei loro edifici e se ciò non avviene hanno paura”.
Il primo progetto illustrato riguarda il concorso per la chiesa della Beata Vergine, vicino Bergamo (concorso vinto da Gregotti), Monestiroli, prima di spiegare il suo progetto, anticipa: “ L’architettura sacra, essendo una funzione semplice, è scarsa dal punto di vista formale, cioè è difficile trovare delle forme” […] “Le chiese di oggi assomigliano a delle sale d’assemblea, non si capisce, infatti, cosa distingue una chiesa da un cinema.”
Mi permetto, a tal proposito, di esprimere una personale opinione. Non credo che l’architettura religiosa sia una funzione semplice, tutt’altro. La premessa di Monestiroli tende a sminuire e declassare la funzione di una chiesa al solo piano formale. Si pensi a tutte le chiese di Michelucci o alla cappella di Ronchamp, questi spazi, che certamente non assomigliano a delle aule per assemblea, sembrano dei veri e propri luoghi d’incontro tra l’uomo e Dio.
Riporto parte della relazione di Monestiroli, tratta dall’allegato di “Casabella”, “Nuove chiese italiane due”, dove è possibile visionare il progetto in questione: “L’interpretazione più diffusa oggi è quella per cui la chiesa è il luogo di riunione dei fedeli, mettendo in secondo piano il significato del rito. Questo è il motivo della pianta a Croce, una forma antica, forse troppo legata al simbolo, tuttavia carica di significato, il significato dell’incrocio di due percorsi che conducono in uno stesso luogo: il luogo dell’altare.” Da quanto scritto sembra che Monestiroli abbia scelto la pianta a croce per rivalutare il rito, e durante la lezione aggiunge: “Nella nostra chiesa non volevamo fare una pianta a forma di croce, ci siamo arrivati dopo un ragionamento” […] “ all’interno le finestre sono fatte all’altezza dell’occhio, in modo da poter sbirciare fuori”. Monestiroli conclude la presentazione di questo progetto, ricordando che sono sempre i quattro muri a forma di L (insistenti sulle braccia della pianta a croce), e rivestiti in pietra, a “trionfare”, rappresentando un richiamo per i cittadini.
Mi viene spontanea a tal proposito una domanda: a cosa servono in una chiesa le finestre ad altezza d’occhio? Forse a distrarsi dalla liturgia?
In una chiesa, ma in realtà in qualunque altro edificio, sembrerebbe assurdo parlare di finestra intesa come semplice e banale buco nel muro, per consentire ai fedeli di guardare fuori. Finestra significa veicolare diverse quantità di “luce”, affinché uno spazio possa vivere, vibrare, traballare, provocare al fedele delle emozioni. Basti pensare ai fori antisimmetrici praticati sui muri di Ronchamp, alle spettacolari finestre della chiesa di Imatra di Alvar Aalto che seguono gli sviluppi parabolici delle stesse pareti e alle due finestre trapezioidali che direzionano la luce nell’invaso celebrativo, oppure alla vetrata curva, posizionata dietro l’altare, che rovescia luce nella chiesa dell’Autostrada. In sostanza, dovrebbe essere lo spazio interno a “trionfare” e a divenire attrazione per i cittadini e non solo quattro alti muri a forma di croce.
Il secondo progetto illustrato è un palazzetto dello sport vicino Milano. Nuovamente una premessa: “Volevamo trovare un senso all’idea di palazzetto dello sport, accantonando un po’ l’idea stessa di sport” […] “abbiamo pensato ad un gran tetto come luogo di riunione, dove la città si riunisce, facendo riferimento al progetto di Mies per la Convention Hall”
Questo progetto, situato in zona periferica; si presenta con una pianta quadrata e simmetrica, il grande tetto è costituito da travi reticolari di notevole spessore e sorretto da una doppia fila di pilastri perimetrali. Tra i pilastri perimetrali e l’interno corre un recinto, anch’esso quadrato, rivestito in marmo che separa l’interno dal porticato perimetrale pilastrato.
