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Domus 866: il Solid sea e la Solid architecture


di Paolo G.L. Ferrara
13/1/2004
La copertina è l’editoriale. All’interno, gli argomenti scelti ne sono prolungamento ed approfondimento. E’questa la più evidente novità di Domus, da gennaio 2004 sotto la direzione di Stefano Boeri.
Una novità che va oltre quella che sembra solo una veste grafica e d’impaginazione del tutto inedita.
Un filo rosso che va dal 30 maggio 1968, giorno in cui viene immortalata la protesta degli studenti che campeggia in copertina, al gennaio 2004, alla nostra contemporaneità in cui “i cittadini sono trattati come masse di acquirenti”. Non è certo un caso che la foto ritragga Giancarlo De Carlo e che lo stesso De Carlo sia chiamato in causa all’interno, nell’intervento intitolato “Tortuosità”.
Tortuosità di una società che si sta omologando in rotte prestabilite, cellophanate sotto vuoto. Omologazione che coinvolge l’architettura, sino a toglierle il ruolo di essere “...un modo -uno dei più efficaci- per capire il mondo e raccontarlo”.
De Carlo orienta il suo intervento sulla città mediterranea, distinguendola nettamente da quella del centro Europa. Le riflessioni su Barcellona sembrano calzanti, seppure pretesto per compiere quello che credo essere il centro cui il numero di Domus punta diritto: i significati di un’architettura che non sia omologata e che non omologhi.
Non è certo un caso che si parli della tragedia di Portopalo, naufragio del Natale 1996 del peschereccio maltese F174, ricostruendo rotte effettive e rotte dichiarate, ufficiose ed ufficiali, vere e false.
Il Solid Sea è metafora che bene si può posporre all’architettura omologata, da vendere ad una massa di acquirenti. Il Solid Sea, secondo Domus, è “...un territorio solcato da rotte predeterminate e da confini insuperabili, suddiviso in bande d’acqua specializzate e rigidamente normate”. La solid architecture è un territorio marcato da concetti predeterminati dai confini insuperabili.
De Carlo, a proposito delle rotte mediterranee: “ Oggi invece il Mediterraneo è solcato da rotte automatiche che spesso approdano a mete tragiche, soprattutto -credo- perchè distruggono la sacralità del mediterraneo”. "Sacralità" che è fatta di migrazioni, quelle stesse che, da sempre, sono la linfa vitale delle forme urbane, del loro divenire e della loro diversità.
L’omologazione della società ha comportato una omologazione delle rotte e delle città, finalizzando quest’ultima al profitto.
Omologazione delle città che significa omologazione dell’architettura. Barcellona, ci dice De Carlo, sta mutando, involvendosi, rinnegando la sua matrice mediterranea per assomigliare sempre di più ad una metropoli del centro Europa, dove tutto “deve” essere “...evidente, subito raggiungibile”, similarmente ad un’architettura che è solo “...magazzino di prototipi”, cioè inutile e fine a sè stessa.
Dalla città all’architettura: non è un caso che si parli di Cedric Price e si rimarchi il suo definirsi un “anti-architetto”. Centrando l’attenzione sul Fun Palace, rimarcando più volte che il progetto di questo spazio sociale alternativo “...esplorava questioni, attraversava confini e tentava di affrontare tematiche sociali e politiche che andavano ben oltre i confini ordinari dell’architettura", si centra l’attenzione sulla società stessa, nello specifico quella degli anni ’60, e più in generale -ecco il filo rosso- su quella dei nostri giorni. Le intenzioni dell’anti-architetto erano quelle di rendere partecipi attivamente gli utenti, che ne avrebbero modellato i differenti tipi di spazio possibili. Un’architettura che sottintendeva “...salvare la libertà individuale” e che era un “...modo -uno dei più efficaci- per capire il mondo e raccontarlo”.
Manca un editoriale classico nel Domus della gestione Boeri e, quantomeno, ci si aspettava una presentazione doverosa degli intenti della nuova linea editoriale? Forse, ma dopo avere sfogliato e letto risulta abbastanza chiaro che, come abbiamo cercato di evidenziare, l’editoriale è racchiuso in più parti e scandisce gli intenti del dopo Sudjic, che sono quelli della riaffermazione della vera essenza dell’architettura: libertà espressiva direttamente e inscindibilmente legata alla libertà dell’uomo nella società.
Le premesse sembrano orientare Domus verso una linea editoriale che cercherà di scavare nei gangli della società quale creatrice ed utente stessa dell’architettura quale mezzo che ha anche “..la pretesa di sollevare idee e aspirazioni che non confluiscano unicamente nelle pratiche del progettare”.
Chi si aspettava un numero “glamour” è rimasto deluso, così come chi si aspettava una decisa presa di posizione “linguistica” delle architetture pubblicate. Ho apprezzato la mancanza di ambedue le cose e la messa in evidenza dei problemi che l’architettura è chiamata ad affrontare per uscire dal suo "stato solido". E non sono pochi.


Nota: in corsivo brani tratti da Domus 866, gennaio 2004

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