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Opinioni

Terragni virtuale compagno di banco


di Paolo G.L. Ferrara
2/9/2004
Giuseppe Terragni riceverà Peter Eisenman il prossimo 25 ottobre. Lo farà a Como, nella ex Casa del Fascio. Anzi: lo farà proprio attraverso la ex Casa del Fascio.
L’appuntamento è di rilevanza straordinaria, soprattutto se consideriamo che le celebrazioni del primo centenario della nascita non hanno, sino ad ora, dato un vero scossone alla polvere che, infida, si posa sugli eventi, appunto, celebrativi. Di tutto quanto accaduto dal 18 aprile (pochino), salverei solo la mostra “Terragni Architetto Europeo”, visto e considerato che anche l’intervento di Libeskind, nonostante le sue grandi capacità oratorie, avrebbe certamente potuto essere più incisivo rispetto le affinità elettive con Terragni e che il workshop internazionale (con personaggi di spessore quali Bernard Cache, Greg Lynn, Donald Bates, Antonino Saggio) è stato sospeso prima ancora del suo inizio.
L’incontro tra Terragni ed Eisenman sarà di certo un momento di altissima cultura, soprattutto se consideriamo quanto l’americano sia legato a filo doppio alla ricerca dell’italiano.
Ma oltre l’ufficialità degli eventi culturali c’è però anche dell’altro, e altrettanto importante, ovvero la consapevolezza di quanto sia fondamentale “iniziare” a Terragni i futuri architetti, quegli studenti che ne conoscono solo la sua appartenenza al Gruppo 7 e la fama di essere il padre del Razionalismo Italiano. Si tratta infatti, il più delle volte, di puro nozionismo, di conoscenze storiche acritiche, dunque inutili per il futuro progettista.
La conferenza /simposio “Terragni Futuro”, svoltasi a Roma lo scorso luglio, è stata ciò che mi aspettavo, ovvero una esplorazione delle potenzialità che l’opera di Terragni ha lasciato aperte e che oggi possono realmente trovare applicazione di ricerca. Infatti, se è vero che gli avvenimenti della seconda metà del XX secolo hanno relegato Terragni a figura marginale, storicizzandone e imbalsamandone le incredibili accelerazioni, la nuova era che stiamo vivendo ha tutte le carte in regola per potere riprendere lì dove il comasco aveva interrotto. Ovviamente è esclusa a priori la semplicistica ripresa dello “stile” e non solo perchè Terragni non ha mai voluto codificarlo, ma anche e soprattutto perché è di certo superata la questione linguistico/compositiva che ha informato il dibattito sull'architettura nella seconda metà del XX secolo. Il linguaggio è di certo ancora la base dell’architettura spazialmente concepita, ma è indubbio che esso vada declinato secondo modalità assolutamente diverse rispetto al passato.
E’ questo che hanno fatto gli studenti del corso di Progettazione Architettonica Assistita della facoltà di architettura Ludovico Quaroni di Roma La Sapienza -diretti dal Prof.Antonino Saggio- durante i due giorni della conferenza/simposio. Chi ha assistito all’esposizione dei lavori ed al dibattito ha potuto comprendere appieno l’obiettivo di uno studio mirato a rendere un doppio servizio: allo studente e a tutti i cultori di architettura. Difatti, il corso di Saggio è stato programmato in funzione della mostra “Terragni Futuro”, che si terrà da dicembre a Roma, evento ufficiale nell’ambito delle celebrazioni del GT04.
Sarà una mostra che avrà l’obiettivo di fare rivivere Terragni fianco a fianco agli studenti, quasi fosse egli stesso uno di essi. Difatti, contestualizzare la sua opera all’epoca a noi contemporanea significa, prima di tutto, trovarne i nessi reciproci, quelli che la distanza temporale non può annullare.
Dunque, se Terragni fosse uno studente della nostra epoca (con però la innata genialità architettonica che gli consentì di capire pregi e limiti della Neue Sachlichkeit, così da mettere in crisi il sistema “...di standardizzazione delle componenti, di tipizzazione delle soluzioni, di serializzazione dei processi insieme all'intero sistema di produzione industriale”), che rapporto avrebbe con l’ Information Technology? Come userebbe l'interattività, il morphing, le animazioni critiche, le strutture gerarchiche, il database?
Alcune risposte sono venute proprio dai lavori degli studenti, a cui Terragni è prima stato fatto conoscere criticamente allo scopo di evidenziarne i significati a-temporali della sua opera, condizione necessaria per potere poi cercarne i nessi di cui sopra. E alla presentazione dei lavori si è veramente visto di tutto, dalle ricerche sul “telaio” a quelle sui significati della comunicazione delle architetture di Terragni, dalla ricostruzione virtuale delle opere costruite a quella delle opere solo disegnate.
C’è dunque stato un continuo interscambio d’informazioni tra Terragni e gli studenti, con questi ultimi nel ruolo di chi, consapevole della diversa realtà che vive, ascolta il genio di Terragni e lo introietta nella propria realtà, comunque consapevole delle diversità di quest’ultima rispetto a quella vissuta dal virtuale compagno di banco.
E’ proprio l’interscambio d’informazioni tra la storia e il presente che deve stare alla base della preparazione, uno scambio critico declinato secondo l’era che si vive e che, indubbiamente, deve essere l’elemento primo con cui confrontarsi.

