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Storia e Critica

Cervellati killer degli stimoli rinnovatori


di Paolo G.L. Ferrara
29/10/2003
“Sono contrario all´intervento dell´architettura moderna dentro un centro storico”.
Complimenti a Pierluigi Cervellati, per la coerenza, non certo per i contenuti.
Coerenza di una posizione su cui ha creato la sua fama di urbanista passatista, mummificatore.
Fatto suo il proverbio siculo “fatti la fama e va cuccati” (fatti la fama e vai a dormire tranquillo), Cervellati continua a censurare anche solo il semplice pensiero di potere intervenire nei centri storici con linguaggi contemporanei.
Il dogma è servito: "Il nuovo non può inserirsi nell´antico, che ha una sua identità definita”.
Oddio! Ma allora dovremmo demolirne almeno il 70%! E sì, perché sono pochissime le città che hanno un centro storico coerente, ovvero figlio di uno ed uno solo momento di sviluppo. Che so, Montalcino, quale vero e proprio borgo medievale, potrebbe esserne un esempio. Oppure Noto, ricostruita completamente, dopo un violento terremoto, con un linguaggio di netta matrice spaziale barocca. Ma di Venezia, Roma, Firenze, che ce ne facciamo? C’è forse coerenza d’identità linguistica tra la Basilica di San Marco, il Palazzo Ducale e la sistemazione urbanistico-architettonica della piazza per opera di Sansovino? E cosa c’entra Borromini con Bramante? E Palazzo Vecchio con gli Uffizzi?
Forse Cervellati ne fa una questione prettamente di caratteri stilistici, colonne, capitelli, trabeazioni, cupole....? E sì, allora ha ragione...Bene!...avanti tutta con il falso storico contemporaneo! Cervellati ne è assolutamente convinto: “Preferisco il falso storico, se praticato con criteri filologici, con materiali e modi corretti: è opera di restauro, è ripristino, è restituzione di qualcosa che si è perduto. Ed è sempre meglio, se fatto bene, che rassegnarsi alla scomparsa definitiva di un edificio.”
Posizione da condannare in toto, perché il problema non è il materiale o il criterio filologico, ma proprio la falsità stessa dell’opera, che ci presenterà una realtà che non corrisponde al vero.
Il nostalgico e romantico Cervellati opta per il centro città di cartapesta, dove le facciate sono pure scenografie.
Consoliamoci, perché se in centro avremo scenografie del tipo di quelle che troviamo anche negli aeroporti (visto le pizzerie “Piazza Italia”?), in periferia potremo godere del nuovo. Anche di questo Cervellati ne è sicuro: il nuovo“...dovrebbe esercitarsi fuori dei contesti storici, risanando le zone periferiche e le sue slabbrature”.
Dopo lo zoning urbanistico, ecco lo zoning linguistico. Netta suddivisione nella città per parti: “La "città", oggi, è il centro storico, con tutti i suoi problemi. La periferia, che dello svuotamento del centro è stata artefice un poco vampiresca, si sta anch'essa smantellando. Con la fine della campagna, "villettopoli" diventa il nuovo modello a cui tutti aspirano. Villettopoli è matrice dei "non luoghi". I supermercati. Gli svincoli delle autostrade. I parcheggi. Le stazioni e i luoghi scambiatori di mezzi di trasporto motorizzati. I garage... Tutti non luoghi per la loro anonimia. Come le discoteche e i viaggi dei "tour operator". Tutti uguali e indifferenti alle specificità dei territori di pertinenza. "Non luoghi" perché privi di identità.”
Raggirando il nocciolo delle problematiche urbane, è facile per Cervellati ridurne il succo alla salvaguardia dell’identità dei centri antichi. Sparite le periferie, ecco che il cancro urbano diventano le abitazioni unifamiliari, perché completamente slegate dai centri antichi, di cui Cervellati ha una visione bucolica: “...il centro storico - oltre l'aggregato urbano - è incorniciato dalla campagna "costruita" sempre mediante l'intervento umano. La campagna italiana ha lo stesso valore "monumentale" del centro storico. Se si mantiene l'uno deve essere conservato l'altro. Perché insieme programmano il nostro futuro.”
Ma c’è di più. Se di bellezza si può parlare, secondo Cervellati, questa è esclusiva “componente della centralità”, mentre “la periferia si produce sempre per incultura e per mercato”.
Che perle di saggezza! Dunque, l’incultura è propria anche degli urbanisti, di quegli stessi che hanno perpetrato lo zoning delle città, creando, per l’appunto, le zone periferiche e villettopoli.
Onore a Cervellati: finalmente un urbanista che ammette di essere colpevole della situazione disastrosa della città contemporanea, indubbiamente figlia degli urbanisti della sua stessa generazione, fatta di “non luoghi, privi d’identità”.
Ora, quel che vorrei chiedere a Cervellati è se davvero pensa che una lingua architettonica sia ancora oggi indissolubilmente legata a specifiche situazioni geografiche, derivando esclusivamente da esse, dalla tradizione, lasciando senza alcuna considerazione i significati di "contemporaneità" in architettura. Se così fosse, gran parte dell’identità della Sicilia (è un esempio tra mille) dovrebbe essere ascritta alla tradizione araba, a cui anche gli scandinavi dovrebbero essere grati, visto e considerato quanto Federico II, lo Stupor Mundi svevo di discendenza normanna (gli fu imposto il nome di Federico Ruggero appunto per ricordare la sua discendenza sveva e normanna), amò e fece propria la cultura araba, sulla scia di Ruggero II, che liberò l’isola dagli arabi nel 1194.
Pochi esempi, quale quello della chiesa di San Giovanni degli Eremiti a Palermo, sono sufficienti per potere affermare che non vi è una ed una sola identità: con le sue cinque cupole rosse, è molto facile poterla identificare anche come moschea. E che dire della chiesa nota come la Martorana (S. Maria dell'Ammiraglio) che aveva intorno alla base della cupola un'iscrizione araba di un inno greco?
Da questo punto di vista, sicuramente forzato, la Sicilia non potrebbe vantare alcuna identità nelle opere citate, visto e considerato che sono un ibrido di culture assolutamente diverse. Ma che senso ha considerare in questi termini i significati dell'innovazione architettonica? Assolutamente nessuno, dunque è davvero un bel problema riuscire a capire e codificare quale sia questa benedetta "tradizione italiana".
La posizione di difesa delle sue teorie è talmente vacillante che Cervellati scade nella polemica postuma: “Di aver compiuto un falso, un fac-simile, fummo accusati da Bruno Zevi nei primi anni Settanta, quando a Bologna risanammo una parte del centro storico, adottando i criteri fissati da Saverio Muratori, usando i mattoni e il legno e salvaguardando le tipologie edilizie che preesistevano. Ad avviso di Zevi l´intervento moderno nel contesto storico deve apparire
e dev´essere volutamente dissonante."

