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Opinioni

Omertà


di Mario La Ferla
16/1/2005
Quando il 20 ottobre 2004 è andato in libreria il mio libro-inchiesta “Te la do io Brasilia-La ricostruzione incompiuta di Gibellina nel racconto di un giornalista detective”, pensavo in perfetta buona fede che in Sicilia avrebbe ottenuto un grosso successo. Perché? Ma è semplice. Il libro rievoca il terremoto del 15 gennaio 1968 che sconvolse l’intera valle del Belice. Fu un’autentica tragedia: centinaia di morti, migliaia di feriti, l’intera popolazione senza casa accampata in tende e baracche per più di vent’anni. Il sisma segnò una data fondamentale non soltanto per la Sicilia, ma per tutto il Paese. Perché dopo la tragedia del cataclisma ce ne fu un’altra, senza vittime, ma non meno grave della prima. La tragedia della ricostruzione delle città e dei villaggi del Belice. Partì con assurdi ritardi e si svolse all’insegna di errori clamorosi, di ruberie e di ingerenze mafiose. Nel clima drammatico delle promesse non mantenute nacque l’idea di ricostruire Gibellina. La città doveva essere speciale, assolutamente nuova, una capitale dell’arte moderna. L’idea del sindaco, il senatore e avvocato Ludovico Corrao, divenne realtà. A Gibellina arrivarono artisti di grande e solido prestigio da tutta l’Italia: architetti e urbanisti, scultori e pittori. Tra lo stupore della gente del Belice (che aspettava l’acqua e la luce, le strade e le scuole) e l’ammirazione di critici d’arte, intellettuali, storici, filosofi, politici, studiosi (che aspettavano l’avvento della nuova era sull’onda travolgente del ’68), Gibellina prendeva forma con i suoi palazzi scandinavi, i suoi boulevards parigini, i suoi innumerevoli monumenti disseminati tra strade e piazze, la sua chiesa di stile islamico, gli edifici che dovevano ricordare il Beaubourg. E subito divenne un caso nazionale, tra i più discussi e clamorosi del dopoguerra. I suoi creatori, architetti e urbanisti d’avanguardia, l’annunciarono come la città ideale, appunto una nuova Brasilia, Atene del tempo di Pericle, la città dove finisce il passato e comincia il futuro, centro della fantasia al potere e del riscatto di secoli bui della Sicilia. Dopo oltre vent’anni dall’inizio della costruzione, quando la sua fama si era diffusa nel mondo dove musei e gallerie, teatri e auditorium facevano già a gara per rappresentarla, Gibellina era diventata il simbolo dell’intera valle, nel bene e nel male, perché rappresentava più di ogni altro paese del Belice l’idea che l’opinione pubblica si era fatta della tragedia prima e della ricostruzione dopo. Oggi la nuova Gibellina è ancora al centro delle dispute dotte fra architetti e critici d’arte, in Italia, in Europa e oltre Oceano. C’è l’architettura prima di Gibellina e l’architettura dopo Gibellina, questo si insegna oggi negli atenei, nelle facoltà di Architettura e Ingegneria. Da una parte si afferma che Gibellina è un luogo straordinario dove desideri e deliri hanno potuto prendere corpo. Dall’altra si risponde: “Vergogniamoci tutti!”.
Ecco perché pensavo in buona fede che la mia inchiesta potesse suscitare interesse in Sicilia. Rievoca un periodo doloroso per una parte della popolazione, ma nello stesso tempo ricorda fermenti, entusiasmi, gare di solidarietà, progetti, utopie. E’ una data storica che nessuno, pensavo, in Sicilia avesse voglia di infischiarsene. Invece, tranne una frangia di persone –architetti, studiosi, alcuni volenterosi studenti di belle idee- i siciliani hanno deciso di mettere una pietra tombale sul Belice e sulla sua tragedia.
