Greg Lynn: idee fresche, idee dinamiche

Storia e Critica

Greg Lynn: idee fresche, idee dinamiche


di Paolo G.L. Ferrara
15/4/2003

Greg Lynn è sì giovane anagraficamente, ma anche e soprattutto nella freschezza delle idee.
Al decennale della Facoltà di architettura di Ferrara ha tenuto una piacevolissima conferenza sulla sua personale ricerca. E, senza alcun tipo di costruzione enfatica, ci ha mostrato quelli che sono i veri valori di una ricerca: i contenuti.
Ora, al di là di qualsivoglia interpretazione personale che ciascuno di noi può trarre dalla lettura dell’architettura di Greg Lynn, resta indubbio che l’insegnamento che dobbiamo recepire dalla sua opera è la naturalezza con cui viene portata avanti. Attenzione: per “opera” non intendo l’architettura costruita, ma la costruzione del pensiero che la genera. Ed è proprio la naturalezza che Lynn mette nella costruzione del pensiero che deve farci riflettere, poichè stronca il fenomeno di matrice accademica (molto italiano...) di enfatizzare il più possibile la presentazione di un qualsiasi processo analitico sui contenuti dell’architettura.
Lynn è, come tutti sappiamo, un esponente di primo piano della Transarchitettura, su cui molto si è scritto, ma di cui molto poco si è visto realizzato. E’ indubbio che, come ha precisato il Prof. Vittorio Savi durante la conferenza, sia necessario fare “attenzione a non confondere l’alba con il pieno giorno”, ma è altrettanto indubbio che l’alba c’è, e questo è già un gran passo in avanti rispetto la volontà di rendere attuabile una ricerca figlia della contemporaneità. Comunque sia, Vittorio Savi ha espresso alcune perplessità sulla sostanza della ricerca, ovvero quella di generare forme al di là di ogni consolidata tradizione tettonica. Il tema è di per sé pertinente, ma Lynn non si nasconde dietro concetti astratti tesi a contrapporsi alla tradizione dell’architettura, di cui, piuttosto, la sua ricerca diventa un arricchimento dialettico. Lynn considera l’architettura del passato dinamicamente statica (può sembrare una contraddizione in termini...ma non lo è), dunque, il suo obiettivo è usare il “movimento” per generare dinamicamente l’architettura. Attenzione: non “architettura dinamica”, ma “architettura dinamicamente generata”, il che sottintende una sostanziale differenza tra le due cose, che possiamo cogliere dalle sue stesse parole:“Lo sviluppo di questi progetti[quelli della Transarchitettura, n.d.r.] procede attraverso lo sviluppo di prototipi scelti in base alla loro flessibilità ed adattabilità. Per dare il via alla trasformazione ed alla mutazione, vengono esercitate delle pressioni esterne su questi prototipi regolati dall’interno. Il risultato di questa interazione tra un’organizzazione generalizzata e flessibile e delle particolari costrizioni esterne è un procedimento di progettazione dai risultati indecidibili che dà libero spazio alle attitudini improvvisative del design. Il passaggio dal determinismo a una controllata indeterminatezza è assolutamente centrale nello sviluppo di un metodo di progettazione dinamica”.

Architettura ed interattività legate ed amalgamate per dare vita ad un dinamismo spaziale che ha contenuti nuovi rispetto a quello legato esclusivamente alla costruzione architettonica.
Da qui, forme ed estetica nuove, di cui è necessario scandagliare i contenuti.
Del resto, già Antonino Saggio -nella prefazione del libro “Nati con il computer” (Prebellini e Pongratz, Ed. Birkhäuser, 2000)- centrò il nocciolo del problema: “Qual è il senso estetico dell’interattività? L’architettura nuova consentirà a ciascuno di essere attore e protagonista?”.
Domanda pertinente, perché calata nel vivo della questione sulla nuova architettura: e Greg Lynn risponde perfettamente al ruolo di attore e protagonista, ma sotto la regia della Rivoluzione Informatica, che ha scritto il copione per la nuova storia dell’architettura. Sì, perché è questo il punto cruciale: capire la Rivoluzione Informatica è indispensabile per potere dibattere su Lynn e l’allegra compagnia, ove l’aggettivo “allegra” va inteso nel senso letterale del termine, ovvero di un approccio allo studio dell’architettura che si spoglia di gran parte dei problemi concettuali del passato, dibattuti allo sfinimento, senza ironia, senza la consapevolezza che il mondo va avanti e che il mondo è anche l’architettura, dunque...
La scelta sembra essere la più forte e decisiva che mai si sia stati costretti a fare: la Rivoluzione Informatica è indiscutibilmente il “nuovo”; o la si sposa, accettandone tutte le incognite della scelta, o la si ripudia, accettandone -anche in questo caso- tutte le incognite della scelta.
Partiamo dalla seconda ipotesi, il ripudio della RI. Ho letto uno scritto di Davide Ruzzon (vedi www.tarch.com ) in cui si parla della questione sulla nuova architettura, e ne ho evidenziato una passaggio importante: “[...]Dalla parte opposta si rafforza il gruppo dei Sacerdoti del Futuro che sostiene la necessità di aprirsi nel presente al futuro mediante una forma che ne incarni l'aspetto più estraniante, la condizione di ubiquità offerta dal mezzo digitale, l'apparente frammentazione data dalla crisi della 'comunità' intesa come gruppo culturalmente omogeneo”.

