La qualità dell'architettura per legge

Opinioni

La qualità dell'architettura per legge


di Sandro Lazier
8/8/2003

Il disegno di legge riguardante la qualità architettonica che il Ministro Urbani sta proponendo all'approvazione del Parlamento rappresenta una vera svolta per il nostro paese. Al di là delle difficoltà di natura logica e teoretica relative alla definizione di una categoria estetica rigorosa, finalmente ci si pone il problema di come promuovere e distinguere il lavoro degli architetti seri da una più generica moltitudine di costruttori edili non sempre attenti alle virtù delle loro creature.
Personalmente però non credo che questa legge, illustrata e promossa con la molla di un conflitto un po' troppo innocente tra il "bello" e "il brutto" - il "cattivo" verrà dopo - possa risolvere di colpo un problema che riguarda la società prima ancora che l'architettura. Bruno Zevi scrisse: "L'architettura è il termometro e la cartina al tornasole della giustizia e delle libertà radicate in consorzio sociale. Decostruisce le istituzioni omogenee del potere, della censura, dello sfascio premeditato e progetta scenari organici." Difficile contestare una così appassionata definizione, capace di accendere la lampadina della comprensione anche presso il più sprovveduto dei cittadini. Quindi, nel disegno di legge Urbani, qualcosa non combina.
Infatti, se si pensa di aver fatto male per anni, come si può pensare di far bene per decreto legislativo? Ma, soprattutto, dove sta il bene? Distruggendo San Vittore? O il corviale? Avremo forse più libertà e democrazia? È questo il precetto della legge? E, se è così, questo paese ha oggi una classe dirigente con forza morale e tensione etica necessarie per farci capire e condividere ciò che è giusto - e quindi anche "bello" - e ciò che non lo è tanto da meritare il rogo?
Una canzone di Giorgio Gaber, recentemente scomparso, dice: "non riempire il futuro con gli ideali del passato" - frase che andrebbe scritta sopra il campanello di ogni architetto- frase che comporta per il futuro il desiderio di un cambiamento radicale e incondizionato. Ma, per paradosso, il cambiamento ce lo propongono i conservatori di centrodestra, ovvero quelli che per scelta ideologica e propensione morale ritengono che le cose debbano restare come sono, oppure debbano cambiare tornando ad essere come erano.
E sono gli stessi conservatori che vorrebbero attribuire il giudizio sulla qualità dell'architettura agli ordini professionali - che per primi sono stati e sono responsabili della spartizione della torta dell'industria edilizia, senza distinzione di qualità, di teoria o dottrina. Modernisti e postmodernisti, tradizionalisti e avanguardisti, tutti indiscriminatamente sotto la stessa coperta senza nemmeno la possibilità e la soddisfazione di mandarsi vicendevolmente e pubblicamente a quel paese.
Mentre da un lato trovo naturale il mio disaccordo sulla definizione di qualità dell'architettura che potrebbero esprimere Mario Botta o Paolo Portoghesi, dall'altra dovrei rassegnarmi all'idea di destinare ad una istituzione concettualmente neutra come l'ordine professionale il destino dell'architettura. Chi si assumerebbe la responsabilità di scelte sbagliate? L'istituzione forse? La responsabilità è sempre e solo personale, ha bisogno di un nome e una faccia da mostrare quando si sbaglia. Quando mai una istituzione - che per definizione è qualcosa che esiste senza che se ne possa discutere- potrebbe essere investita di una qualsivoglia responsabilità?
Vedo molti ostacoli sulla strada di questa legge che avrebbe necessità di un atteggiamento empirico, troppo distante del formalismo e dall'idealismo della cultura giuridica italiana.
A meno che una seria riforma delle professioni, che azzeri le posizioni di privilegio e tuteli effettivamente le idealità, quali esse siano, non trovi spazio nelle strette maglie della rete di interessi di compagnia che la politica di questi tempi sembra prediligere.

Vedi disegno di legge Urbani

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