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Storia e Critica

Antithesi e 'nuovi critici' di architettura


di Paolo G.L. Ferrara
2/7/2002
Da Mara Dolce riceviamo questo messaggio:
"Premetto che non condivido nulla delle vostre posizioni critiche e che leggo Anthitesi perchè vi riconosco coraggio, libertà, passione autentica, assenza di secondi fini (cattedre appunto, notorieta' ecc.)
Ma perchè siete sempre più spesso seduti a tavole rotonde con persone che si autodefiniscono pomposamente "critici di architettura"? chi sono secondo voi oggi i critici? critico di architettura e' colui che...
Perchè davvero, da questa continua infiorescenza di "critici" si ascolta di tutto meno che parlare di architettura. I più bravi fanno cronaca, ci raccontano quello che c'è in giro, nè più nè meno come potrebbe farlo un qualsiasi giornalista di Repubblica, ma fare critica è qualcosa di diverso, perchè allora autoinvestirsi e abusare di questo titolo? Anche questo fa male all'architettura".

Apprezziamo la franchezza con cui Mara Dolce si presenta e prendiamo atto che il tema evidenziato è di primo piano.
Difatti, da più parti, sembra che si stia vivendo un momento in cui forze nuove stanno emergendo nel mondo dell'architettura italiana: riviste cartacee, riviste web, progettisti, critici, docenti universitari fuori dagli schemi accademici.
Nuove generazioni finalmente libere, senza costrizioni, senza compromessi, pronte a tutto per dare forza alla ricerca italiana?
Nuove forze a cui corrisipondono validi contenuti? Nello specifico delle perplessità di Dolce, quanti nuovi critici possono definirsi realmente tali? e quanti vivono solo ed esclusivamente di presenzialismo?
La forza del web è anche di sostanza o solo di apparenza?
Chi è, oggi, dunque, il critico di architettura?
Senza indugi, rispondo: è colui che lo dimostra a mezzo della preparazione storica e la capacità di "entrare" nel fatto architettonico. Di più: è colui il quale ha consapevolezza di quanto la critica sia fondamentale per la crescita stessa dell'architettura e, per questi motivi, sa di non potere esulare dal fatto architettonico letto in tutte le sue componenti.
Lo esige la credibilità della critica: chi la fa deve assumere una dichiarata posizione. Atteggiamento, questo, che, nel tempo, può non escludere apparenti incoerenze. Il critico di architettura non deve limitarsi a commentare a posteriori, ma deve orientare la progettazione contestualmente alla ricerca dell'architetto. Deve anticiparla, anche se solo di un millesimo di secondo. Il rapporto tra la critica e la progettazione deve essere proficuo, e questo compito spetta al critico.
Ma forse, il modo migliore per spiegare cosa per me debba essere un "critico" è prendere a prestito un esempio, probabilmente il più forte che sia possibile fare, per le implicazioni culturali, sociali e politiche in cui si svolse: il rapporto Pagano-Terragni-Persico, con il Fascismo ingrediente fondamentale.
Critico vero è stato Edoardo Persico, che non ha lesinato obiezioni agli sviluppi delle idee dei suoi stessi compagni di viaggio durante l'età del razionalismo italiano: una per tutte, si ricordi l'aspra critica a Terragni, che fu anche di Giuseppe Pagano, il quale, a sua volta, entrò spesso in conflitto con Persico stesso - pur dirigendo unitamente Casabella.
Una critica conflittuale che tese a dipanare i problemi, i sillogismi, gli equivoci, avendo ben presenti gli avvenimenti storici che si andavano sviluppando contemporaneamente alla loro azione. La finalità era dare corpo ai significati dell'architettura, evitando di costruire qualsiasi supporto ideologico con cui giustificare tutto ed il contrario di tutto.
Quella tra Pagano/Persico/Terragni potrebbe essere definita una "unione disgiunta", che può aiutarci a comprendere come architettura e critica debbano essere costantemente in relazione, autocompenetrandosi, il che non esclude che possano anche dare vita ad apparenti contraddizioni.
Pagano e Terragni, uniti dall'adesione al fascismo e dalla volontà di dare spessore e solidità al razionalismo italiano. Paradossalmente, in questo incontrovertibile punto in comune rintracciamo il primo forte momento di divisione, con Persico che assume il ruolo di coscienza critica.
I tre concordano sullo "spirito classico" che è proprio dell'architettura italiana e che tale deve rimanere anche nell'architettura della "nuova estetica", dunque entrambe confluenti nello "spirito nuovo", evidenziato nel primo dei quattro numeri di Rassegna Italiana. Per raggiungere l'obiettivo di una nuova architettura, l'obiettivo primario è mettere da parte l'individualità dell'architetto.
Terragni e Pagano uniti dal Novocomum e da Palazzo Gualino: siamo nella fase in cui prendono corpo le precise posizioni sulla questione del "tipo", ovvero di un'architettura che abbia criteri di assonanza a prescindere che si tratti di un'abitazione, di uffici, di fabbriche : "La casa, i servizi, le industrie, i quartieri non sono altro che l'applicazione in campi diversi di una stessa necessità di fondo, per cui la famosa formula di machine à habiter è un dettato tanto efficace che riassuntivo". (A. Saggio - Giuseppe Terragni, vita e opere. Editori Laterza)
Gli eventi evolvono. Pagano propugna la battaglia per un'architettura che abbia in sé il valore sociale; vedendone una deviazione da ciò, critica aspramente Terragni per la Casa del fascio, in cui rintraccia un lirismo accentuato che escludeva i contenuti morali dell'opera.
