Nonsolomoda, anche idiozie

Opinioni

Nonsolomoda, anche idiozie


di Paolo G.L. Ferrara
14/2/2003

La scorsa domenica sera facevo zapping e, tra il gol preso dal mio Milan e lo Speciale TG1, mi è capitato di seguire un servizio sui musei, trasmesso da "Nonsolomoda", su Canale 5: orribile e senza contenuto.
Tra le tante idiozie, hanno imperato domande/affermazioni quali “…il museo-spettacolo ha già chiuso la sua epoca”, riferendosi ad architetture quali il Guggenheim di Bilbao e il Jewis Museum di Berlino.
In termini spicci, il servizio mirava ad avvalorare l’ipotesi che la crisi dei musei -ovvero dei pochi visitatori che li frequentano- debba ricondursi alla fine dell' effetto "architettura-spettacolo".
Il ragionamento è senza alcun costrutto: infatti, se è vero che nei musei c’è crisi di pubblico e che, ad esempio, il Guggenheim di Koolhaas ha temporaneamente chiuso i battenti, sarebbe quantomeno umiliante per l’arte se fosse avvalorata la tesi che il pubblico va nei musei solo per l’effetto "architettura-spettacolo" e non per fruire delle opere esposte.
Significherebbe che la crisi è da individuare nella qualità delle esposizioni, e non dell’architettura.
I fatti sono noti: Thomas Krens -deus ex machina dei Guggenheim- ha tagliato il budget del 40% ed ha dovuto -temporaneamente- chiudere il Guggenheim di Las Vegas per mancanza di fondi (metà del personale è finito in cassa-integrazione). Il tutto non certo per colpa dell’architettura-contenitore e dei suoi fallimenti.
Sarebbe interessante sapere chi, nella redazione di Nonsolomoda, si occupa di scrivere i testi dei servizi sull’architettura, e chiedergli/le lumi. La diffusione di certe notizie è solo un danno per l’architettura e trasuda d’ignoranza.
Difatti, che senso ha identificare e ridurre i musei di Bilbao o di Berlino ad edifici-spettacolo? Scherziamo?! Si tratta dei capisaldi dell’emancipazione del linguaggio dalle costrizioni castranti dell’accademismo neorazionalista, edifici che hanno rivoluzionato i concetti spaziali dell’architettura.
Caso mai, se ne dovrebbe discutere criticamente, e non certo assimilarli ad un circo equestre.
Per quanto possa sembrare esagerato attaccare Nonsolomoda, il caso non va trascurato, perché se è vero che la cultura architettonica ha ben altre e pretigiose sedi dove svilupparsi, altrettanto vero è che la disinformazione al grande pubblico, all’utente neofita, è dannosissima, poiché ne condiziona le scelte.
E' grave che la televisione e gli altri mass media trascurino da sempre l’architettura, e lo è ancora di più se “Nonsolomoda” può dirsi l’unica trasmissione che se ne occupa frequentemente.
Ma c’è chi ne gioisce, come Claudio Scalas che, su Archilink, scrive di Nonsolomoda: “…è una piccola finestra che si apre sul mondo dell'architettura, praticamente assente dal palinsesto televisivo (...purtroppo? ...per fortuna?) e l'elemento che viene messo in primo piano è come questa faccia costume e informazione”.
L’entusiasmo di Scalas è sintomatico: non importa in che contesto, non importa se in modo superficiale, basta che di architettura se ne parli.
Ma è oltremodo sbagliato: programmi quali Nonsolomoda, quando s’interessano di architettura, sono paragonabili ai “guaritori-santoni” televisivi: fumo negli occhi.
Si potrebbe obiettare che Nonsolomoda non ha certo la pretesa di “fare cultura”. Appunto. Allora si occupi solo di ciò che "è", ovvero una trasmissione finalizzata alla diffusione di notizie glamour, che facciano tendenza, che condizionino i cervelli degli spettatori verso il mondo della ricchezza e dello sfarzo.
Che le trasmettano pure, ci mancherebbe! Che facciano i servizi sulle modelle anoressiche, sugli stilisti di tendenza e sull’ultima auto da sogno immessa sul mercato, ma abbiano la compiacenza di non nominare neanche gente come Gehry, Libeskind e Koolhaas, e tutto quanto concerne l’architettura. La cultura è cosa seria, non è moda. O la si fa, oppure si sta zitti.
Non è importante di cosa si parla, ma "come" se ne parla. E non basta ammantare questo tipo di servizi con le interviste all'Arch. Stefano Boeri e al Presidente della Biennale d’Arte di Venezia, Francesco Bonami.
Oltre le parole di quotati personaggi, quel che resta è il messaggio tipicamente "in stile" alla citata trasmissione: "...il glamour non è più di questa architettura...andiamolo a cercare da qualche altra parte". Il più è che il gregge dei pecoroni è numerosissimo.

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