L’importanza della ricerca degli studenti sarà di certo palpabile nella mostra “Terragni Futuro” che -ne sono certo- rappresenterà un punto fondamentale per la nuova coscienza su Terragni, quella che è mancata agli architetti della mia generazione, studenti degli anni ’80 del XX secolo.
Parlo di coscienza perché è la condizione senza la quale tutto resterà tale e quale è stato sino ad oggi, ovvero parole ridondanti e celebrative, ma senza vie di sbocco, senza alcuno scatto in avanti, nonostante Eisenman e Zevi, già negli anni ’60, avessero cercato di evidenziare quanto contasse avere coscienza sui significati dell’opera di Terragni.
Il lavoro di Saggio su Terragni -lo sappiamo- non è certo correlato al centenario: parte infatti da lontano, dal libro “Giuseppe Terragni. Vita e opere” pubblicato da Laterza nel 1995. Ma se un libro è la “messa in bella” degli studi e della ricerca, è allora facile intuire che Terragni fosse in Saggio molto prima del 1995, forse proprio grazie al 1968 di Eisenman e Zevi, con quest’ultimo che rintracciò proprio nel libro di Saggio la possibilità di riaprire la discussione su Terragni. A distanza di quasi dieci anni vi è la possibilità che quella discussione diventi attuazione grazie alla presa di coscienza dell’attualità di Terragni. A tale scopo sarebbe di certo importantissimo il coinvolgimento degli architetti attraverso incontri mirati non più a dibattere sul Terragni degli anni ’21-’43 del XX secolo, bensì su quello degli anni presenti e futuri del XXI secolo. Un dibattere che vada oltre la semplice presa di posizione sui contenuti del linguaggio, evitando di scadere in ulteriori ingabbiature castranti il significato di un’opera che ha segnato profondamente l’architettura, e ciò può accadere esclusivamente se lo si impronterà all’aspetto che Saggio rintraccia quale fondamento della cultura contemporanea, ovvero la Rivoluzione informatica:“Questo rientro in grande stile della comunicazione quale centro propulsore di una nuova fase dell’architettura è un dato strutturalmente legato alla rivoluzione informatica.” (tratto da “Nuova soggettività. L’architettura tra comunicazione e informazione”. Su Arch.it).
Ecco il nesso: la comunicazione è di Terragni tanto quanto lo è dell’epoca contemporanea.
E’ cambiato il mezzo, ma non il fine: se oggi la comunicazione avviene attraverso la sinergia reale-virtuale, ai tempi di Terragni essa era sì fatta esclusivamente di materia ma di una materia lavorata per comunicare l’innovazione del pensiero rispetto il secolo precedente, spogliandolo definitivamente dai reflussi classici di cui lo stesso Le Corbusier, nell’elaborazione dell’architettura purista, subì l’influenza.
“Terragni futuro” nasce da uno studio seriamente finalizzato al coinvolgimento di tutti i cultori dell’architettura che hanno la consapevolezza dell’innovazione della storia, processo di cui nessuno può negare la continuità. Gli studenti di Saggio sono stati i primi a cimentarsi con una tale consapevolezza e ci si auspica che anche i cultori di spessore dell’ architettura abbiano altrettanta volontà di farlo, pur se consapevoli del rischio che si corre abbandonando certezze date per scoprirne di nuove: mettersi in gioco. E dovrà farlo, in primis, proprio il comitato scientifico del GT04, non perdendo l’occasione di fare interagire le due mostre “Terragni Architetto Europeo” e “Terragni Futuro”. Il “perchè” è inutile sottolinearlo. Il “come” è semplice: non risparmiando energie, di nessun tipo.
E’ in gioco la credibilità dell’operazione GT04 perché solamente un evento di spessore che coaguli le forze in campo potrà dare continuità nel tempo all’evento stesso, oltre la semplice celebrazione di una data, che è poi il vero obiettivo del presidente Attilio Terragni affinché essa non si trasformi in una serie di incontri festaioli , misti di cultura (poca) e mondanità (molta). “Terragni Architetto Europeo” non vuole essere un episodio ma un evento che imprima la svolta all’eredità del genio comasco? Bene, a Roma, lo scorso luglio, si è fatta cultura vera senza scadimenti retorici e celebrativi. Lo hanno fatto gli studenti ed è stata una lezione a chi crede che per parlare di architettura si debba avere a che fare solo con nomi altisonanti. La strada è aperta. Nel frattempo assisteremo, commenteremo, loderemo, criticheremo la Biennale di Kurt Forster, oramai imminente. Ne abbiamo letto la presentazione e i contenuti del cambiamento architettonico in atto che Metamorph vuole evidenziare attraverso i progettisti partecipanti. Manca Terragni ed è questa un’occasione perduta da Forster e dal GT04 di unire le forze per dare ulteriore spessore alle reciproche manifestazioni in virtù degli obiettivi per cui esse sono nate. Ma forse, per Forster, “Terragni non è futuro”.

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