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Opinioni

Libera cultura e bastioni oscurantisti


di Mariopaolo Fadda
29/1/2004
Escluso che gli architetti italiani siano mentalmente disabili al cospetto dei loro colleghi francesi, tedeschi, inglesi, olandesi, americani, bisogna cercare di capire perché le loro idee e capacità progettuali non emergano nel panorama internazionale.
Innanzitutto scontiamo, anche e livello architettonico, quel clima di repellente conformismo che avvolge la cultura italiana in generale: sprofondata nella melma, sopraffatta da una verbosità contorta e inconcludente, tutta intenta ad autoincensarsi, ridotta a megafono propagandistico di infimo livello. Fa impressione sentire gente che si presume intelligente (Eco, Colombo, Melandri, Sgarbi), dire sciocchezze a ripetizione per far piacere alla platea che li applaude.
É agghiacciante constatare quanto certe élites politico-intellettuali, che sono la versione in farsa delle élites della cittadella mumfordiana, si sentano al di sopra di tutto e di tutti perché investite di una presunta superiorità morale verso coloro i quali avversano le loro idee. Forti di questa presunta superiorità considerano ogni cambiamento anormale perché una violazione delle norme che loro hanno scritto. E, come tutte le élites, vivono nel terrore di diventare obsolete e di vedere scardinata la cultura tradizionale di cui sono portatrici e perciò si riciclano sotto le forme più accattivanti pur di continuare a egemonizzare la cultura e gozzovigliare nei salotti buoni del potere politico-finanziario.
L’architettura rispecchia fedelmente il clima politico: impantanata in un’ondata tradizionalista sconosciuta persino durante il fascismo, tutta sdraiata ad assecondare i padrini politici, allergica al libero confronto di idee, galleggia nei bassifondi del provincialismo e dell’incultura.
In questo contesto, il libero pensiero, il pensiero non organico agli schieramenti politici, non conta nulla ed è ridotto a poche, isolate urla nel silenzio. Ecco perché accadono, nel più generale disinteresse, cose raccapriccianti quali lo sfregio della Casa della Scherma, la demolizione dell’ala del Museo d’Arte Moderna, la ricostruzione della Fenice. E non ci sono Inarch o DARC che tengano. Istituzioni il cui prestigio mi pare ridotto all’osso e quindi, quando va bene, non hanno nessun peso nella difesa degli architetti e dell’architettura moderna. Quando va male se ne fottono sia degli architetti che protestano, sia delle opere che rischiano la scomparsa: è il caso del vergognoso silenzio del direttore del DARC, Pio Baldi, su Villa Colli. Il fascino narcotizzante della poltrona, della carica di potere.
Per il resto regnano incontrastati i CNA (con relativi appendicoli), le soprintendenze, i baronati universitari, le associazioni parastatali (Italia Nostra, Lega Ambiente, ecc.), cioè le corporazioni, la burocrazia, la cultura della compiacenza e i politicanti.
E come se tutto ciò non fosse abbastanza dobbiamo assistere al desolante spettacolo offerto da giovani architetti che, terrorizzati dal nuovo, dall’originale, si fanno ascari del trombonismo accademico per dileggiare opere moderne. Sembra quasi di essere tornati alle angosce ed alle paure del tardo-antico e del medioevo, una sorta di autoflagellazione per espiare chissà quali colpe. Forse quelle dei loro professori.
Questo il clima generale in cui si muovono quelle forze di natura corporativa, burocratica, politica, culturale che, difendendo a denti stretti il loro miserabile spazio di potere, si ergono a bastioni dello status quo:
1. gli ordini professionali
2. le soprintendenze
3. gli intellettuali organici

1. Gli ordini professionali
Faccio interamente mio l’articolo di Sandro Lazier"Abolire l'ordine degli architetti" che auspica il siluramento degli ordini professionali. Rapidamente e senza rimpianti.
