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Controrivista

Ventate Accademiche


di Giovanni Bartolozzi
21/12/2002

Lunedì 16 Dicembre si è tenuta presso la Facoltà di Firenze la presentazione di una nuova rivista di architettura. Sono intervenuti alla presentazione, oltre al direttore Massimo Fagioli, tre famosi architetti, i cui progetti sono pubblicati nel primo numero della rivista: Bruno Minardi, Adolfo Natalini, Leon Krier. Quest'ultimo conosciuto, soprattutto a Firenze, come famoso urbanista.
Apre l'incontro il direttore della nuova rivista il quale spiega, in breve, per lasciare più spazio ai relatori sopra citati, che a seguito dell'impoverimento dei contenuti teorici delle attuali riviste di architettura, egli si pone come obiettivo principale quello di rafforzarli, impostando la rivista secondo tematiche specifiche: "Aiòn", questo il nome della rivista, che in greco significa tempo, costituisce la tematica del primo numero della rivista.
Il concetto di tempo in sé, vuol dire tutto e il contrario di tutto, potrebbe avere dei risvolti interessanti e attuali, soprattutto se rapportato a contesti spaziali, e all'eredità di Einstein che ha aperto strade ancora inesplorate; ma non tardano da parte del direttore le dovute rettifiche al concetto (tratto dall'editoriale della rivista): "Mentre l'aiòn - tempo dell'essere - può essere immaginato come un punto del tempo, così chronos - tempo del divenire - può essere considerato come una linea, […] e quindi una retta.[…] Tale distinzione, obliata dalla cultura occidentale che riunisce in un unico concetto la temporalità, costituisce in realtà il paradigma interpretativo cruciale per leggere la condizione dell'architettura nella tarda modernità, riportando in modo netto la distinzione tra un tempo aionico, delle permanenze e delle identità, proprio delle discipline - quali l'architettura - che si occupano dell'ambiente antropico, e un tempo cronico, delle mutazioni e delle fluttuazioni, proprio dell'arte e delle discipline che si occupano dell'espressività umana. In questo senso il passaggio da un tempo cosmico ad un tempo storico può essere considerato il tema fondamentale dal punto di vista del processo di secolarizzazione dell'architettura che permette di ancorare il linguaggio architettonico alle dimensioni della continuità e dell'identità dei luoghi."
In sostanza scomodando Platone, la rivista si pone come obiettivo "la secolarizzazione dell'architettura", in altre parole riconquistare la componente "eterna" dell'architettura, o se si vuole monumentale, "piuttosto che rincorrere l'architettura effimera, leggera, trasparente" (come dirà il prof. Natalini) e quindi tutte le conquiste che dal Cristal Palace sono state fatte, con fatica, fino ai nostri giorni. Rispolverare acriticamente la suddivisione platonica del tempo, equivale, in architettura, a riproporre la triade vitruviana, e costituisce, indubbiamente, la conferma di quanto sia tenuta in scarsa considerazione la teoria della relatività di Einstein che ha avuto, nell'ultimo secolo, ripercussioni fondamentali nel mondo dell'architettura e dell'arte.
Si ricorre ad astrusi e sofisticati riferimenti filosofici per andare a sbattere la testa sempre nel solito muro bucato: l'accademia; e per creare uno iato assolutamente anacronistico tra architettura e arte.
In conclusione il giovane direttore aggiunge: "Questa rivista è stata subito accolta come rivista di tendenza", di tendenza accademica naturalmente, si potrebbe, infatti, sintetizzare che l'obiettivo non è tanto quello di puntare maggiori energie sull'aspetto teorico, bensì quello di formulare nuove teorie accademiche, in conseguenza al ristretto spazio fortunatamente attribuitovi nelle riviste di architettura più note.
Naturalmente siamo in democrazia, quindi ben venga il confronto anche se a priori i contenuti sembrano discutibilissimi.
Aggiungo una curiosità: la rivista costa solamente 18 Euro!
La parola adesso ai relatori, tra cui è assente B.Minardi per impegni di lavoro, e non rispettando l'ordine reale degli interventi, parliamo subito delle considerazioni avanzate da Leon Krier, per concludere liberamente con Adolfo Natalini e quindi per ritornare a quell'ambito fiorentino di cui m'interessa tanto parlare, nel tentativo di scardinare queste residue ventate accademiche.
Krier parte in terza: "postmoderno vuol dire futuro e il movimento moderno non esiste", questa la conclusione dei primi cinque minuti di conversazione, nei quali si tenta di dimostrare che avendo fallito il movimento moderno, l'unica alternativa dell'architetto è quella di aspirare al mondo classico. Tale verdetto, privo di motivazioni storico-critiche ed emesso con una superficialità che non ammette riscontro, dimostra che si intende parlare solamente di ciò che fa comodo, astraendosi dalla realtà, dalla storia, dalla vita quotidiana, dalle conquiste sudate…, scadendo dunque nella retorica più bieca.