E’ chiaro che Ruzzon, parlando di “parte opposta”, desidera marcare il concetto che in architettura convivono due semi (siamo ancora al dibattito sul classico ed anticlassico, schematicamente posto...?!), ma proprio qui sta l’errore di fondo. Il dualismo è un fatto prettamente “costruito” dalla storiografia accademica, che non accetta di vivere in prima persona i terremoti culturali che stravolgono quelle certezze che sembravano solidissime. In effetti, è molto più facile prendere atto del passato e studiarlo a posteriori che non il doversi confrontare con il presente, con i cambiamenti della contemporaneità.
Salto senza indugi tutti i conosciuti commenti sul significato della Rivoluzione informatica, già da tempo ben chiariti da critici molto più calati di me nel problema.
Piuttosto, c'è da chiedersi che tipo di rapporto instaura Greg Lynn con la Rivoluzione Informatica. La risposta è nelle sue stesse parole, quando ci parla della sua avversione per l’applicazione dei suoi concetti alla casa d’abitazione, intesa quale luogo di aggregazione della famiglia media. Certo, si può non essere d’accordo, poiché, se una sperimentazione architettonica deve essere applicata, lo deve essere a 360°. Eppure, per quanto al primo impatto possa sembrare una contraddizione limitativa, l’affermazione di Lynn esplicita i contenuti stessi della sua ricerca, che si svela essere ponderata passo dopo passo. Non una rivoluzione immediata iniettata nella società senza la diagnosi delle controindicazioni, bensì una sperimentazione che ha forse già chiari i traguardi e che, proprio per questo, ha la consapevolezza della necessità di essere portata gradualmente all’interno del tessuto societario.
La sua ricerca è così “evolutiva e dinamica”, tanto quanto lo è la sua architettura.
E’ indubbio che, come afferma Martin Schaedler, l’approccio generativo sia “un metodo che offre nuove possibilità progettuali e tecniche nel processo di concept e di realizzazione di architettura”, ma Lynn non trascura l’elemento primo che fa vivere l’architettura, ovvero l’utente.
Per quanto la ricerca della Transarchitettura possa sembrare puro formalismo, la sostanza ci dice che i contenuti sono presenti, e soprattutto quelli umani. Del resto, se è vero che Lynn utilizza i software per progettare un’architettura dinamica e flessibile che interagisca con l’ambiente, è chiaro che l’elemento fondamentale risulta sempre e comunque essere l’uomo, per il quale, e con il quale, l’architettura interagisce, sino a diventare dinamica e flessibile.
Oltre ogni questione sulla “forma dell’architettura” (che sembra davvero una patologia dura da sconfiggere...), la sostanza della ricerca della forma dell’architettura che esplichi i concetti del progettista è l’unica cosa che conti realmente. Al proposito, concordo assolutamente con quanto diceva Bruno Zevi: “Per un architetto l'interpretazione personalizzata dei contenuti umani e delle funzioni edilizie costituisce una fase essenziale del lavoro creativo che, istantaneamente, si concreta in ipotesi formale, in un'immagine”.
Non è un caso che Lynn ci abbia mostrato architetture pensate e progettate per contesti reali. Nessun diagramma e nessuna “mirabolante sfogliatella elettronica”, definizione curiosa e divertente di Luigi Prestinenza Puglisi, che di Greg Lynn teme lo sfociare in una “linea di ricerca post-portoghesiana. Un organicismo a buon mercato”. Forse, ma una ricerca è tale solo se contempla anche la possibilità di errore. Comunque sia, il progetto per Ground Zero, in collaborazione con United Architects, è la perfetta sintesi della linea di ricerca di Lynn: uso del “continuum fluttuante” ma derivato dall’interpretazione personalizzata dei contenuti umani, nel caso in questione fortissimi e assolutamente inalienabili. Cade così un’altra accusa dello spirito accademico incarnato da Davide Ruzzon, secondo il quale “[...] Aldilà delle differenze, blob architecture, decostruzionismo, Greg Lynn, Peter Eisenman e Rem Koolhaas sono