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Opinioni

Abolire l'ordine degli architetti


di Sandro Lazier
2/11/2003
Nell'anno 2000 circolava un manifesto della sinistra giovanile in cui si chiedeva l'abolizione degli ordini professionali. Allora, governava il centro-sinistra ma, da allora, nulla è successo. Anzi sono spariti anche i manifesti. Soffocata dalla retorica del "paese normale" c'è finita l'unica cosa veramente normale che si potesse chiedere: l'abolizione di un privilegio vergognoso come quello della difesa e tutela delle professioni intellettuali, ovvero, il garantismo ridotto a virtù di casta. Invece di chiedere prima sacrifici al ricco mondo di notai e farmacisti si è preferito chiederli al disusato e malandato mondo un tempo operaio.
Già gli amici radicali, qualche anno prima, proposero con un referendum di abolire l'ordine dei giornalisti; alla gente, però, non fregò niente e la stessa disertò il voto. Oggi, anno 2003 e dopo infinite insistenze della Comunità Europea, lo Stato Italiano, di malavoglia perché non costretto da nessuna pressione di piazza che preferisce agitarsi per altri motivi, deve mettere mano a una riforma che dovrebbe conciliare la Scandinavia, dove uno l'architetto lo fa come se facesse il pittore o lo scrittore - e quindi disegna e scrive senza dover rispondere a nessuno se non ai propri lettori - con paesi più vicini al terzo mondo come il nostro dove, se non esibisci almeno un paio di timbri e certificati in pergamena, rischi di non vedere un euro perché nessuno vuole pagarti. Da noi un'idea, se non è ben timbrata, di solito vale niente. Garanzie, si dice, per l'utente che, pagando profumatamente, ha diritto ad un trattamento di qualità garantita. Ma quale qualità visto che, per averla, il ministro della cultura ha persino pensato una improbabile legge? C'è da chiedersi: dato il disastro urbanistico che c'è in giro e il gran lamento sullo sfascio del patrio suolo, finora hanno lavorato solo progettisti impostori, non autorizzati e sprovvisti di iscrizione negli albi? Io credo di no e, come mi hanno più volte fatto notare Alberto Scarzella Mazzocchi e Beniamino Rocca, rispettivamente presidente e vice presidente del Co.Di.Arch, se gli ordini prendono le distanze da questo tipo di responsabilità vuole dire che non servono assolutamente nulla e, anzi, sono spesso alibi e copertura per le malefatte e le incompetenze di qualche loro iscritto. Il problema, più che la salvaguardia dell'architettura e di chi dovrebbe fruirla, pare essere invece la spartizione di una torta che seppure grande deve sfamare, tra architetti (circa 110 mila), geometri, ingegneri e altre professioni tecniche, mezzo milione di persone.
A Bari è in atto il VI Congresso nazionale degli architetti in programma da giovedì 30 ottobre a sabato 1° novembre alla Fiera del Levante.
Nel documento programmatico (docprogr.pdf) al capitolo "Professionalismo Terza logica - La professione e il ruolo di indipendenza fra pubblico e privato" si legge: "L'appartenenza dell'ideal-tipo architetto ad una propria "logica", ad un nuovo ordinamento anche giuridicamente definito e collaudato, apre nei confronti della committenza pubblica e privata una dialettica che trascende le regole riconducibili alla mera competitività, profitto ed efficienza per trovare forza ed espressione in categorie quali l'autonomia di giudizio e la coscienza etica. Questo per difendere nello stesso tempo i legittimi interessi della Committenza e l'interesse generale [logica del professionalismo]."