Me ne sono accorto dopo due mesi dall’uscita del mio libro. Una delusione cocente, un insuccesso personale di valutazione, un risentimento diffuso. Perché sulla Sicilia, stavolta, ho sbagliato di grosso. Ho commesso un errore madornale e imperdonabile, con tutte le aggravanti del caso. Perché io di Sicilia me ne intendo, o meglio, dovrei dire: me ne intendevo. Anch’io, come però molti siciliani per bene e anche ottimisti, mi sentivo autorizzato a pensare che la situazione generale dell’isola fosse un po’ cambiata. Da molto tempo a Palermo e nelle altre città “calde” non c’erano stati omicidi eccellenti e si era anche persa la traccia di quelle mattanze mafiose che fino a una decina d’anni fa erano ancora all’ordine del giorno. Questa constatazione insieme ad altre considerazioni di carattere sociale e culturale, e grazie soprattutto all’offensiva della magistratura, poteva far pensare a un lento ma graduale cambiamento di una nota e diffusa mentalità. La malavita organizzata esiste ancora e di questo ne siamo consapevoli. Soltanto che adesso ha cambiato pelle e prospera con il traffico della droga e con il commercio delle armi. E’ più potente di prima, ma agisce nell’ombra avendo rinunciato ai gesti eclatanti che allarmavano l’opinione pubblica, la stampa e la legge. Ci sono ancora i vecchi padrini? No, sembra proprio di no. Ci sono ancora gli antichi cerimoniali di sudditanza nei confronti degli uomini di panza? No, sembra proprio di no. E allora ci si illudeva che con il cambiamento delle forme della malavita organizzata potesse cambiare anche la diffusa mentalità mafiosa radicata nelle grandi città e nei villaggi siciliani. Era proprio una illusione. Mi sono sbagliato, perché la mentalità è rimasta. Anzi, mi sono accorto anche in occasione del recente viaggio fatto a Catania per presentare il libro nell’aula magna della facoltà di Architettura (a proposito: ancora grazie a tutti quelli che hanno contribuito a organizzare quella serata, soprattutto a Franco Porto, degno presidente dell'In/Arch Sicilia), che la famosa mentalità oggi attecchisce là dove una volta nessuno si immaginava che potesse mettere le radici.
Le aggravanti del mio errore di valutazioni sono rappresentate da quasi trent’anni di attività di inviato del settimanale “L’Espresso”. Mi sono occupato di mafia e di politica, di intrighi economici e di scandali finanziari, di morti eccellenti e complotti internazionali. Ho scritto inchieste sull’ascesa e sulla fine di Michele Sindona, sugli omicidi mafiosi in Italia e negli Stati Uniti, sulle connessioni tra Cosa nostra e importanti istituzioni, sulle guerre tra cosche che hanno insanguinato l’isola. Era inevitabile che mi imbattessi in situazioni e soprattutto in personaggi ingombranti: assassini di professione, ladri e malfattori di ogni specie, spie e banchieri spregiudicati, politici corrotti e giudici compiacenti, amministratori pubblici al soldo della malavita organizzata.
Rievoco tutto questo non certo per autocompiacermi, piuttosto per constatare che dopo quasi trent’anni vissuti pericolosamente, ma con grande soddisfazione professionale e personale, non pensavo di dovermi imbattere, alle soglie del 2005, in una situazione così spiacevole e tanto sgradevole, antipatica e deplorevole, come questa che devo affrontare per “colpa” del libro su Gibellina.
In particolare avevo seguito per “L’Espresso”, passo dopo passo, le fasi della ricostruzione del Belice. Avevo dato conto dei progetti, dei finanziamenti, le ruberie, e i sogni e le aspettative dei terremotati che per più di vent’anni hanno vissuto nelle baracche. L’idea di costruire una nuova Gibellina, all’inizio, mi aveva entusiasmato: perché non costruire in una regione tanto dimenticata dallo Stato una città ricca anche di opere d’arte? Poteva essere un segno di riscossa, un simbolo di rinascita e di voglia di ricominciare e di reagire alle ingiustizie. Poi, quando ho scoperto che la chiamata alle armi di architetti e urbanisti, scultori e pittori, implicava ritardi e imbrogli, ingerenze mafiose e sprechi per colpa di quelli che dovevano sovraintendere all’intera ricostruzione della Valle, ho scritto articoli che ancora oggi non mi vengono “perdonati”.