uniti dalla assunzione a priori della dimensione planetaria del proprio lavoro e quindi della ininfluenza della storia del contesto nel quale il progetto deve realizzarsi. Viene teorizzato e praticato un rifiuto radicale del linguaggio architettonico che ha costituito l'area geografica o la città nella quale si colloca il 'nuovo'. Il futuro viene inteso come spaesamento e come assenza di prossimità, come frammentazione, centralità dell'immagine digitale e così viene rappresentato. Vengono costituite logiche compositive che si fondano su queste assunzioni nella convinzione dell'importanza fondamentale di dare l'annuncio dei tempi nuovi attraverso la forma dell'architettura, mediante nuovi sistemi di relazione nello spazio, metafore in opera che invitino a pensare quel futuro.
Tutto è possibile, certo, ma, oltre le questioni legate alla presunta continuità con il passato, non sarebbe il caso di fermarsi a riflettere sui significati spaziali della ricerca di Lynn? Vero è che le sue riflessioni e sperimentazioni sono virtuali, ma altrettanto vero è che si basano sulla concezione spazio-temporale, ovvero l’essenza dell’architettura contemporanea. Ora, importa molto la forma in sè? oppure ci si deve chiedere cosa ci sta dietro? Durante la proiezione del progetto sulla ricostruzione di Ground Zero è apparsa -per non più di un secondo, quasi che fosse un messaggio subliminale- l’immagine dell’interno di Santa Sofia a Costantinopoli (almeno credo...tanto veloce è stato il passaggio!; comunque sia, era l’interno di una cattedrale luminosissima), ovvero l’esempio più affascinante del concetto di “dilatazione spaziale”. A questo punto, personalmente, ho trovato il senso della ricerca di Lynn: lo “spazio”. Certo, uno “spazio” assolutamente contemporaneo, legato indissolubilmente alla Rivoluzione Informatica, ma con radici profonde e solide nel passato (ma quanto è pertinente un tale aggettivo quando si parla di architettura in termini spaziali?).
In conclusione, possiamo davvero condannare chi studia e ricerca per il raggiungimento di nuovi orizzonti? No, indubbio. Dobbiamo solo seguirne gli sviluppi e verificare che al senso estetico dell’interattività sia sinergico il suo senso etico.
Antonino Saggio focalizza il problema:" Il vero problema, come sempre, non è di natura tecnica [...] bensì di natura estetica. Come lavorare cioè a un’architettura che abbia la ‘consapevolezza’ di potere essere interattiva, di potere avere strutture e spazi e situazioni, navigabili e modificabili come un ipertesto".
I progetti che Lynn ci ha mostrato sono ancora legati ad un sistema costruttivo tradizionale e nulla sembra potere davvero dirsi “formalmente bloboidale”. Attenzione, so bene che questa mia affermazione, poichè riduttiva, è rischiosa, ma non è forse questa la contestazione più abusata e banale che si fa a Lynn? Forse, il più è capire che non possiamo mai, ed in nessun caso, leggere l’architettura solo quale “forma”, e ciò vale soprattutto quando ci si inoltra nelle sperimentazioni contemporanee.
Greg Lynn, affiancando alle sue architetture anche la presentazione di un oggetto di design, è stato, indubbiamente, molto sottile...: una theiera che - questa sì!- incarnava pefettamente il concetto di un oggetto evolutivo e dinamico, che assume configurazioni spaziali (dunque, formali) diverse, ma il cui mutamento è direttamente influenzato dall’intervento dell’uomo che lo manipola. Il messaggio è chiarissimo: la gestione del rapporto design/blob-uomo è molto più facilmente gestibile che non quello tra architettura/blob-uomo, ed averne consapevolezza è fondamentale per potere sviluppare la ricerca gradualmente, ponderandone eventuali errori e banalità.
In Italia c’è molto fermento intorno alle nuove ricerche architettoniche, con maggiore attenzione da parte di quei critici e quelle riviste che stanno crescendo con la consapevolezza che la contemporaneità non può essere solo registrata, ma che va analizzata e studiata approfonditamente.