E come se no? assonante? e a cosa? al romanico o al gotico? al rinascimento o al manierismo? al barocco o al neoclassico?
Ma quel che più rimarca la labilità della posizione della difesa dei centri antichi è quanto dice a proposito degli sventramenti fascisti: “Abbiamo molti esempi di fallimentari interventi moderni nei centri storici. Il più criticato è, ovviamente, Via della Conciliazione a Roma, che ha dissestato il disegno urbanistico berniniano. Anche Bernini intervenne sulle preesistenze edilizie per il colonnato: ma tanto intelligente e inventivo fu il suo progetto, quanto dissennato quello di Marcello Piacentini.Come dissennate sono tantissime altre manipolazioni compiute in Italia negli anni Cinquanta e Sessanta”. Scusi Cervellati, ma davvero considera quello di Piacentini un intervento di architettura moderna? Per la stessa Sua credibilità, spero che sia stata una svista...soprattutto se intendeva riferire il discorso a Bruno Zevi, ovvero il maggiore contestatore (in assoluto) dell’architettura piacentiniana.
In realtà, Piacentini è solo un pretesto, se è vero che Cervellati il segno del degrado, dell’incultura sono “...quelle finestre messe di sghimbescio”, riferendosi -neanche a dirlo- alle architetture che fanno dell’anti-accademismo il loro credo, e di cui riduce i concetti alle sole finestre.
Il problema che creano le posizioni culturali quali quella di Cervellati è grande, e non va assolutamente sottovalutato, perché inibisce sempre di più l’innovazione dell’architettura italiana, basandosi sulle fragili motivazioni dell'identità dei luoghi, motivetto alquanto anacronistico e canticchiato solo dai leghisti, che delle teorie di Cervellati hanno addirittura fatto pubblici elogi, cavalcandole politicamente. Commentando il libro "L'arte di curare la città" (Ed. Il Mulino) sulle pagine di "Leganord Arona", il fine di Gilberto Oneti è chiaro:"ci piace il suo continuo richiamo all' identità e alla qualità: è lo stesso che si ritrova in tutti i nostri documenti e proposte di legge [...] Ripropone l'immagine delle mura come completamento del paesaggio urbano [...] le mura (fisiche o simboliche) sono nel nostro DNA comunale [...] Quello che lui descrive (e che noi chiediamo da tanto tempo) è possibile solo con la più ampia autonmia amministrativa, con un federalismo fiscale molto spinto, e con la libera presa di coscienza della propria identità comunitaria [...] Tutto questo ha da noi la faccia di una Padania libera (signora dei propri destini e delle proprie ricchezze), senza padroni e immigrati foresti, senza ghetti e tic multietnici [...] Il grande paese-parco che (insieme a noi) Cervellati sogna ha in Padania ha in Padania un solo nome: indipendenza".
Per essere riuscito a penetrare nel cuore dei leghisti, Cervellati deve essere stato davvero convincente e, proprio per questo, combatterne le idee è un dovere.

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