2. Le soprintendenze
Le soprintendenze ai monumenti, siano essere nella versione statale di Beni Architettonici o nella versione regionale (delegata) degli Uffici per la Tutela del Paesaggio, sono una borbonica istituzione il cui potere di intimidazione ha raggiunto limiti ormai non più tollerabili. Parlar male dei soprintendenti è un po’ come parlar male di Garibaldi e rompere questo tabù tutto italiano significa sfidare non solo l’impopolarità ma attirarsi l’odio feroce della burocrazia soprintendenziale. Chi ha avuto a che fare con i soprintendenti ha sperimentato sulla propria pelle quanto sto sostenendo. E lo ha sperimentato anche Arata Isozaki a Firenze, nella vergognosa vicenda del nuovo ingresso degli Uffizi.
Per anni abbiamo sostenuto le buoni ragioni di chi riteneva e ritiene legittimi gli interventi contemporanei nei nostri centri storici. Per anni ci siamo battuti perché si facessero i concorsi per far prevalere la qualità. Finalmente si fa un concorso internazionale per un’opera moderna nel cuore di Firenze e subito inizia l’opera per confutarne il risultato. Non entro nel merito del progetto ma c’è da rilevare che nello Zambia o nello Yemen del Sud una simile vicenda sarebbe inconcepibile.
Sin da quando entra in carica, il sottosegretario alla Cultura di Stato Sgarbi si lancia in un crescendo di vergognose aggressioni a Isozaki. Va in Giappone e, senza alcun senso del ridicolo e del grottesco, scarabocchia (si scarabocchia!), ad un Isozaki allibito le sue proposte di modifica del progetto. Il soprintendente di turno, che non sapendo più come destreggiarsi con il suo scatenato superiore gerarchico, si aggrappa alla scoperta archeologica della prima cerchia di mura della città. Da un lato un sottosegretario in orbace ed il fedele servitore dello stato, che vogliono imporre, senza alcun fondamento giuridico e culturale, il loro personale punto di vista; dall’altra l’architetto che ha vinto un regolare concorso ed aspetta, con nipponica pazienza, di poter concludere il suo incarico ai patti stabiliti. Un atteggiamento di arroganza e prepotenza degna dei peggiori teppisti “intellettuali” prestati alla politica che fanno rimediare all’Italia la consueta figuraccia internazionale. Dichiarerà Isozaki al Corriere della Sera che in Italia appare sempre difficile progettare nuovi spazi, per la “frammentazione, tipicamente italiana, tra poteri più o meno forti: stato, comuni, soprintendenze, assessorati e molto altro ancora. Entità che spesso agiscono in contrapposizione fra di loro, bloccando ogni buona intenzione.” Questo quanto ha dovuto subire un architetto di fama, proviamo a meditare su quello che devono subire, ad opera di oscuri funzionari in carriera, ogni santo giorno architetti sconosciuti per vedere approvati i loro progetti in ambiti storici.
Ai sacerdoti della conservazione si sono aggiunti, in tempi più recenti, i retori dell’ambiente. In questo campo siamo persino indietro rispetto a quello già arretrato della conservazione del patrimonio storico-architettonico. Perché se è relativamente facile confutare, sul piano culturale, aberrazioni quali "com'era, dov'era" o pseudo-teorie quali "l'ambientamento" è molto più difficile contrastare l'improvvisazione, l'ecologismo orecchiato, la retorica naturalista. Spesso sono solo stati d'animo viscerali o la pura e semplice propaganda, e non nobili e rispettabili posizioni critiche, che guidano impeccabili studiosi e sguaiati ambientalisti di ritorno nel propugnare una certa politica di tutela e salvaguardia del paesaggio. Sono stati d'animo che emanano il lezzo del conservatorismo più nostalgico e patetico, che sbava davanti ad un alberello rachitico sognando il paradiso perduto, che addita con impeto moralistico al pubblico ludibrio il presunto mostro da abbattere: la civiltà contemporanea. Un conservatorismo che guarda con le lacrime agli occhi al passato, alla presunta armonia, al presunto equilibrio del mondo rurale che fu, che odia la modernità, ignora la creatività.
