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Opinioni

Poche idee e progetti parziali


di Franco Porto
21/12/2004
Dopo gli scavi di Vinicio Gentili, la conservazione, la tutela e la valorizzazione della Villa Romana di Piazza Armerina è stata affidata a Francesco Minissi, il cui progetto sceglieva di evocare la volumetria originale della Villa. Erano gli anni settanta. La recente opportunità dell’impiego dei fondi del Quadro Comunitario di Sostegno 2000-2006 per il restauro e la fruizione di siti e monumenti archeologici siciliani ha acceso i riflettori su uno dei più importanti siti archeologici, famoso in tutto il mondo per la qualità dei suoi mosaici pavimentali. La Giunta della Regione Siciliana, nella seduta del 9 luglio ultimo scorso ha affidato a Vittorio Sgarbi il coordinamento di tutte le iniziative necessarie per il rilancio del sito archeologico della Villa. Al momento dell’incarico era già pronto un progetto di restauro redatto dal Centro regionale per la progettazione e il restauro diretto da Guido Meli. Dopo l’affidamento dell’incarico Vittorio Sgarbi si è avvalso dell’esperienza di Mario Bellini, Guido Canali e Lucio Trizzino, che per appartenenza a differenti specializzazioni e a varie tendenze culturali, potessero elaborare alcune proposte da prendere in esame. Tali elaborazioni progettuali hanno acceso il dibattito, così come dopo il completamento degli scavi archeologici negli anni settanta, consentendo di individuare due soluzioni possibili: una teca senza alcun rapporto fisico e formale con le antichità da proteggere o la riabilitazione dell’edificio mediante la ricostruzione volumetrica con materiali diversi.
La Sezione Regionale Sicilia dell’Istituto Nazionale di Architettura ha organizzato un Convegno sul tema dei problemi di conservazione, tutela e valorizzazione della Villa Romana del Casale, dove sono stati presentati i tre progetti (Bellini e Trizzino + Canali + Meli), di cui tanto si è parlato nei mesi scorsi ed una tesi di laurea di un giovane architetto, Flavio Camerata, discussa nel 2001 all’Università di Roma. La circostanza si è rivelata utile per fare chiarezza su un argomento molto dibattuto e che ha consentito a tanti di prendere posizioni contrastanti su di una tematica delicata e molto spesso senza conoscere i dettagli delle proposte progettuali presentate e gli studi che ne hanno determinato tali scelte. I contenuti scientifici del Convegno possono ritenersi utili per individuare meglio le strategie circa lo strumento più idoneo per pianificare l’intero intervento e gli obiettivi che la committenza vorrà seguire. Sono stati presentati gli approcci metodologici ai siti archeologici dei quattro progetti sulla Villa Romana del Casale, che scelgono di confermare l’uso di coperture con materiali costituenti il reperto archeologico, da “ricovero in museo” a “conservazione in loco” in un’ottica di conservazione del contesto, con finalità protettiva e museale. L’intervento di Calogero Bellanca e quelli di Flavio Camerata, Lucio Trizzino e Francesco Canali hanno dato una completezza di informazione a tutta la tematica. L’assenza di Guido Meli ha privato del commento la presentazione del progetto del Centro regionale del Restauro, ma probabilmente le immagini hanno chiarito che si trattava solo di un programma di lavoro e non certo di un progetto esecutivo. Non lo era il progetto di Flavio Camerata perché solo una tesi di laurea. Non lo era il progetto di Guido Canali, presentato dal nipote Francesco, perché definito dallo stesso, solo delle idee progettuali ancora da sviluppare. Non lo era quello di Lucio Trizzino e Mario Bellini, ma tra tutti forse era quello meglio definito e presentabile.
Molto interessante la comparazione fatta da Bellanca con gli interventi realizzati su altri siti archeologici e su tematiche simili, risultati spesso grossolani e con l’uso di materiali impropri. Vittorio Sgarbi nelle conclusioni del suo intervento rivendicava il ruolo di colui che doveva scegliere, in tal caso aveva individuato nel progetto di Guido Canali, considerato il vero continuatore dell’opera di Francesco Minissi, quello che più rispondeva alle sue linee guida, già tracciate all’inizio del mandato.
La qualità dei progetti non è sembrata molto elevata ed il grado di definizione spesso approssimativo, occorre lavorare molto per individuare una soluzione architettonica plausibile ma soprattutto occorre pensare ai mosaici, senza di loro non avrebbe senso parlare di copertura per la tutela di un bene archeologico di grande valore per l’umanità intera. La progettazione di un luogo così importante non può essere risolto affidandosi ad un concorso internazionale, i tempi burocratici (almeno sei mesi solo per avere un parere e la designazione di un membro di giuria da parte dei Consigli nazionali Architetti e Ingegneri per il prossimo concorso delle cinque piazze a Catania), non aiutano il salvataggio del reperto archeologico. Non serve avere centinaia di proposte progettuali senza un preliminare indirizzo e soprattutto con un necessario approfondimento di tutti gli aspetti che coinvolgono la tematica. Una soluzione potrebbe essere quella di chiamare un numero ristretto di studiosi ed esperti (non solo progettisti) e farli lavorare entro un termine ragionevole per individuare soluzioni plausibili e di qualità, poi una equilibrata Commissione con riconosciuta scientificità, che affianchi chi deve scegliere.
L’esperienza di Piazza Armerina ha centrato l’obiettivo di comunicare all’esterno una situazione molto confusa, al punto che la realizzazione era stata ritenuta inopportuna dall’Assessore regionale ai Beni Culturali e inopportune anche le presenze dei funzionari regionali di riferimento alla tematica. Probabilmente era inopportuno alla politica ma molto utile all’Architettura. La Sicilia ha bisogno di una cultura del fare ed emarginare quella del non fare.

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