Gibellina è un sogno italiano infranto, una utopia umiliata, ridotta al rango di un fallimento generale. Tutto questo è raccontato nel mio libro, attraverso il racconto dei protagonisti, le testimonianze di chi ha vissuto quel lungo periodo doloroso, i documenti giudiziari che rievocano le inchieste sulla mafia e sugli amministratori, e scavando anche nei fatti per portare alla luce, dopo trentasette anni, retroscena inquietanti sepolti negli archivi dalla polvere del tempo, svelando il significato di episodi clamorosi destinati a essere avvolti per sempre dal mistero.
Ma tutto questo non si può dire alla fine del 2004, dopo 37 anni dal terremoto. Molti cittadini autorevoli di Palermo e dintorni si sono risentiti. Perché rievocare antiche storie di dolore e di malaffare? Perché fare i nomi e i cognomi di coloro che hanno sulla coscienza tanti misfatti? Perché fare questo “affronto” a tante persone “per bene” che oggi vivono tranquillamente come se nel Belice niente fosse avvenuto? Insomma, ho commesso un grave errore, anzi come qualcuno dice in Sicilia, un “errore”, tra virgolette, per far capire che non di semplice sbaglio si trattò ma di una vera e propria sfida a chi ancora conta da quelle parti e che non ama farsi ricordare.
Quando tre anni fa ho deciso di scrivere un libro su Gibellina, dal sisma del gennaio 1968 ai giorni nostri, ero consapevole di incontrare molti ostacoli nella ricerca di documenti e testimonianze. E così è stato. Ma il libro alla fine è venuto fuori: il parere di alcuni critici (Antonino Saggio tra i primi), di molti architetti (Franco Purini, che ha lavorato molto a Gibellina, si è detto entusiasta del libro), l’incondizionato consenso e appoggio di antiTHeSi nelle persone di Sandro Lazier e Paolo GL Ferrara, e il caldo e affettuoso sostegno del patron di Stampa Alternativa, Marcello Baraghini, mi hanno convinto che il lavoro svolto è buono.
Ma a Palermo e in tutta la valle del Belice questo non interessa. Non importa nemmeno che dopo 37 anni il libro abbia contribuito a smascherare alcuni inquietanti retroscena che stanno dietro alla ricostruzione. “Te la do io Brasilia” è considerato off limits. Nelle librerie non appare; i giornali di Palermo lo hanno ignorato nonostante fossero già state scritte almeno due recensioni. E a Palermo non è stato possibile fare una presentazione che era già stata prevista: erano previsti il luogo e la data. Poi tutto è stato buttato all’aria. A Palermo, ci è stato detto gentilmente, è meglio non fare molto rumore sul libro altrimenti l’ autore e l’ editore verrebbero sommersi da una valanga di querele. Ma nel libro tutto è documentato e niente si può smentire. Ma le querele intanto si possono fare, autore ed editore si dovranno presentare in tribunale, poi si vedrà. Ma avete idea che cosa vuol dire essere querelati? Io ho ricevuto nella mia carriera oltre 90 querele per diffamazione. Non sono mai stato condannato. Ma ho dovuto affrontare difficoltà di ogni genere: smentite, rischio di risarcimenti, processi lunghi e sfibranti. Una vita d’inferno. Questa è la nuova arma di chi, sentendosi minacciato da un libro, non vuole confrontarsi prima con i fatti e poi con le idee degli altri.
Tutto questo ricorda tempi antichi, ormai quasi dimenticati, tenuti in vita soltanto dalla letteratura e dal cinema: il proibizionismo in Usa. Ecco, a Palermo c’è aria di proibizionismo per il mio libro su Gibellina. Mi dispiace moltissimo che gli studenti della facoltà palermitana di Architettura e Ingegneria, che hanno dimostrato su un portale di battaglia la loro solidarietà nei confronti del libro desasparecido, non possano procurarsi una copia di “Te la do io Brasilia”. Il libro su Gibellina come una bottiglia di pessimo whisky negli anni 20 in America. Il paragone è assurdo e anche buffo, ma non siamo molto lontani da questa realtà.
Mario La Ferla

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