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Storia e Critica

Il triangolo no...


di Paolo G.L. Ferrara
7/6/2002
Ci siamo: dal 6 giugno 2002 è partita ufficialmente l' "Operazione Ponte sullo stretto". Alla fine del 2004 potremo iniziare il conto alla rovescia, sino al 2010, data stabilita per la fine dei lavori.
Diceva Wright che architetto, committente ed impresa sono la triade che permette la realizzazione dell'architettura. Se una sola delle tre componenti fallisce, l'architettura stessa fallisce.
Parole sante, talmente vere che sembrano addirittura banali.
Il genio americano -ovviamente e volutamente riferendosi alla vera architettura- non considerava le variabili che spesso condizionano questo triangolo, oltre al fatto che, certe volte, è proprio il legame inossidabile tra queste tre componenti a dare vita alle architetture della speculazione, ovvero edifici penosi a livello architettonico, precari a livello costruttivo, remunerativi a livello economico.
L'operazione Ponte si presenta in pompa magna; una volta terminato, tutti ne parleremo, lo criticheremo, lo plaudiremo. Insomma, ce ne sarà per tutti e per tutto.
Prematuro farlo adesso, visti e considerati i tempi di costruzione che si annunciano lunghissimi.
Prematuro non è però parlare di cosa si dovrà evitare, ovvero la collusione mafiosa che decide, dirige, governa qualsivoglia appalto miliardario.
Affrontiamo il tema senza remore: quando succede che la triade architetto-impresa-commitente riesce a creare una solida partnership speculativa, significa che c'è chi lo consente.
Questo, è vero, succede generalmente in tutto il mondo. Spostiamo il discorso in Sicilia, dove vive ed opera la variabile chiamata "mafia". Si, lo so, la sola parola mette già un pò di timore. Se invece di mafia si chiamasse chessò, "mousse", magari ci verrebbe l'acquolina in bocca. Ma tant'è: la parola è quella che è e, al massimo, in bocca ci si potrà trovare un sasso.
Eh sì, argomento tabù, nonostante in tutti ci sia la consapevolezza che in Sicilia la mafia è strettamente legata all'edilizia, agli scempi paesaggistici, a quelli urbani.
"Stai mutu!" mi sembra di sentire mentre scrivo questo articolo. Ma perché fermarsi? In fondo, che c'è di male nel parlare di mafia? Se ne parla in tutte le salse, ci fanno i film, ci scrivono i romanzi, dunque ci si può scrivere anche un articolo di architettura...
Il Ponte sullo stretto non è sicuramente la prima grande opera edilizia che si esegue in Sicilia.
Punta Raisi, l'aeroporto di Palermo, si chiama oggi "Falcone-Borsellino". Personalmente, avere dedicato ai due magistrati l'aeroporto, l'ho sempre reputata una cosa di pessimo gusto. Lo sanno anche le pietre: l'area di Punta Raisi rappresenta la prima grande azione mafiosa nel campo della speculazione edilizia e territoriale. I contadini costretti a vendere a prezzo agricolo i loro terreni. A chi? ai costruttori legati da filo doppio ai mafiosi. I politici a trasformare questi terreni da agricoli in edificabili. I mafiosi, o meglio, i loro prestanome, a vendere milioni di metri quadrati a prezzi astronomici. Da questo bel gioco di società (non tanto "onorata") nacque Punta Raisi. E poi lo si dedica a Falcone e Borsellino.
Palermo, o il massacro delle opere di Ernesto Basile. Esempio conosciuto di deliberata distruzione del patrimonio storico per fare sempre più posto al sacco della città. Di più: sempre a Palermo, il degrado del centro antico della città è tale (o meglio, è stato deliberatamente fatto diventare tale) che sarà impossibile risanare e più plausibile demolire. Per poi ricostruire, chiaro.
Quasi cinquanta anni fa, Luigi Piccinato, parlando in sede parlamentare durante una seduta in difesa del patrimonio monumentale e paesistico disse: "Risanare vuol dire conservare: un'operazione medica. Se hai mal di testa, il medico ti somministra pillole o ti fa un'iniezione. In urbanistica invece, se uno ha mal di testa, per risanarlo, gli si taglia la testa".
Ora, tutto vero, ma chi, in Sicilia, decide di "tagliare la testa"? Vediamo. Forse il costruttore? No, probabilmente partecipa da spettatore, ma non ha il potere di decidere se tagliare o meno.
Che sia l'architetto o qualsivoglia altro progettista? No, anche queste figure non hanno poteri decisionali; piuttosto s'interessano della tecnica da usare per demolire e ricostruire. Ci sono: allora lo decidono i politici! Beh, non proprio, perchè devono attenersi alle leggi, anche se hanno la grande arma di poterle cambiare a loro piacimento.
Che siano i mafiosi? Probabile. Quando si tratta di tagliare teste, i mafiosi ne fanno un fatto di prestigio.
Quel prestigio che lo Stato Italiano mette in gioco dando il via alla costruzione del Ponte sullo stretto. Difatti, un'opera di tale portata fa sicuramente gola a molti e credo di non sbagliare dicendo che sulla sua costruzione "persino i mafiosi sono d'accordo", prendendo a prestito il titolo di un articolo di Bruno Zevi scritto nel 1962, sui lavori della diga sullo Jato.
Dunque, la costruzione del Ponte, paradossalmente, mette tutti d'accordo, mafiosi compresi. Vediamo perché.
Lo Stato Italiano tenta di portare a compimento un'operazione i cui albori si perdono nella notte dei tempi. Unire la Sicilia al "continente" significa idealmente agganciarla al treno europeo, dare segno di concretezza dell'interesse verso il Sud. Parlando da un punto di vista squisitamente fisico, non fa una grinza: partendo da Palermo si arriverà in Danimarca senza soluzione di continuità, senza mettere i piedi fuori l'abitacolo dell'auto, se non per fare pipì.
Dal punto di vista dello sviluppo economico del meridione, ne fa tante di grinze. Serve davvero risparmiare mezz'ora di tempo per l'attraversamento? E se si, a chi?
Spendere milioni di euro ( 9.000 miliardi di vecchie lire) per risparmiare tempo nell'attraversare lo Stretto sarebbe fondamentale se quel lembo d'Italia fosse tale e quale all'asse Torino-Milano-Venezia.
Siamo proprio sicuri che il ponte sia la chiave di volta dello sviluppo siciliano e calabrese?
