Un'americanata a Venezia

Storia e Critica

Un'americanata a Venezia


di Mariopaolo Fadda
19/12/2003

“... lo spirito dell’artefice morto non può essere rievocato, nè gli si può comandare di dirigere altre mani e altre menti. E, quanto alla copia semplice e diretta, è chiaramente impossibile, Come si possono copiare superfici consumate per mezzo pollice? L’intera finitura del lavoro era nel mezzo pollice sparito; se si tenta di restaurare quella finitura, lo si fa congetturalmente; se si copia ciò che è rimasto, affermando che la fedeltà è possibile, (...) come può il nuovo lavoro essere migliore del vecchio? C’era ancora un pò di vita, in quello vecchio, un misterioso suggerimento di ciò che era stato e di ciò che aveva perduto...” J. Ruskin – Le sette lampade dell’architettura

A Venezia sono in corso i festeggiamenti per l’inaugurazione della nuova finto-settecentesca Fenice. Giorno inebriante per gli storicisti da baraccone, per i saltimbanchi della tradizione e per i nemici della modernità. Giorno infausto per il futuro del nostro patrimonio storico-architettonico, messo a serio rischio da operazioni di mercificazione e falsificazione di stampo turistico-imprenditoriale.
“L’adagio nostalgico:’Com’era, dov’era’ è la negazione del principio stesso del restauro, è un’offesa alla storia e un oltraggio all’Estetica, ponendo il tempo reversibile, e riproducibile l’opera d’arte a volontà.” (Brandi)
A Venezia è stata messa in scena un’americanata. E della peggior specie. Hanno assemblato la disinvoltura di Hollywood nel manipolare le testimonianze storiche, il piglio di Las Vegas nel ricostruire edifici-simbolo, la fantasia strappalacrime di Disney nel tocco finale e ne è venuta fuori l’ennesima, impunita, manomissione di un brano storico della città lagunare. Hanno agito come se il tempo fosse reversibile a piacimento, hanno ricostruito con tecnologia secolo XXI in “stile” settecento, hanno infine imbellettato il tutto con stucchi e dorature ”artigianali” (accuratamente descritte da Alessandro Baricco nell’articolo su Repubblica). Tutto questo per tentare di conquistare lo stesso segmento di mercato a cui fanno riferimento Las Vegas, Disneyland e Hollywood. Sforzi frustrati dall’indiscussa superiorità “culturale” americana. A Venezia rifanno un teatrino e loro (gli americani) dimostrano di poter ricostruire tutto ciò che vogliono, in qualsiasi stile, a qualsiasi scala ed in qualunque contesto: volete un pezzo di Venezia in pieno deserto del Nevada?Voilà, ecco il Venetian con tanto di laguna, gondola e gondolieri. Volete una copia ridotta del Golden Gate? Voilà, eccola a Disneyland California. Se poi qualcuno volesse riscostruire Pompei, la basilica di Massenzio, la Spina di Borgo, basta rivolgersi agli Universal Studios dove sono in grado di farlo con indiscussa capacità artigianale (medievale, rinascimentale, barocca), tecnologica e finanziaria.

