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Opinioni

Dal Co e il suo spettacolo osceno e commestibile


di Irma Cipriano
14/1/2004
Ammesso e non concesso che Gehry abbia bisogno di essere difeso, credo che comunque non si possa non impietosire di fronte a determinate critiche che si sono scagliate, con assoluta e ingiustificata violenza, contro la Walt Disney Concert Hall. Impietosirsi per il modo crudo e incomprensibilmente violento. Ma anche un po’ indignarsi.
Se, mettiamo per caso, qualcuno non conoscesse l’opera in questione e, sempre per caso, si ritrovasse a leggere l’articolo dedicatole da Francesco Dal Co sul numero 717 di Casabella, rimarrebbe sicuramente impressionato dalla veemenza e dalla stroncatura totale che si fa della Walt Disney Concert Hall. Sarebbe lecita la domanda “ Ma ci troviamo di fronte ad una critica sull’ultimo film di Wes Craven o su un opera architettonica ?”, perché è quantomeno sorprendente la somiglianza della descrizione del nuovo lavoro del maestro americano con la recensione di un film dell’orrore.
Anzi, consiglio a chiunque non l’abbia letto di farlo, mettendo (ancora meglio di Craven!) come sottofondo di musica la colonna sonora del film Profondo Rosso, di Dario Argento. Sta benissimo con l’inquietudine che si prova leggendo i commenti di Dal Co.
Lo spettacolo che si trova di fronte agli occhi del direttore di una delle riviste più quotate in campo di critica architettonica è, difatti, nientemeno che "osceno e commestibile" e -come se non bastasse- "… le interiora disarticolate su cui poggiano le membra metalliche [...] il decomporsi delle forme" insieme "...allo spettacolo della propria putrefazione" alimentano sempre di più questo assai probabile equivoco. Per chi invece conosce quest’opera, e l’intero lavoro di uno dei più noti e osannati architetti viventi, la spiegazione arriva alla mente abbastanza in fretta. I casi in cui può rientrare questo "aggrovigliarsi di interiora" (dell’architetto Dal Co, questa volta... ) possono essere due: 1)Scarsa conoscenza dell’opera in questione e del lavoro tutto di Gehry. 2) Triste volontà di voler andare "contro" a tutti i costi per emergere da un probabile coro di ovazioni e applausi e rientrare in esclusiva in un modo di far critica alternativa e di contro tendenza.
Credo sinceramente che Dal Co sia una persona preparata e di indubbia cultura, tant’è che, fatti due conti, non rimane che la seconda opzione. In parole povere: Gehry va di moda? Allora lo attacchiamo, così da risultare ancora più glamour, se possibile, dell’artista stesso. Se ci mettiamo poi una manciata di parole roboanti e di sicuro impatto stiamo pur certi che il risultato è assicurato. Il lettore un po’ incauto e non preparatissimo, come può esserlo uno studente al primo o secondo anno di studio della disciplina, può decisamente essere ammaliato da cotanta capacità incantatrice di "membra che si contorcono", e poco ci manca che urlino anche di dolore, di "mostri che si esibiscono nella loro agonia" e che "sono tagliati da profonde ferite."
Se tentiamo di leggere e spiegare il perché di tale articolo non possiamo che darci questa di spiegazione. Io per lo meno non ne trovo altre.
Arriviamo dunque all’articolo in sé. Dal Co ci dice che le due più recenti opere di Gehry, cioè il Museo di Bilbao e questa sala concerti, vengono pensate negli stessi anni. Ancor più correttamente l’opera sovvenzionata dalla vedova Disney precede di un paio di anni quella di proprietà Guggenheim.
"Si può facilmente comprendere come i due progetti siano il risultato di un dialogo serrato e di stretti confronti, che hanno fatto si che le scelte compositive adottate da Gehry in queste occasioni siano conseguenze di numerose mutuazioni". Il solo fatto che queste due opere vengano elaborate nello stesso periodo non comporta di per se che una sia la mutuazione dell’altra. Difatti, come è scritto da Dal Co sembra che Gehry, carente in quei momenti di vena creativa, abbia di fatto copiato un’opera su un’altra, una specie di clone (anche se il verbo "mutuare" non significa di per sè copiare una cosa di sana pianta). L’argomento non mi sembra dei più pregnanti per due motivi. Da una parte, mi sembra abbastanza logico che un architetto abbia una sua impronta, diciamo un suo modus operandi e quindi che la sua mano sia riconoscibile nelle sue creazioni. Dall’altra, Gehry nello stesso periodo si trova a progettare la sede degli Uffici Nazionali Olandesi a Praga, opera questa originalissima e dirompente, tanto quanto quelle di Bilbao e di Los Angeles. Ma anche qui ritroviamo il prima citato modus operandi gehryano, anche se è diversissima dalle altre due costruzioni. Qui vi è la virtuosità delle forme propria del maestro di Santa Monica, lo sfalsarsi delle finestre ed il loro aggetto, la metamorfosi continua dei volumi e degli spazi, che si incurvano si arrotolano su se stessi, si piegano (come nella torre) e sono al contempo di metallo, di vetro, di pietra. Vi è anche il gusto per il rivestimento dei volumi proprio del nostro “imputato”. Come si può ben vedere, allora, è ciò che Gehry ha più o meno sempre fatto, riuscendo