Ci spiegherebbe Leon Krier e soprattutto ci dimostrerebbe per quali motivi il movimento ha fallito? E come fa ad essere convito di una simile affermazione?
Il fallimento dell'architettura moderna riguarda soltanto tutti coloro che hanno sistemato scatoloni insensibili alle caratteristiche del luogo, alle relazioni sociali, ai diversi patrimoni culturali…
Dopo aver gettato fango sul movimento moderno, Krier continua infamando il decostruttivismo mediante un confronto esecrabile e in pratica paragonando le rovine del World Trade Center, proposte dai quotidiani e dai Massmedia nei giorni successivi alla catastrofe dell'11 Settembre, alle architetture decostruttiviste. Tale confronto, del tutto fuori luogo, nausea a tal punto da non richiedere approfondimenti e conclusioni in merito. Irremovibile continua anche ribattendo la frase di Theodor Adorno: " Dopo Auschwitz non c'e più posto per la poesia", davanti alla quale ognuno di noi, non può fare altro che riflettere, registrando un gran regresso per l'umanità intera.
Ecco, secondo Krier: "Auschwitz è passato, bisogna cambiare pagina e l'unica poesia ancora possibile è quella classica".
Dovremmo forse stupirci ascoltando tali diffamazioni? Che motivo c'era di tirare in causa con tanta superficialità, vicende recenti e passate che hanno portato milioni e milioni di innocenti vittime?
Ma non stupiamoci, è soltanto un aspetto conosciuto, insito nel personaggio, basti ricordare che nel novembre del '97, in una conferenza a Grenoble accusò Terragni di antisemitismo.
Abbandonandosi al piano illusionistico della pura astrazione dal reale, Krier non riesce a registrare e acquisire eventi di straordinario progresso o di pauroso regresso, vivendo inscatolato in un tabù e rimanendo insensibile a tutto e a tutti. Questo, in definitiva, l'atteggiamento dei reazionari, degli accademici, di tutti coloro che sono convinti di essere nel giusto. "L'astrazione, - dice Adorno - strumento dell'illuminismo, opera con i suoi soggetti come il destino di cui elimina il concetto: per liquidarli…La pura immanenza positivistica, suo ultimo prodotto, non è che un tabù per così dire universale: non ha da esserci più nulla fuori, perché la mera idea di un fuori è fonte d'angoscia"
Una dimostrazione pratica, riportata nel primo numero della nuova rivista e purtroppo realizzata in Italia, ad Alessandria, città passata alla storia dell'architettura grazie al dispensario antitubercolare e alle abitazioni di Gardella, è visibile nelle fotografie sottostanti.
Krier conclude ricordando di aver spedito questo progetto a molte riviste ma nessuna lo ha pubblicato. Poco male. La nuova rivista "Aiòn" si è mostrata disponibilissima a additarlo come esempio di architettura "secolare".
La parola adesso al prof. Natalini che con il consueto tono da cattedratico parte in quarta: "In primo luogo dovrei spiegare perché non siamo moderni, o si è architetti o si è moderni". Continua: "Oggi s'insegue l'inedito e il sorprendente, ma il sorprendente non è moderno […] In Italia abbiamo le più grandi scuole di architettura ma l'architettura non esiste." Insiste: "Il mondo dell'architettura sembra pervaso da un'ansia di rinnovamento, si inneggiano le sperimentazioni ma sono sempre più gli insuccessi rispetto ai successi […] Io non credo che siamo così ricchi da poterci permettere tutta questa sperimentazione intellettuale e costruttiva"
Ma finalmente ritorna Vitruvio, infatti, secondo Natalini, gli edifici oggi si distinguerebbero in tre categorie: "Oggi esistono tre tipologie di edifici: quelli utili, quelli solidi e quelli belli. Mai troviamo questi tre aspetti insieme in un'opera", con tono sentenzioso continua: "Sono gli architetti responsabili di tutta questa crisi, perché gli architetti si sono dati alla ricerca del caos, del disordine […] gli architetti di oggi si sentono degli artisti e producono delle" istallazioni" che tuttalpiù sono dei manifesti o dei tentativi". E conclude: "Nella corsa alla novità, l'architettura in quest'ultimo secolo ha subito un'accelerazione, e penso stia a noi cercare di frenarla".
Se Natalini si riferisse agli ultimi dieci o vent'anni, la conclusione sarebbe in ogni modo grave ma se parla di "quest'ultimo secolo", oltre ad essere grave, è sintomatica di un atteggiamento che prescinde dall'architettura e riguarda, più in generale, un modo profondamente diverso di concepire la vita dell'uomo. Ancora una volta dunque si potrebbe far riferimento all'astrazione di cui parla Adorno, che è totale astrazione dal reale.