No, io non lo sono per niente. Piuttosto, i 9.000 miliardi si dovrebbero prima spendere per ricostruire le ferrovie dell'isola, che da tempo sono state in gran parte dismesse; per terminare l'autostrada Messina- Palermo e costruire quella che da Siracusa colleghi tutta la costa meridionale, sino a Mazara del Vallo; per costruire almeno altri due aeroporti; per potenziare i porti.
Soprattutto, per investire nell'industria, nella cultura e nel turismo, dunque nella forza lavoro. Altre notizie ci arrivano dal Governo: nei prossimi anni s'investirà maggiormente al Sud per incrementare i posti-lavoro di circa 1.400.000 unità.
Se nel 2010 il Ponte sarà veramente costruito, potrà essere sicuramente un simbolo importante dell'attenzione dello Stato verso il Sud, anche se, appunto, "simbolo", visto che, senza un vero piano di sviluppo industriale, non sarà sufficiente a risolvere le problematiche vere.
Comunque sia, il via al Ponte è stato dato. Gioiamone:data la forza propulsiva che la sua costruzione potrebbe avere per inescare tutta una serie d'interventi sulle altre infrastrutture e sullo sviluppo economico, e preso atto che questi investimenti verranno fatti e renderanno davvero utile il Ponte, verifichiamo cosa nel frattempo sarà in grado di fare lo Stato Italiano, unitamente alla Regione Sicilia. Non mettendo in dubbio che ne abbiano assoluta volontà, vedremo se saranno capaci di tenere alla larga speculatori e mafiosi.
Come farlo? Potrebbero iniziare rendendo pubblici tutti i passaggi burocratici che un'operazione del genere comporta. Pubblicare, a larga diffusione tramite i mass media, tutte le gare d'appalto, aggiornare periodicamente sull'andamento dei lavori, denunciare alla Magistratura eventuali (e molto probabili) pressioni mafiose.
In poche parole, potrebbero renderci partecipi di come vengono spesi i soldi, se non quelli dei privati, quantomeno quelli pubblici. Difatti, la spesa sarà suddivisa a metà tra le due parti.
Ma, oltre al fatto di avere il più lungo ponte del mondo, la più grande vittoria in prestigio da parte dello Stato sarà riuscire ad essere l'unico vero "progettista, costruttore e direttore dei lavori" dell'opera. Significherebbe avere vinto sulle ingerenze mafiose, il che dimostrerebbe che la volontà di combatterle è reale.
Veniamo ai mafiosi: perché sono anche loro d'accordo sulla costruzione del Ponte? D'istinto verrebbe da pensare all'entità degli appalti, troppo appetibile perchè ci possano rinunciare. Ma forse, quello che più li stimola è il "durante e dopo Ponte", che comprendee tutte le altre infrastrutture indispensabili per la crescita economica dell'isola. Una crescita che farà affluire somme incredibili di denaro e grazie alla quale per i mafiosi non ci sarà più tutto il bisogno, che ancora oggi c'è, di andare a riciclare il denaro sporco all'estero. Gli investimenti si potranno fare comodamente dietro l'angolo di casa.
Ma detto ciò, significa allora che in Sicilia e nel Sud in genere non si debba prevedere lo sviluppo perché diventerebbe una situazione di comodo per la mafia? Dobbiamo dunque sempre più deprimere quelle zone per non dare strumenti di lavoro e di arricchimento ai mafiosi?
No, fuori di dubbio. Ponti, porti, aeroporti, autostrade, industrie, e quant'altro serve allo sviluppo economico, sono tutte cose che vanno fatte, ma alla luce del sole. Il controllo del territorio si attua anche attraverso il controllo della società, della sua crescita e del suo sviluppo. E l'architettura è parte integrante nella formazione e nella crescita della società. Dunque, anche gli architetti -ed i progettisti in genere- sono coinvolti, quantomeno moralmente, nell' "operazione Ponte.
La nostra parte possimo farla con poche mosse, iniziando ad essere coscientemente professionali, difendendo l'architettura, sottraendola agli incompetenti che ne vedono solo strumento di guadagno, denunciando le commesse sospette, i tecnici corrotti e quant'altro. Chi usa l'architettura come mezzo per speculare non può che realizzarne di cattiva.
Ma va da sé che il compito morale non è facile da attuare, causa l'atavica "paura", che oramai si è trasformata in abitudine, e che sempre più spesso è una scusante. Paura di non avere lavoro, paura di toccare fili ad alta tensione, paura di essere ammazzati. Paura, appunto, che diventa abitudine, legge non scritta a cui si è ligi senza farsi troppe domande, se non quella di quanto ci si riempirà la pancia partecipando al banchetto. Il più è che questa abitudine si invera anche nella cattiva architettura.
Certo, sarebbe troppo chiedere agli architetti di denunciare tutte le commesse di lavoro sospette, ma almeno di rifiutarle si, potrebbe essere lecito. La soluzione è però poco ortodossa: per cento che rifiutano, altri mille sono pronti a sostituirli.
Allora, cosa fare? Niente, purtroppo. Ci si deve solo affidare alla professionalità, che prima di ogni cosa significa onestà. Professionalità/onestà dei politici, dei costruttori, degli architetti e dei progettisti in genere. La buona architettura, la gestione del territorio, la tutela del patrimonio paesaggistico ne hanno bisogno.
L' operazione Ponte ci darà il termometro di quanto siano vive negli architetti, nei politici e nei costruttori professionalità e onestà. Nel 2010 sapremo se saranno stati rispettati i costi e vedremo se le altre infrastrutture saranno state realizzate; due parametri per capire se e quanti avranno pasteggiato e se a tavola -noblesse oblige: a capo tavola- ci saranno stati anche i mafiosi.
L' operazione Ponte mette in moto un sistema in cui l'architettura è totalmente coinvolta.
Industria, turismo, cultura fanno rima con architettura: edifici industriali, alberghi, sedi universitarie, strade, ponti ferroviari, viadotti. Potrebbe davvero essere una grande occasione per fare dell'ottima architettura, riscattandosi da cinquant'anni di delirio di devastazione.
Di professionisti onesti, che possano comporre la perfetta triade wrightiana, ce ne sono e sono anche tanti.
Quel che mi chiedo è se verranno coinvolti o tenuti ben alla larga. Chissà...Se il triangolo funzionasse a dovere tutto sarebbe davvero piacevolmente sorprendente.
Ma corre voce che la canzone che i mafiosi preferiscono fischiettare sia "il triangolo no...".
Il più è che hanno come sottofondo un coro considerevole.
Ma mai disperare: le voci fuori da questo coro sono tante.