però sempre ad evolversi e a rinnovarsi. Perché di fatto il Guggenheim e la Concert Hall sono comunque due opere diverse, in due contesti diversi con funzioni diverse checchè ne dica Dal Co. Il Museo di Bilbao ci coglie quasi di sorpresa, con la luce del sole che si infrange e si riflette sulle sue pareti e ci presagisce la sua presenza e ci fa da guida mentre noi siamo immersi tra palazzoni del centro e cerchiamo di raggiungerlo. Lo spazio interstiziale che esso occupa ( una zona industriale dimessa ) fa si che questo abbia una forma molto complessa, a tratti allungata e in altri più compatta, mentre il ponte termina le sue forme per concludersi definitivamente nello slargo antistante il museo. La Concert Hall ci si presenta con scioltezza e tutta calma in una zona ben definita e compatta di Los Angeles che ha come sfondo grattacieli e costruzioni dai prospetti decisamente bidimensionali rispetto alla nuova costruzione. Molto più compatta e meno quasi “sofferta” nelle forme è l’Auditorium, anche se più sofferto è stato senz’altro il percorso della realizzazione. Quello che c’è di certo in entrambe le costruzioni è saper vedere l’architettura come un dialogare continuo tra spazi diversi che si concatenano l’uno all’altro. A questo punto allora ben vengano le “mutuazioni”.
Per Dal Co questi rappresentano « L’apice della ricerca che Gehry ha compiuto, a partire dai primi, guardinghi esperimenti della fine degli anni sessanta ( Casa Davis a Malibu 1968-72, ad esempio. » Sono contenta di sapere che per Dal Co casa Davis rappresenta un guardingo esperimento. E’, diciamo, l’opera di un Gehry timidone, quindi. Timido e accorto. E pensare che io l’ ho sempre reputata un’opera del tutto dirompente e di grande bellezza. Ma mi inchino di fronte al molto più anziano e preparato direttore che di architetture ne ha viste tante più di me e quella piccola e timida casa deve avergli fatto l’effetto di uno sbadiglio. Ma si arriva finalmente a parlare della sua casa a Santa Monica questa si vero e proprio manifesto, dove Gehry "..Senza mezzi termini annuncia di voler portare un affondo contro la concezione organico-retorica dell’architettura, negando, al contempo e di conseguenza, ogni riconoscimento al valore della tipologia" Ottimo...! E poi ? "Con la Disney Concert Hall e con il Guggenheim di Bilbao, Gehry rende chiaro il risvolto di simili precedenti provocazioni.[…]I racconti che egli ha messo in scena […]si avvalgono degli espedienti e si confrontano con i principali temi e problemi con quali l’architettura contemporanea si è cimentata". Non male per dei mostri.
Ma l’opera è fatta di "...involucro e matericità che diviene campo di gioco per l’arbitrio". Varrebbe a dire che il titanio che Gehry usa non ha nessuna valenza vera e propria; potrebbe essere qualsiasi altro materiale... usato arbitrariamente (sic!). "I materiali tendono a ridursi meri strumenti di commento [...] gli impianti sono distorti sino a rendere le successioni degli ambienti inviluppi labirintici". E’ un vero peccato che vi si legga solo questo nell’auditorium. Come ha sempre fatto, le concatenazioni spaziali di Gehry e i loro sviluppi sono indice di forte complessità e ricchezza, sempre volti a ricreare spazi interessanti e del tutto nuovi nella concezione architettonica moderna. Mi chiedo perché si voglia svilire o peggio mortificare un’opera di modernità, o meglio la modernità stessa in questo modo. Perché vengono buttate sulla carta affermazioni così forti senza spiegarle a fondo? Non capisco che critica sia. In che modo si può imparare a leggere un’opera di architettura da queste affermazioni? Non credo che uno studente da un articolo del genere impari qualcosa dell’opera in questione e come si fa una critica architettonica. Peggio: disimpara a dare argomentazioni e ad essere obbiettivo e recepisce che per essere critici quotati si debba elaborare paroloni e frasi ad effetto che colpiscono il lettore come uno schiaffo, e che da questo se ne rimanga talmente intorpiditi da non riuscire a pensare veramente a ciò che sul testo vi è scritto.
Se gli spazi "...sorprendono per l’incongruenza e l’interazione degli slittamenti di scala che esibiscono", ci si chiede perché una sala concerti debba avere la stessa scala di un negozio o di un ristorante (entrambi presenti nella costruzione). "Casualità dello spazio [...]Precarietà delle forme", detti così, valgono a dir nulla. Dal Co avrebbe potuto impiegare un pò più di tempo -e righe- per spiegare che cosa intendesse dire.
Se si inganna il lettore con metafore mostruose e accenni di concetti non spiegati si rischia di ritrovarsi a seguire questo tipo di critiche senza averne capito nulla. E il peggio è che parte dei lettori (parte di certo non trascurabile per quantità) sono anche studenti, che già sono ingannati da molte lezioni universitarie del tutto discutibili. Se ci si mette anche la critica che io definirei “patinata”, noi poveri studenti non ne usciamo più fuori. E, dopo le ingiuste e infondate critiche a Gehry, è il peggior danno che in questo articolo è stato fatto.

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