Monestiroli aggiunge: “ il tetto ha una sua autonomia di forma e di significato e il recinto è rivestito da lastre di marmo verde con venature bianche che servono ad impreziosirlo”.
Avanzo a tal proposito due riflessioni. La prima riguarda il tema edilizio, vale a dire, il palazzetto dello sport. Un tema allegro, fantasioso, dinamico e ricco di spunti, considerando soprattutto l’importanza che è attribuita, nella nostra società, allo sport. Non condivido, infatti, la volontà di voler necessariamente trovare un “senso”, una funzione diversa al palazzetto dello sport, il quale implica, già nella sua specificità, il ritrovo dei cittadini. Il palazzetto dello sport viene, infatti, quotidianamente usato per partite, allenamenti, tornei, concerti musicali…, più ritrovo di questo! Sembra che si voglia, forzatamente, ricondurre l’idea di palazzetto dello sport a qualcosa, (tralaltro simile solo per dimensione), già esistente, così da poter trovare un comodo riferimento.
La seconda riflessione riguarda proprio il riferimento, vale a dire, Mies van der Rohe e il progetto della Convention Hall a Chicago. Viene spontaneo porsi un’altra domanda: M. si ritiene allievo di Mies, com’è stato detto, durante la presentazione, per aver ripreso, in tale progetto, l’impianto della Convention Hall?
L’insegnamento di Mies, sta nel trattamento dello spazio, nel magistrale scorrimento dei setti murari, nel rapporto interno-esterno, nella distruzione della scatola muraria, nella giustapposizione dei volumi e non solo nell’uso del marmo verde o del grande tetto a travi reticolari.
Ometto, per brevità, di parlare dei progetti per i cimiteri e del Planetario di Cosenza, passando alle conclusioni, affinché queste, assieme alle frasi appuntate durante l’incontro e riportate, possano essere frutto di riflessioni e commenti da parte dei lettori. Preciso, inoltre, che mi sarebbe piaciuto, esprimere a Monestiroli i miei dubbi e le mie riflessioni al termine della sua lezione, ma ciò mi è stato impedito dal breve tempo a disposizione.
Sono convinto che i progetti illustrati da M. tengano scarsamente conto della componente umana, del rapporto con la società e con la tecnologia. Il metodo compositivo sembra molto rigido, inflessibile, carico di regole e concetti che, oltre ad impedire una lettura spaziale, non consentono di mettersi in discussione ogni qual volta si presenta una nuova occasione di progetto. I progetti sono spesso frutto di manipolazioni tematiche soggettive che non trovano riscontro nella società, nella gente e quindi che producono un’architettura per gli architetti. Quando parlo di architettura per gli architetti intendo un’architettura che, essendo appesantita e carica di simboli astratti (come: il muro, il tipo, il bastione, la croce, l’identità, il percorso…), risulta leggibile esclusivamente da chi n’è stato ideatore. Per esempio, nel progetto per la chiesa di Bergamo, i quattro muri a forma di L, che definiscono planimetricamente una croce, a causa della loro altezza (circa 30m) e dell’inserimento in un contesto urbano, che non consente una visione a 360 gradi, saranno leggibili (a forma di croce) solamente guardandoli da una certa quota o da chi ne analizza una planimetria, ma non dal cittadino o dal fedele che entra frettolosamente in chiesa.
Prima della lezione di Monestiroli, ho casualmente ascoltato una domanda fatta da quest’ultimo ai colleghi fiorentini, di cui è stato ospite: quando verrete voi a Milano a parlare di questa facoltà di architettura di Firenze?
Ascoltando involontariamente questa domanda, che chiamava in causa la facoltà di Firenze, ho pensato istintivamente a Michelucci, Savioli, Ricci, Koenig…, i quali hanno lottato, con anni di sperimentazione di lavoro e insegnamento, per una facoltà di architettura che insegnasse agli studenti, a tener conto dell’individuo.
Oggi, a distanza di molti anni, qualcosa è cambiato.

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