"Parlando di guadagni della mafia, non possiamo dimenticare gli appalti e i subappalti. Mi chiedo anzi se non si tratta degli affari più lucrosi di Cosa Nostra. Il controllo delle gare di appalto pubbliche risale a molte decine di anni fa, ma oggi ha raggiunto dimensioni impressionanti."
"Non importa se l'impresa che si è aggiudicata i lavori sia siciliana, calabrese, francese o tedesca: quale che sia la sua provenienza, l'impresa che vuole lavorare in Sicilia deve sottostare a talune condizioni, sottostare al controllo territoriale della mafia."
"Quanto è accaduto e continua ad accadere nel campo degli appalti smentisce tutte le teorie secondo cui il decollo socioeconomico della Sicilia avrebbe portato automaticamente alla scomparsa della mafia. Cosa Nostra ha saputo invece innestarsi nello sviluppo, deviandone il corso degli effetti. La sola possibilità per lo Stato di segnare un'inversione di rotta mi sembra consista nel garantire un livello minimo di convivenza civile, una forma minima di contratto sociale, per citare Rousseau."
"Siamo giunti al punto che qualsiasi intervento economico dello Stato rischia soltanto di offrire spazi di speculazione alla mafia e di allargare il divario tra Nord e Sud. Lo stesso dicasi dei contributi a fondo perduto. Soltanto una politica di incentivazione, purché ben gestita, può ottenere a mio avviso effetti positivi."
Giovanni Falcone

I brani sono tratti da Cose di Cosa Nostra, scritto da Giovanni Falcone, in collaborazione con Marcelle Padovani, edito da Rizzoli,1991

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