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Opinioni

Master Digitale


di Mara Dolce
16/12/2002
Attenzione, è pronta una nuova bidonata sotto forma di "master di architettura digitale" della durata di 232 ore, legittimata dall'INARCH (Istituto di Cultura Italiana!) che si chiama: "Lo Spazio In-Forme" per giovani e disoccupati neolaureati in architettura affascinati dall'ancora attuale (speriamo per poco), moda digitale. Con la chiarezza dell'architetto dilettante che la contraddistingue, la dottoressa Palumbo ci spiega le finalità didattiche: "(...)la metodologia didattica è induttiva ma mirata all'astrazione, pratica ma prettamente culturale, concreta ma solo perché concrete sono le domande ma astratte devono essere le risposte se vogliono fornire competenze e non esclusivamente contenuti. Solo una preparazione che tenga conto tanto degli aspetti tecnici quanto di quelli culturali e teorici inerenti il processo progettuale in ambiente digitale può dirsi veramente completa e cioè effettivamente capace di utilizzare il computer come uno strumento intellettuale".
Attenzione, la signora in questione, che è la colonna portante del "pensiero" del master, ha ben 40 ore di lezione sulle 232 dell'intera durata del corso. Possiede la dottoressa, precedenti esperienze come docente? Nessuna. Come architetto? Nessuna.
Il Programma del Master, è la frase qui sotto riportata, vale a dire una riflessione personale e domestica dell'architetto Novak, dopo, a mio personalissimo avviso, una giornata dura e un paio di birre :"L'architettura liquida è una architettura che respira, e pulsa. L'architettura liquida è un'architettura la cui forma è contingente agli interessi dello spettatore; è un'architettura che si apre per accogliermi e si chiude per difendermi; è unaarchitettura senza porte né corridoi, in cui la stanza successiva è sempre dove mi occorre che sia e ciò che mi occorre che sia. [...] È una architettura di relazioni mutevoli tra elementi astratti. E' una architettura che tende a diventare musica".
firmato, Marcos Novak
Non vorrei dilungarmi sull'inconsistenza dei contenuti di questo "master" che non dà risposte, come dovrebbe essere, ma offre supposizioni confuse. "(..)L'architettura digitale forse non è proprio la più felice, né la più chiara. Che cos'è? Che significa? che senso ha? ...esiste un'architettura digitale?" tanto per gradire...
Andiamo avanti:
è riconosciuto questo master? Se si, da chi? Non si sa.
NON ESISTE un master che duri 232 ore. Per potersi definire tale, deve avere un monte ore compreso tra le 400 e le 600 ore. Altrimenti, per legge, non può avere il nome di Master.
Il numero legale minimo deve essere di 15 persone.
Non c'è master che si rispetti che non abbia delle borse di studio, e questo, ovviamente ne è privo.
Costo: 3.800 Euro IVA esclusa???? (questa è l'unica cosa che ha in comune con un master.)
Le modalità di pagamento sono indecenti: in due rate a distanza di un mese dal primo versamento.
Curriculum dei docenti: non ci sono, si sentono così noti e famosi da non sentire nemmeno il dovere di raccontarci chi sono.
Tutti conosciamo Scozzafava e Romano no?
E l'esca finale è data dal miraggio dello stage da Fukas per citare il più noto, gratis ovviamente. il giovane disoccupato neo-architetto, dopo aver sganciato 3800euro (IVA esclusa) e aver perso cinque mesi in un master, che non è un master, va a lavorare gratis in uno studio di architettura per 3/6 mesi. Ma che bravi! E complimenti all'INARCH.
Dispiace per la presenza di alcuni nomi di professionisti seri che si sono prestati con troppa superficialità a questa operazione.
Per favore: indignarsi e disertare.


Riceviamo immediata risposta di Maria Luisa Palumbo e la pubblichiamo per il giusto diritto di replica dovutoLe

