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Storia e Critica

L'architettura va alla guerra. Fuksas diserta


di Paolo G.L. Ferrara
28/2/2003
Libeskind costruirà il nuovo World Trade Center : il suo progetto ha prevalso su quello del Gruppo Think.
Massimiliano Fuksas, dalle pagine del Corriere della Sera, punta il dito sull’aspetto speculativo del progetto vincitore: "Devo dirla tutta? Hanno vinto le lobby immobiliari e degli investitori: è stata premiata l’unica proposta che ripristina quasi esattamente i metri quadrati delle Twin Towers. Con le altre c’era meno da guadagnare".
Considerazione assolutamente pretestuosa.
Facciamo un passo indietro. Quando le Twin Towers vennero commissionate a Minoru Yamasaki è certo che i proprietari dell’area gliene abbiano chiesto il massimo sfruttamento, da cui ricavare il massimo profitto. Che adesso si faccia “moralismo” è del tutto fuori luogo, soprattutto se la predica arriva da uno degli architetti che più lavorano con clienti che (sia chiaro, è nel loro diritto) cercano il massimo profitto dai loro investimenti, dunque conosce benissimo il meccanismo e ne è parte.
Da sempre l’architettura ha rappresentato interessi economici, sia essa progettata per funzioni pubbliche che private. Un qualsiasi proprietario di un terreno agricolo non rinuncerà mai al massimo della cubatura possibile per costruire; e non lo farà mai neanche il proprietario di un terreno edificabile (figuriamoci se ci rinuncia chi è proprietario di sei ettari e più nella down town di New York). La costruzione di edifici è un investimento monetario, inutile discuterci su.
Piuttosto, l’architetto deve essere investito della responsabilità di creare architettura di qualità: anzi, ne ha il dovere.
Ma è anche in questo senso che Fuksas attacca i contenuti del progetto di Libeskind: "E’ retorico. Con delle strizzatine d’occhio al patriottismo che stonano con la tragicità del posto".
Evviva la banalizzazione! Si attacca l’ideazione architettonica senza pesarne i contenuti ed i significati, legati ad un avvenimento che sta ancora segnando la nostra storia contemporanea: se Bush è deciso ad attaccare l’Iraq, trascinandoci in una situazione ad altissimo rischio, è stata proprio la distruzione delle Twin Towers ad innescare la situazione attuale (e quella che verrà a breve); e se le Twin Towers erano il simbolo di New York, e se NY è il simbolo della civiltà occidentale, l’architettura stessa delle Twin Towers (costruite; divenute simbolo del potere occidentale; abbattute) è il simbolo di questa imminente guerra.
Dunque, il problema non è il "come" si ri-costruirà a Ground Zero: che sia neoclassico, romanico, organico, razionalista, anticlassico, poco importa: sarebbe sempre e comunque “simbolo” di un conflitto che sta cambiando (o… mettendo a nudo?) i problemi di un mondo in cui la società non è certamente tutta uguale, sia nei diritti che nei doveri.
Ancora una volta, l’architettura va alla guerra e ne diventa "simbolo.
Con il Jewis Museum Libeskind non ci aveva riportato indietro nel tempo, ma ci aveva resi contemporanei della tragedia dello sterminio delle "razze inferiori".
Con il progetto per Ground Zero ci porta avanti nel tempo, utilizzando tutte le risorse possibili della tecnologia e della scienza per potere costruire sino all’altezza di 541 metri; ma è un salto nel futuro che ha origine nella "vasca sotterranea", spazio di risulta delle vecchie fondamenta delle Torri Gemelle, che l’architetto ha deciso di lasciare libero alla luce del sole, che penetri sino alla sua base.
Un salto in avanti nel tempo (il nuovo progetto) che però ci lega senza soluzione di continuità alle nostre azioni precedenti (la vasca sotterranea), di cui la nostra evoluzione nel corso di milioni di anni è sempre stata conseguenza. Un progetto-simbolo che ammonisce sul futuro, rendendolo contemporaneo, tanto quanto contemporaneo è stato reso -dallo stesso Libeskind- il passato della follia nazista.