Non si comprende, infatti, che da Vitruvio ai nostri giorni, il mondo intero è profondamente cambiato, l'uomo ha la necessità di aspirare al futuro, non per andare alla ricerca della novità, ma per un'esigenza interiore di libertà. Questi discorsi potranno sembrare acquisizioni ovvie e scontate, ma costituiscono un punto di partenza anche per l'architettura, affinché questa riesca ad incarnare l'anima della nostra società.
Penso che oggi l'architetto debba essere molto flessibile, in altre parole, il percorso di crescita di un architetto dovrebbe tendere ad un processo di sensibilizzazione verso il reale, piuttosto che all'astrazione dal reale. Bisogna comprendere che, vivendo in un mondo estremamente complesso, per certi versi inumano, anche l'architettura deve veicolare messaggi complessi. Non è eticamente corretto pensare all'architettura, (ma non solo a questa) come un fatto a se stante rispetto alla vita sociale dell'uomo, non si può più parlare di solidità e utilità (che peraltro al tempo di Vitruvio erano delle conquiste) e tanto meno di bellezza.
Oggi non possono esistere edifici belli in assoluto e, la bellezza non può essere, come sostiene Natalini, un indice per classificare un edificio, poiché diversità e democrazia, comportano un continuo rinnovamento che preclude alla bellezza una struttura fissabile a priori. Naturalmente, quanto detto non implica in nessun modo atteggiamenti di ostilità nei confronti della tradizione ereditata, a condizione che questa non venga acquisita mediante una lettura superficiale e priva di cognizione storica.
Qui occorre aprire una parentesi, magari portando un esempio che a Firenze è ricorrente e in nome del quale tutta l'attività edilizia sembra paralizzata e burocratizzata, dipendendone mediante vincoli di ogni genere: la tanto citata cupola del Brunelleschi. Uno dei più frequenti equivoci nella rilettura del passato, consiste nell'interpretarne le testimonianze, spesso limitandosi al solo piano formale, senza tener conto del contesto sociale, culturale, linguistico in cui queste sono state realizzate. Una simile incomprensione impedisce una lettura moderna di questi capolavori. In sintesi, urge, soprattutto a Firenze, comprendere che la cupola del Brunelleschi, nel 1436 costituì uno straordinario esempio di leggerezza e di innovazione tecnologica, in quanto, al contrario di tutte le precedenti cupole, venne realizzata senza centine, cioè una struttura autoportante. Tali innovazioni appaiono oggi caratteristiche scontate, ma non lo erano al tempo di Brunelleschi, n'è prova il fatto che durante la realizzazione della cupola le critiche dei reazionari quattrocenteschi non mancarono, tuttaltro.
A Firenze, in realtà in tutta Italia, occorre fare questo sforzo di rilettura delle opere del passato, bisogna cioè riconquistare dai capolavori a noi pervenuti questa ricchezza superficialmente nascosta. Con questo, voglio significare che se Natalini avesse vissuto nei primi anni del 1400, probabilmente avrebbe criticato, allo stesso modo, la leggerezza e le innovazioni tecniche, naturalmente a livello artigianale, apportate dalla cupola.
Ritorniamo al nostro incontro. Natalini, intervenendo al piccolo dibattito finale con il pubblico si chiede: "Ma perché l'architettura deve essere trasparente e leggera? la leggerezza e la trasparenza hanno rilevato la loro criminalità"
Naturalmente, non sono mancati da parte di Natalini riferimenti ingiusti e falsi nei confronti degli unici architetti che hanno notevolmente contribuito a portare l'architettura toscana degli ultimi cinquant'anni, a livelli internazionali: Michelucci, Ricci e Savioli.
Proprio così, si afferma, infatti, sempre col solito tono sentenzioso, che Savioli e Ricci, anche se umanamente profondi, erano due pazzi o meglio, aggiunge, due "tragicomici".
In quanto agli attuali studenti di architettura conclude: "Siete gli ultimi frutti di una generazione mandata allo sbando dai criminali"
In conclusione, poco c'importa delle affermazioni fatte da Leon Krier, sinceramente dopo Novoli e conoscendo il suo debole per Albert Speer, ci aspettavamo di peggio.
Quanto al professor Natalini non ho alcuna pretesa di intaccare le sue posizioni, perché, dopo aver constatato che esiste, alla base, una diversa visione della vita e del mondo, ogni tentativo si dimostrerebbe inutile.
Ma su un aspetto m'interessa insistere. Se Natalini è contro il progresso, contro la leggerezza, contro la trasparenza, contro le riviste, contro ogni possibilità di offrire all'uomo d'oggi condizioni di vita migliore, compatibili al progresso scientifico e tecnico che lo coinvolgono, …a noi poco importa, del resto la storia dell'architettura è gremita di un alternarsi d'atteggiamenti progressisti e retrogradi che, in qualche modo, si stimolano vicendevolmente. Ma se getta nel fango il lavoro dei tre più grandi architetti toscani, davanti agli studenti, (che fortunatamente erano pochi), usando una fraseologia ridicola, siamo chiamati ad intervenire e a batterci.

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