Rispondo, con una certa fatica per ragioni pratiche –una lussazione alla spalla destra- alle critiche ricevute in merito al master -e non soltanto! E rispondo innanzitutto con una serie di puntualizzazioni rispetto all’articolo di Mara Dolce; la prima in merito al gentile appellativo “architetto dilettante”, riferito alla sottoscritta. Cominciamo dal fatto che la citazione che mi si attribuisce -come dovrebbe essere evidente ad una lettura attenta di chi si accinge a prendere pubblicamente parola su- non è ovviamente mia ma è piuttosto il testo del bando… Riguardo poi alla chiarezza insita nel mio dilettantismo, vorrei ugualmente suggerire alla Dolce una lettura ancora una volta un tantino più approfondita delle cose e magari un pizzico di chiarezza da professionista in più: non è chiaro infatti dalle sue parole se sia è o meno preoccupata di ‘procurarsi’ il minimo indispensabile di informazione, cercando un mio curriculum in rete o chiedendolo all’in/arch, oppure se il problema stia a monte e se cioè, dalle parole irate della Dolce, dobbiamo dedurre che nelle sue smisurate conoscenze architettoniche non contemplino però granchè della storia del pensiero e della teoria dei media. Non è chiaro insomma se la Dolce sconosca per esempio la mia collaborazione col Mc Luhan program e Derrick de Kerckhove –o il mio recente insegnamento americano- o se la Dolce reputi dilettantismo un’attività di ricerca svolta accanto ad uno dei massimi teorici dei media per mancanza appunto di specifica informazione in merito. A partire da tali premesse è difficile in effetti sperare che la Dolce possa parimenti trovare una qualche ‘consistenza’ nel lavoro di uno dei massimi esperti della ricerca su architettura e digitale –marcos novak! Riguardo alla fatidica domanda sul se il master sia ‘riconosciuto’ o meno, ancora una volta non possiamo se non invitare la Dolce ad informarsi un minimo in più, in merito a ciò su cui pubblicamente prende la parola: non mi risulta infatti che esista alcuna norma che regoli un corso NON universitario come quello in questione, suppongo quindi che la legge a cui la Dolce fa riferimento –ovviamente senza preoccuparsi di specificarne titolo e/o numero- sia il Decreto 3 novembre 1999, n. 509 Regolamento recante norme concernenti l'autonomia didattica degli atenei http://www.murst.it/regolame/1999/adqGU.htm relativo per l’appunto ai master universitari -ma per inciso, data l’effettiva astrusità della materia potrei ovviamente sbagliarmi anch’io e se la Dolce fosse effettivamente a conoscenza di una legge che vieti, sconsigli o normi l’uso della parola Master per denominare un corso di formazione post universitaria ed esterna all’università, le saremmo più che mai grati se avesse la bontà di informarci! Riguardo poi l’ “esca finale” l’accusa è triste più che ridicola: non soltanto perché finge di ignorare il fatto che tre mesi di lavoro più o meno gratuito in uno studio sono il minimo del tirocinio possibile in un paese che non prevede una fase di tirocinio all’interno del percorso universitario, ma ancora più triste è il fatto che la Dolce neghi completamente valore alla possibilità, per un giovane neolaureato, di entrare e vivere dal di dentro l’esperienza di uno studio. Forse dall’alto della sua professionalità, la Dolce giudica questo passo di poca importanza… Andando alle critiche di Sandro Lazier ed Antonino Saggio non posso se non condividere i dubbi riguardo alla problematicità della scelta per un istituto di cultura di fare ‘formazione a pagamento’, nonché –mea culpa- di aver lanciato un bando senza aver risolto la questione ‘borse di studio’. Ma d’altra parte non posso accettare l’idea che tutto il necessario si trovi già ‘gratuitamente’ sulla rete: la rete è un’eccezionale fonte di informazioni e di connessioni, altra cosa è il dialogo faccia a faccia. Ma come sappiamo l’incontro reale ha un costo diverso, richiede uno sforzo ed un impegno diverso… e il problema è, chi deve pagare? Certo sarebbe bello che un istituto di cultura come l’in/arch fosse in grado di offrire gratuitamente le proprie 12 postazioni informatiche –e la professionalità dei propri docenti!- grazie all’apporto dei propri fondi o di altri finanziamenti. Ma come tutti sappiamo accedere a dei finanziamenti, privati o pubblici, non sempre è cosa così ‘pulita’ come potrebbe sembrare. E allora che cosa si fa? Si abbandona tutto? Oppure si lavora nell’ottica forse di arrivare un giorno ad avere la forza per lanciare un’iniziativa interamente finanziata e dunque libera dall’odioso aspetto di formazione a pagamento e, nel frattempo, per proporre qualcosa che al minor costo possibile (non spetta a me farlo ma forse per chiarezza è bene specificare che questa attività non contribuirà certo né alla ricchezza dell’in/arch nè a quella dei docenti!) permetta non solo un’offerta formativa da molti giudicata di interesse e qualità ma anche di organizzare alcuni seminari ‘aperti’ occasione di dibattito ed incontro pubblico sulle tematiche oggetto del master? Un ultimo appunto potrei riferirlo all’ “onestà intellettuale” citata in un'altra nota critica su questa avventura, ma spero che quanto detto sin qua sia sufficiente per aggiungere nuovi elementi di riflessione in merito.
Maria Luisa Palumbo

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