Il critico ha l'obbligo di scandagliare le situazioni e, se è il caso, mettere alla frusta anche, e soprattutto, quelle in cui crede, affinchè non devino: Persico attacca duramente il Gruppo 7, e certo non per disistima dei suoi componenti; l'attacco è mirato ad evidenziarne le lacune e le ingenuità rispetto i facili entusiasmi ed i proclami di un'architettura che, pur avendo assolute radici internazionali, fosse " italiana". Intuisce che escludere totalmente i riferimenti internazionali significherebbe isolare ancora una volta il Paese dalla cultura europea; l'obiettivo è quello di convergere verso un'architettura razionalista che sappia mantenere in sé la tradizione italiana, ma che non si autoescluda dai legami con quella internazionale. Da qui la critica a Terragni e alla deviazione presunta che dal Novocomum quale architettura internazionale porta alla mediterraneità della Casa del fascio.
Negli anni '20 e '30 del secolo scorso, nei venti anni di regime in cui le implicazioni politiche, sociali e civili furono fortissime, architettura e critica s'intrecciarono vorticosamente, unendo e dividendo i protagonisti, ma cercando costantemente insieme la srada da battere per arrivare ad un vero contributo italiano alla ricerca internazionale. Il contributo della critica fu fondamentale nell'evidenziare i pericoli insiti nell'identificazione dell'architettura quale "arte di stato" al culmine del consenso fascista. Di quello straordinario e fecondo periodo, le tensioni morali di Persico ne furono la coscienza critica.
Questa, e solo questa, è per me la critica: la tensione morale che tende a disturbare, evidenziare, dibattere, intuire le novità e scandagliarle, proporle, sezionarle, metterne in risalto le incongruenze, sempre e comunque in rapporto con la realtà e con la società.
Torniamo all'oggi. Il web è risultato uno strumento di comunicazione e diffusione straordinario. Inutile stare a ripeterne i pregi ed i vantaggi che esso ha per la cultura. Quel che conta è che il lettore può interagire in tempo reale, esprimendo la sua di cultura. E, perché no, mettendo in risalto i bluff.
Scrivere qualcosa non è poi così difficile ed argomenti su cui farlo ce ne sono un'infinità. Il più è cosa si scrive e perché.
Chi sono dunque i nuovi critici? Parere personale e opinabile: sono tutti coloro che difendono, motivandola e supportandola con la preparazione, una loro idea; sono quelli che non si prostituiscono pur di pubblicare, che non fanno articoli su commissione, che dicono sempre quello che pensano solo attrverso la capacità di farlo capire, senza usare linguaggi pomposi e astrusi, il cui unico fine è darsi un tono. Sono individui preparati che non hanno alcun bisogno di leccare a destra e a manca per fare carriera. Individui che mettono in gioco sè stessi, anche a costo di non essere accettati dal circolo ristretto di chi gestisce ufficialmente la cultura.
Discorso che può essere fatto anche per gli architetti: è indubbio che, se dovessimo dare credito ai numeri, non potremmo fare altro che prendere atto che siamo in presenza di un fecondissimo proliferare di nuovi talenti. Ma quanti lo sono? Il pericolo è che si creino dei miti a cui gli studenti possano guardare quale punto di riferimento : "sono giovani...sono pluri pubblicati...sono fighi!".
Personalmente, diffido dalla "sindrome dell'architettura impegnata" che accompagna il più delle volte la presentazione dei progetti, con relazioni piene di citazioni sparse, ma spesso vacue. Diffido da chi a 30 anni si sente un genio; diffido da chi si crede artista; diffido da chi presenta curriculum infarciti di ogni cosa; diffido da chi si autodefinisce "architetto, docente, critico, storico".
Soprattutto, sia nel caso dei critici che degli architetti, diffido da chi sfugge ai confronti, il più delle volte in nome di un malcelato complesso di superiorità.
Riguardo ad antithesi, chiamata in causa da Mara Dolce: a dispetto della definizione "giornale di critica dell'architettura", Lazier e Ferrara non sono, né si ergono a critici; siamo una piccolissima e modesta nicchia, con la sola voglia di parlare di architettura, con tutti i limiti possibili; nicchia che si autogestisce e che è ben contenta quando trova qualcuno come Mara Dolce che dichiara apertamente di non condividere le nostre posizioni. Sì, perchè solo il contraddittorio può dirsi reale propellente per discutere di architettura. Per essere critici "veri" bisogna avere molte doti ed una vastissima e profonda preparazione, che a noi mancano; l'importante è esserne consapevoli. Dunque, noi non ci consideriamo assolutamente tra i nuovi critici di architettura ma, più semplicemente, degli uditori e conversatori, che mettono a disposizione il loro giornale per farne un luogo ove chiunque possa esprimere le proprie opinioni, anche critiche. Di contro, rispettiamo chi critico di architettura lo è realmente e, democraticamente, anche chi crede di esserlo solo perché ha scritto libri e articoli o partecipa a convegni vari.
Per quanto riguarda la nostra partecipazione a tavole rotonde e convegni, bèh, non siamo sicuramente tra i più gettonati (ammesso poi che ci sia qualcosa di male esserlo), e comunque, partecipare alle tavole rotonde, ai convegni o qualsiasi altra possibilità d'incontro e d'interscambio può solo essere positivo, ovviamente a patto che si abbia coscienza del ruolo di rispetto massimo che chi relaziona deve avere nei confronti del pubblico, e che gli incontri siano di contenuto.
Ciascuno di noi sceglie i propri punti di riferimento: il più è avere il coraggio di dichiararli e di difenderli e, se è il caso, perché no, entrare con loro in contraddittorio. L'importante è farlo con onestà intellettuale.

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