Ma Fuksas attacca proprio il "simbolismo" del progetto di Libeskind: "Ma sì, tutti quegli elementi simbolici. L’altezza, ad esempio: 1.776 piedi come l’anno dell’indipendenza Usa. E poi il cuneo di luce dove si riflette il sole ogni 11 settembre, tra l’ora di inizio e di fine dell’attacco. Non c’era bisogno: quel luogo parla da solo".
Indubbio, "parla da solo", tant’è che Libeskind, rimarcandone i significati che racchiude, lo rende parte vitale della sua architettura: non ci sono più i due monoliti verticali a segnare lo sky-line di Manhattan; adesso c’è un “cratere” che prima non vedevamo e la cui esistenza era del tutto funzionale (fondamenta, aree garages). Oltre ogni riferimento puramente estetico-formale, viene così ribaltato il punto di vista di tutta Manhattan: non più solo sky-line bidimensionale, scandito dalle altezze dei grattacieli e bloccato nella simmetria/fotocopia delle due precedenti torri (simbolo di certezze acquisite, di un potere ben saldo e predominante), ma quadridimensionalità totale, sino a scendere sotto terra (che è il risultato della precarietà e del sovvertimento delle certezze).
Gli edifici di Libeskind tendono a muoversi attorno il cratere: da sotto terra sino alla guglia a 541 metri d'altezza, attraverso il dinamismo spaziale pluridirezionale, l’architettura non ha soluzione di continuità. Lo sky -line di New York diventa tellurico, inverando le immagini di Pol Bury del 1968, che vedeva una New York destrutturata non solo, ancora una volta, simbolicamente.
Il 1968 è lo stesso anno in cui Stanley Kubrick realizza “2001 Odissea nello spazio”, film da cui Fuksas avrebbe preso spunto per ricostruire ground zero: "Un monolite come quello di Kubrick nel film 2001 Odissea nello spazio. Per motivi estetici, prima di tutto: la bellezza di New York sta nello skyline, nel profilo complessivo. Non nell’eleganza del singolo edificio, nel monumento, nella cattedrale. Ma anche per un motivo culturale. Nel film il monolite rappresentava l’origine di tutto, l’inizio della storia. Un messaggio forte in un luogo di strage. Molto meglio di quelle strizzatine d’occhio".
Le "strizzatine d’occhio" di Libeskind sono però significative, soprattutto se le riferiamo proprio al film di Kubrick. Il regista ambientò il film nel 2001 perché credeva che parlare del Terzo Millennio significasse, indirettamente, lasciarsi alle spalle i tragici eventi del ‘900 (secolo in cui lo stesso Kubrick individuava il crollo della civiltà), e dei secoli precedenti.
Ma -incredibile coincidenza- proprio il 2001 ha confutato l’idea di Kubrick, ed il suo messaggio.
Difatti, nonostante la sua costante evoluzione, la società è sempre quella dell’uomo-scimmia che usa gli strumenti offerti dalla tecnologia al fine di conquistare il potere. L'osso utilizzato dalla scimmia quale arma per uccidere e cibarsi di un tapiro, è l’arma che verrà usata anche per uccidere un suo "simile", dandogli la possibilità di diventare il "padrone del mondo".
L’intelligenza artificiale, rappresentata dal computer Hal 900 e frutto dell’intelligenza stessa dell’uomo, si ribella contro il suo creatore.
L’uomo è nuovamente solo, consapevole che oltre la ragione c’è il sentimento: "ucciso" il computer, non è un caso che l’astronauta David Bowman si ritrovi all’interno di una stanza del ‘700, il secolo origine dei conflitti tra ragione e passione della società moderna.
E quelle di Libeskind sono "strizzatine d’occhio" al sentimento, alla passione: "Libeskind è un architetto che ci aiuta a misurarci con le irragionevolezze del mondo e della storia. L'architettura, arte costruttiva, solida, razionale e certa per definizione, ha incontrato raramente nella sua storia questa deriva tormentata, difficile e crudele". Prendo a prestito queste parole di Antonino Saggio perchè centrano il punto critico delle esternazioni di Fuksas: chiamiamo pure "strizzatine d'occhio" il sentimento e la passione, ma ciò non basta certamente a sovvertirne i significati.

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