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Linguaggio Architettura

Sette invarianti? Forse nessuna…


di Sandro Lazier
7/7/2002
Non è raro trovare riferimento alle Zeviane sette invarianti dell’architettura. Il più delle volte a sproposito. Capisco che vadano strette ai cultori del pensiero debole o ai deboli di pensiero, ma non è liberandosene nel mucchio delle banalità che si risolve il confronto.
In un file apparso su Arch’it, dal titolo Critical borders, appare la seguente frase:
[Ci diciamo che "l'architettura (…) sembra in questi ultimi anni divenuta casuale ed interessante solo per i pretesti che assume di volta in volta per la sua validità." E che ad esempio, "la teoria delle sette invarianti sul piano dell'architettura equivale a qualsiasi altra teoria formalistica, con in più una mistificante pretesa di progressività, risolta in termini linguistici e psicologici; una sorta di misterioso ‘spazio' democratico dove il concetto di libertà non è in funzione dell'uso, ma della percezione… Di regola l'accademia recupera e sistematizza la vecchia avanguardia salvandone il contenuto linguistico, mai il contenuto liberante. Liberante non è avere la camera coi piani sfalsati e il quadro in alto a destra…".]
Ora, io non so chi ha preparato questa gustosa marmellata – e, onestamente non mi interessa saperlo – ma gli consiglio di rivederne un attimo gli ingredienti.
Quali?
1 – La teoria delle sette invarianti non è una teoria “formalistica come tutte le altre” perché la sua applicazione è successiva alla scrittura architettonica e quindi non può determinarla. Serve per leggere e non per scrivere. Serve per mettere in comunicazione il lettore o fruitore dell’architettura con quello che chiunque può scrivere in perfetta libertà e convinzione. Zevi non ha mai scritto regole per scrivere e non se lo è mai sognato. E’ sufficiente leggerlo per comprendere quanto fosse impegnato nel tradurre il difforme, l’irregolare, il diverso in termini storici e architettonici. Ma per tradurre occorre che qualcosa sia già scritto e in una lingua possibilmente non formalizzata. Basta leggerlo per evitare di scrivere sciocchezze (vedi l’articolo In difesa di un critico nevrotico
2 – la “mistificante pretesa di progressività” che tradotto in italiano significa “imbrogliare il prossimo fraintendendo progresso e decadenza” è frase un po’ troppo imprudente se avvicinata ad un uomo come Zevi che ha combattuto la falsità e la falsificazione dello storicismo postmoderno, che ha definito “fogna” la vocazione tutta italiana di prendere per i fondelli la storia e le sue manifestazioni, che ha messo più volte in guardia gli architetti proprio dalla mistificazione formale dei modelli storici. E’ facile che l’accusato (in questo caso il vero mistificatore, colui che scioccamente ha scritto la sua condanna), non avendo argomenti seri per difendersi, calunni chi lo accusa e lo incolpi del suo stesso male: se sono ladro io lo sono tutti. Zevi mistificatore è una stratosferica imbecillità che sta fuori della cultura di un paese civile. Questo sì che è un problema serio.
3 – Veniamo al “misterioso spazio democratico dove il concetto di libertà non è in funzione dell'uso, ma della percezione”.
Capisco che chi ama rinchiudere le persone dietro a scatole e scatolette disegnate, con tutte le finestrelle ordinate e composte, i percorsi lineari e raffinati, scontrandosi con le riflessioni zeviane provi un certo imbarazzo nel sentirsi improvvisamente lontano dal concetto di democrazia. Certamente libertà è anche mettere un quadro o una finestra in mezzo a una parete ma questa è una delle infinite possibilità che tuttavia non ha nessun privilegio rispetto alle altre. La democrazia dice che non ci sono privilegi; non dice di evitare finestre in mezzo alle pareti. La libertà è una cosa, la democrazia un’altra. Abbiamo libertà di uccidere il nostro vicino di casa ma la convivenza civile e democratica ci nega questo privilegio.
Scegliere dove e cosa guardare dall’interno di una stanza è atto liberatorio rispetto alla composizione plastica di una classica “facciata” con i “pieni e vuoti” e altre amenità compositive. Se l’architettura fosse veramente democratica ogni fruitore dovrebbe poter scegliere cosa e dove vedere e la percezione che si avrebbe delle abitazioni sarebbe quella di una grande confusione compositiva. Ma il 99 percento delle abitazioni bada solo al suo essere formale e “oggettualizza” l’involucro infischiandosene altamente di chi sta all’interno. Mi pare ovvio che a chi vive una di queste abitazioni venga negata almeno la libertà di guardare fuori. Quindi non c’è contraddizione tra percezione e funzione. Se vedo girare una ruota capisco che qualcosa si muove in senso rotatorio. La funzione della ruota è girare e io semplicemente ne ho la percezione. Se vedo case con le finestre sparse percepisco che all’interno qualcuno ha scelto dove guardare; se vedo case con finestre tutte uguali e ordinate percepisco che dentro vive gente che guarda dove l’architetto gli ha concesso di vedere.
Ci sono altri mille argomenti che confermano l’equazione zeviana relativa alla democraticità dell’architettura anticlassica. Chi vuole li può leggere, ne uscirà arricchito ed eviterà di inciampare in frasi maldestre.
Per finire: …di regola l'accademia recupera e sistematizza la vecchia avanguardia svuotandone il contenuto linguistico e non “salvandone il contenuto linguistico”. Anche qui attenti: il linguaggio non sono le parole ma le frasi.

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