Due o tre anni fa si tenne, all’Istituto italiano di cultura di Los Angeles una conferenza con uno degli artigiani addetti alla ricostruzione della Fenice che per quasi due ore si sforzò di spiegare come erano stati bravi a ricostruire dai disegni e dalle foto, gli stucchi, le decorazioni interne e le dorature. Il povero artigiano era venuto nella tana del lupo a dimostrare che anche gli italiani, nel ricostruire a gò gò, sono in grado di competere con gli americani. Forse cercava lavoro e perciò si prestava a questa squallida promozione turistica degna dei peggior tour-operator. (Ma servono a questo gli istituti italiani di cultura all’estero?)
Già sentiamo le irate reazioni alle nostre obiezioni “tutto ciò è stato fatto per amore dell’antico, per il rispetto del passato!”. Quindi l’operazione non sarebbe altro che un restauro urbano. Accipicchia!
Più che di amore per l’antico e per il passato si tratta, occhio e croce, di odio feroce per il moderno e terrore del presente. Il restauro urbano è operazione ben più seria di queste rancide messe in scena e ha come premessa il rifiuto di ogni falsificazione storico-estetica. La Fenice era solo un edificio architettonicamente insignificante e un guazzabuglio di ricostruzioni e adattamenti, ora è anche il falso dei falsi. Al danno si aggiunge la beffa e alla beffa l’oltraggio. Ma il vero falso lo si è perpetrato ai danni del contesto e quando il contesto è Venezia, il falso diventa un crimine, senza attenuanti. Nella laguna veneta i pollai sono sorvegliati dalle volpi e il centro storico dai saccheggiatori.
Ma dove diavolo sono oggi i talebani dell’i-n-t-o-c-c-a-b-i-l-i-t-à dei centri storici? E gli accademici di lungo corso che discettano a tutte le ore di conservazione delle testimonianze storiche? E i soprintendenti che dovrebbero essere in prima fila a scongiurare le falsificazioni? E coloro i quali accusano gli architetti moderni di saccheggiare i centri storici? Se al posto di questa pagliacciata si fosse trattato di un’opera moderna tutti si sarebbero sentiti in dovere di dire la loro, avrebbero urlato allo scandalo, avrebbero discettato per giorni e giorni di inconciliabilità di antico e moderno, si sarebbero stracciati le vesti per l’oltraggio al centro storico, si sarebbero sentiti impegnati in una battaglia campale. Invece eccoli lì plaudenti o, peggio, muti, sordi, distratti, con la faccia girata dall’altra parte. Un ineguagliabile spettacolo di viltà intellettuale a cui, purtroppo, questa italietta rozza, provinciale ci ha abituati.
“Se Marcello Piacentini avesse proposto di costruire una serie di edifici corbuseriani o quattro torri alla Mies presso San Pietro, l’avrebbero fermato; siccome ha offerto un linguaggio evirato, tra falso-antico e falso-moderno, l’obbrobrio è stato perpetrato. Paradossalmente, basta fare una brutta architettura per avere il diritto di rovinare un centro storico. Ne discende questa conclusione: per salvare i valori del passato, bisogna lottare per l’architettura moderna, contro le teorie dell’ambientamento che tendono a depravarla e fungono da pretesto per ogni genere di scempi”. (Zevi)
E di fronte alla possibilità di aprire un salutare dibattito lanciando una competizione internazionale di idee si è preferito ripiegare sciovinisticamente sul casareccio, sull’artigianato industriale, sul “genius loci” e sul “carattere locale”. E i risultati sono lì a dimostrare l’istinto culturalmente suicida del mondo politico-intellettuale veneziano.
Ci rifiutiamo di entrare nei dettagli di questa colossale menzogna, perché sarebbe tempo sprecato, ma vogliamo ricordare due fatti:
1 -Il teatro nacque (1789) in seguito ad un concorso all’italiana: il vincitore, Pietro Bianchi, premiato e accantonato, lo sconfitto, Gian Antonio Selva, incaricato dell’esecuzione. I giochetti di bottega, gli sgambetti, le imboscate sono nel nostro DNA, non c’è nulla da fare. Fu ricostruito dopo l’incendio del 1836 e fu in parte trasformato nel 1854. I “com’era” sono dunque più di uno, chissà quale principio avrà mai governato la scelta di uno di loro a discapito degli altri. O è stato tutto affidato alla sorte in un’estrazione?
2 -La composizione della commissione di gara (più che una commissione autorevole sembra il consiglio di amministrazione di una qualsiasi Impresa SpA):
a -Leopoldo Mazzarolli, Presidente ordinario di diritto amministrativo all’università di Padova.
b -Francesco Dal Co, docente di Storia dell’Architettura presso l’isituto Universitario di Architettura di Venezia.
c -Angelo Di Tommaso, ordinario di Scienza delle Cosrtuzioni all’Università di Bologna.
d -Ernesto Bottanini fecia Di Cossato, ordinario di impianti tecnici all’università di Padova.
e -Daniel Commins, titolare del corso di acustica nella scuola di architettura di Parigi-Belleville e Nancy.
Di rilievo la presenza del prof. Dal Co che sull’ultimo numero di Casabella si esibisce in una descrizione della Walt Disney Concert Hall da antologia: putrefazione, mostri, decomposizione, agonia, questo il linguaggio per apostrofarla. Chissà cosa sarà capace di scrivere per giustificare questa ripugnante operazione immobiliare ben degna del carnevale veneziano. Noi comunque il professore lo comprendiamo: se si presta a queste operazioni, se ha qualche cedimento esistenziale è perché ha famiglia e deve pur tirare a campare. O no?
Diceva bene Johan Huizinga che se vogliamo conservare la cultura dobbiamo continuare a creare cultura. A Venezia si pretende invece di conservare la cultura non solo mortificandola ma falsificando la storia. “Il riferimento quasi ossessivo ai modelli ed ai ‘valori’ del passato denunzia la tendenza ad abbandonare la sperimentazione seria e la ricerca del ‘nuovo’ per imboccare la strada comoda e divertente, benché sterile dell’ammiccamento e del riferimento (allusivo o sfacciato) ai materiali della storia. Dietro tale tendenza riemerge, come in epoca di grande crisi civile e culturale, la convinzione di poter restituire attualità e validità a vecchie norme e vecchi schemi, che l’irreversibilità dei processi vitali ha definitivamente superato e spesso cancellato.” (La Regina)

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