Un conservatorismo alimentato, fino alla vergogna, dagli uffici regionali per la Tutela del Paesaggio. Un conservatorismo che tenta di intontire il grosso pubblico con operazioni di rilettura del passato che nulla hanno a che vedere con la cultura ma che servono solo a ingenerare storture mentali e ad alimentare pericolosi pregiudizi. Qualcuno lo ha ben messo in evidenza: "Il paesaggio in positivo tanto celebrato ai giorni nostri - come è quello storico italiano che più degli altri ha ispirato l'immaginario e l'espressione moderni - non è generato da volontà paesaggistica ma da progettualità... E' dunque curioso che spesso si attribuisca coscienza paesaggistica a quelle epoche trascorse che hanno a tutti gli effetti disegnato il territorio ottenendo il paesaggio ma a questo non pensando in quanto tale." (B. Pedretti)
Purtroppo ogni pretesa estetica, ogni ricerca della qualità si scontra con la volgarità burocratica eretta a sistema. Le espressioni artistiche sono sottoposte alla supervisione di maniaci passatisti e fanatici ambientalisti incapaci di comprendere i problemi in cui si dibatte la moderna cultura architettonica. E questo mentre il territorio italiano viene sommerso di orrori, il 90% dei quali hanno le carte in regola. Lo sfregio del paesaggio e l’umiliazione dell’architettura con tanto di timbri, nullaosta, carte bollate, tutto perfettamente in regola. Torna alla mente l'appassionata, lucida denuncia di Umberto Boccioni "Credere che Natura sia là dove non esiste il disordine, l'incomodo, il caotico (il 'naturale' come dicono le anime agresti) e soprattutto dove manca la mano dell'uomo, è un errore pietoso... Non possiamo pensare senza disgusto e compassione che esistono società per la conservazione del paesaggio. Per la conservazione, si noti bene, di quello che le stampe e i quadri antichi ci hanno lasciato di certi luoghi... divenuti sublimi attraverso la cultura. Il paesaggio fu creato dagli artisti e il conservarlo è un panmuseismo, è un voler mettere un tourniquet alla natura e darla a tutti ogni giorno per un franco: la domenica entrata libera. Imbecilli! Conservare che cosa? Ma i paesaggi che oggi si vogliono conservare non esistono forse sul posto e in virtù di altri distrutti o trasformati? Conservare che cosa? Tre bossi a sinistra, una quercia a destra, una casupola (pittoresca) al centro... e poi? Imbecilli! Come non fosse infinitamente sublime lo sconvolgere che fa l'uomo sotto la spinta della ricerca e della creazione, l'aprire strade, colmare laghi, sommergere isole, lanciare dighe, livellare, squarciare, forare, sfondare, innalzare, per questa divina inquietudine che ci spara nel futuro."
Ma come poteva immaginare il buon Boccioni che in pieno terzo millennio sarebbe prevalso il moralismo antiurbano e antimoderno degli amici dei soli che ridono, degli amici della terra, degli amici degli animali, degli amici degli arcobaleni e non la “ divina inquietudine che ci spara nel futuro"?

3. Gli intellettuali organici
- Qualcuno si schiera a favore della palazzina di Wright sul Canal Grande, ma il progetto viene affossato.
- Qualche altro ancora protesta per le falsificazioni bolognesi ma queste vengono elevate agli altari e santificate.
- Qualche altro insorge contro la ricostruzione del Carlo Infelice e questo viene edificato in nome di un classicismo da fogna.
- Qualcuno protesta perché si vuole rifare la Fenice “com’era, dov’era” e l’orrore viene perpetuato lo stesso.
- Qualche altro interviene in favore del progetto di Gehry a Modena e l’architetto americano viene allontanato a calci nel sedere.