Il professionalismo si pone qui nei confronti della professione come il prete nei confronti della religione. Non ci sono più uomini in carne ed ossa che devono fare i conti della spesa e calarsi nella competizione quotidiana ma, per virtù e vaglio di coscienza, ci si chiama fuori purché la parrocchia mantenga e sostenga perché, se c'è la religione, ci deve essere anche il prete. Troppo comodo, anche per il prete, visto che la parrocchia dovrebbe essere così ricca da consentire al sacerdote di farsi gli affari propri lucrando sulle necessità dei bisognosi parrocchiani. Tutto questo non funziona in un ragionamento normale, figuriamoci quando ci sono di mezzo i quattrini. Quindi ha straragione il commissario Monti a pretendere per i professionisti lo stesso destino dei normali cristiani. In fondo sono uomini e hanno i vizi degli uomini, non quelli dei preti.
Sul concetto di concorrenza e competizione bisognerebbe poi finirla di storcere il naso. Infatti, la competizione non implica solo il vile denaro - che tanto vile non dev'essere visto il tenore stratosferico delle parcelle italiane - ma riguarda soprattutto i concetti e le idee che governano i progetti.
Nella situazione attuale, "ordinata" per vincolo, non si fa differenza tra tradizionalisti e modernisti, tra neorazionalisti e organicisti, tra postmodernisti e decostruttivisti e chi più ne ha più ne metta. Per l'ordine gli architetti sono tutti uguali e tutti, se iscritti, garantiscono al cittadino la qualità del loro lavoro. Ora, se per qualità dell'architettura intendiamo che uno sciacquone funzioni quando si tira l'acqua, non mi pare il caso d'investire di titolo e medaglia l'artefice di tanto successo. Se, invece, pretendiamo dalla qualità delle cose anche, ad esempio, una certa attenzione al corredo artistico dell'architettura - che ovviamente concerne il suo linguaggio e non altro - allora gli argomenti cambiano e diventano parecchio complicati. Un tempo, all'epoca delle scuole Beaux Arts, si pensava che la bellezza delle cose fosse nel disegno, nella forma e nella storia, dentro modelli ben definiti che si potevano trasmettere ed insegnare.
A quel tempo si era architetti come si era pittori o scultori e non c'erano ordini capaci di misurare competenze che di fatto potevano verificarsi ed essere verificate.
Da allora è passato un secolo e, malgrado quelli che vorrebbero tornare indietro, dopo la rivoluzione del moderno è diventato difficile stabilire a priori una qualsiasi formula estetica e linguistica, moltiplicabile e dispensabile in copia. Purtroppo, dopo il moderno - ma in verità succedeva anche prima - per avere un po' di poesia è necessario rivolgersi ad un poeta. Ma grazie al cielo non esiste l'ordine dei poeti, con tanto di catalogo degli iscritti alla professione della poesia, per cui spetterà alla libertà del cittadino distinguere tra la poesia seria e le fesserie di un qualche improvvisato. Come farà l'ingenuo cittadino, tanto per calarci nei panni nostri, a distinguere un'architettura vera garantita dallo stato da una finta? Ma quali sono le architetture vere e quali quelle finte? Quali sono serie e quali sciocche? A detta di Gabriele Sirica e della rivista L'architettura, cronache e storia (n. 576) "…l'approvazione della legge quadro sulla qualità architettonica, fortemente voluta dagli architetti e realizzato dall'azione corale degli ordini italiani, può attivare quel processo virtuoso di riqualificazione urbana e dell'ambiente…. Sicuramente, questa legge, metterà in moto la buona fede e la volontà di molti architetti, ma secondo quale criterio di qualità, quello di Gregotti, di Cervellati, di Portoghesi, oppure quello di Bruno Zevi?
Questa ovvia difficoltà intellettuale, vista soprattutto l'esistenza di una legge sul diritto d'autore che, di fatto, equipara le opere di architettura a quelle di pittura, scultura, musica e letteratura, ci costringe all'unica scelta seria che sembra essere quella di concedere ai poeti - compresi quelli dell'architettura - di scrivere le loro opere senza costringerli in elenchi impossibili e insensati. Per questa ragione è prima di tutto necessario abolire l'ordine degli architetti. Dopodiché vedrete sarà più facile anche la riforma universitaria.

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