Un ruolo alquanto scomodo, poichè è sempre molto difficile evitare le trappole che lo studio e l’analisi di ricerche in corso comportano. Ovviamente, la critica ha l’obbligo, senza indugi, di assumere una posizione ben precisa, chiara, da cui potere partire per evidenziare pregi e difetti, sviluppi e punti di non ritorno di una qualsiasi ricerca.
Sono stati molto bravi ad intuirlo gli organizzatori del Decennale: non è certo un caso che al fianco di Greg Lynn sia stato chiamato Antonino Saggio, vero pioniere italiano della ricerca del rapporto tra l'informatica e la ricerca architettonica. La collana la "Rivoluzione Informatica" della Testo&Immagine (tradotta in Inglese da Birkhauser come "IT Revolution in Architecture") è infatti una base imprescindibile per chi si avvicina a questi temi. Saggio ce ne spiega i contenuti: "Credo che il rapporto con l'informatica per un architetto debba essere ad un tempo Strutturale, e Formale. Strutturale perché è l’intera società che ruota attorno al valore delle informazioni, Culturale perché orientarsi in questo nuovo scenario è fondamentale, Formale perché le ‘procedure del pensiero’ messe in atto nell’informatica possono influenzare il nostro stesso modo di pensare alla forma".
Greg Lynn sta cercando di trasporre tutto ciò nelle sue architetture. Non sappiamo ancora come, quando e se ci riuscirà, e se le sue architetture saranno davvero l’incarnazione di questo “nuovo sentire”, ma è indubbio che stia lavorando in questa direzione, e ciò ne legittima la ricerca.
Potere ascoltare dal vivo Greg Lynn è stato molto importante, sia per capire quelle che sono le potenzialità della sua ricerca, che, soprattutto, quelle che potrebbero esserne le difficoltà, le problematiche di attuazione. La Facoltà di architettura di Ferrara ci ha dato questa occasione di crescita e ne ammiriamo lo sforzo fatto. Il Decennale non è stata un’occasione mondana, ma di confronto: un messaggio che molte altre istituzioni dovrebbero recepire. Grazie dunque agli organizzatori, al Prof. Alfonso Acocella, al Prof. Gabriele Lelli, e grazie anche al Prof. Vittori Savi, i cui interventi provocatori hanno dato ulteriori spunti di dibattito a Greg Lynn e Antonino Saggio.
Finalmente un confronto senza peli sulla lingua, senza falsi sorrisi ed ipocrite pacche sulle spalle.
Concludo parlando dell'incontro avuto con Maurizio Bradaschia, direttore della rivista “Il Progetto”, chiamato ad illustrarne i contenuti. Il lavoro iniziato sei anni fa ha subito puntato all'obiettivo di riportare in Italia l’attualità della ricerca architettonica internazionale, per l'appunto quella che affrontava i temi della nuova progettualità. Bradaschia ha precisato che proprio tale linea editoriale ha innescato critiche tendenti a sottolineare la vena esterofila del giornale, penalizzatrice dell’architettura italiana nei confronti di quella estera. Personalmente, credo che tali critiche siano così deboli da non essere nemeno considerate, tanto anacronistico è oggi continuare a cercare una propria identità nazionale a tutti i costi, visto e considerato che l’architettura è sempre più indissolubilmente legata agli studi incrociati di architetti che operano in ogni parte del pianeta, il che è forse l’aspetto più evidente ed inevitabile dell’epoca che stiamo vivendo, pur non significando certo che l’architettura debba trovare, una volta ancora, un modus internazionale da ripetere in ogni dove. Piuttosto, è necessario sapere cogliere la grandissima possibilità del continuo aggiornamento sulle ricerche che vengono affrontate. Ciascuno, poi, ne trarrà le conclusioni che crede, ma ne sarà comunque arricchito.
Importante e da seguire attentamente anche il lavoro che sta facendo Diego Caramma con la sua "Spazio Architettura", operante in un vero e proprio feudo di stampo accademico qual'è il Canton Ticino. Un lavoro faticoso che tende a creare quantomeno il pluralismo delle idee.

...

www.antithesi.info - Giornale di Critica dell'Architettura - Tutti i diritti riservati