- Qualche altro ancora protesta per la paventata demolizione dell’ampliamento della Galleria d’Arte Moderna e questa viene rasa al suolo come fosse una baracca abusiva.
Da oltre cinquant’anni si ripete ciclicamente questo rito delle vuote proteste. É chiaro quindi che il punto non è protestare prima o dopo, il punto è che non serve né prima né dopo. Siamo impantanati nelle sabbie mobili delle contrapposizioni ideologiche e non c’è verso di venirne a capo.
Sin dal dopoguerra, quando il riformismo liberal-socialista tenta di battersi contro i conservatori per dotare le città italiane di piani regolatori efficienti e democratici, di promuovere la riforma urbanistica ed incoraggiare l’architettura moderna viene al pettine il nodo del rapporto con l'atteggiamento settario del mondo culturale comunista. Un rapporto che si concluderà con l’affermazione dell’egemonia marxista e che provoca una devastante retrocessione della cultura italiana.
Un'ondata di folle demagogia, di conformismo sfrenato, di sociologismo velleitario travolge la cultura architettonica che finisce sotto la protezione ideologica della sinistra più oscurantista.
Gli intellettuali organici teorizzati da Gramsci conoscono il loro momento di gloria. Si fanno paladini di una ideologia totalitaria per giustificare i loro atteggiamenti snob verso una classe operaia che non merita certo simili cantori. Non riescono a digerire l'impegno di chi non si arrende allo spreco, al depauperamento di un immenso patrimonio di opere e idee. Pretendono che gli intellettuali e gli architetti si prostrino di fronte all'"ideologia", si arrendano alla strategia politica e si sottomettano ai principi del "socialismo".
Poi succede un sessantotto e i loro sogni vanno in fumo. Scambiano però le proprie crisi, le proprie disillusioni ed angosce con la crisi dell'architettura moderna. Si prestano a noiosi ed inconcludenti dibattiti sulla fine dell'architettura ma si fanno in quattro per sostenere ed applaudire i più disgustosi recuperi storicistici.
Poi il tonfo catastrofico. Crollano miseramente i miti delle rivoluzioni d'ottobre, delle rivoluzioni culturali, i deliri sulle “ideali città comuniste” (C. Aymonino), sull'"utopia di un'architettura comunista" (A. Mendini), le divagazioni sulla “crisi della funzione ideologica dell'architettura” (M. Tafuri), i sogni di un “inserimento organico (in senso gramsciano) nella classe antagonista" (B. Gravagnuolo).
Oggi, gli intellettuali dalle turpi utopie, ce li saremo aspettati in prima fila nel tentare di recuperare gli sperperi delle mode, i cento passi indietro, i fallimenti ed i cedimenti esistenziali. Invece no. Impiegando “l'astuzia delle colombe” (M. Tafuri) si sono riciclati, prima, tuffandosi nell'"autonomia" disciplinare per giustificare l'evasione storicistica, poi, fottendosene dell’aborrita “logica capitalistica”, prendendo d’assalto cariche pubbliche, baronati universitari, direzioni di riviste, presidenze di giurie. Altro che colombe, questi in rapacità superano persino le aquile! Ed è giusto che sia così perché tutto intorno non si vede altro che putrefazione, mostri, decomposizione, agonia...

Bruno Zevi, riferendosi alla situazione italiana, affermava: “La professione è cinquant’anni indietro rispetto proposte del secolo appena scorso. Le scuole di architettura sono cento anni indietro. Il compito di recuperare l’analfabetismo architettonico è urgente. Chi se ne assume l’onere?.”
Una sparuta e dispersa minoranza (non faccio nomi perché dimenticherei qualcuno, basta navigare su Arch’IT, AntiTHesi e links), ha accettato la sfida zeviana non solo per recuperare l’analfabetismo ma anche per tenere vivo il libero dibattito e fronteggiare ogni tentativo di egemonia, ogni tentativo di soffocare, per l’ennesima volta, le voci eretiche e anticonformiste della cultura architettonica italiana.

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