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Opinioni

PresS/Tletter? no, PresS/Tabloid


di Paolo G.L. Ferrara
8/2/2005
Brutta cosa la consapevolezza di essere stati emarginati dal contesto in cui, nel passato, si è fatto il bello e il cattivo tempo. A venticinque anni dall’apice del successo, Paolo Portoghesi arranca spaventosamente verso la ricerca di un passato che non c’è più, il che non è colpa di alcuno se non dell’inevitabile innovazione della società, che è la linfa vitale della “cultura”, ovvero il contesto in cui Portoghesi ha fatto, per l’appunto, il bello e cattivo tempo per molti decenni. E allora, se l’innovazione è identificata nella globalizzazione, ecco che è a questa che Portoghesi addossa la responsabilità dell’appiattimento del linguaggio architettonico, talmente forte da sfociare nell’omologazione, che non tiene più conto del luogo in cui gli edifici vengono progettati.
Per Portoghesi, infatti, l’architettura contemporanea è tesa alla ricerca di un “accresciuto valore pubblicitario derivante dalla contrapposizione rispetto al paesaggio e al tessuto urbano”, un'affermazione che annulla qualsivoglia contenuto possa avere l'architettura contemporanea, il che sappiamo non essere cosa fondata, tutt'altro.
Quello che più dispiace (senza ironia) è che una personalità comunque di indubbio rilievo per la cultura architettonica italiana, si sia auto esclusa dal dibattito proficuo solo per difendere delle posizioni anacronistiche, in crisi già negli anni ’80 e oggi definitivamente seppellite. Una posizione, questa di Portoghesi, che salta a piè pari il lavoro di critica storica che andrebbe fatto in riferimento ai significati delle architetture da lui criticate: piuttosto, si gettano tutte nel calderone dell’inutilità, della “irrefrenabile voglia di griffe” che -si dice- hanno gran parte degli architetti-star.
Architetti- star? Idiozia bella e buona, che è però oramai permeata (spesso con connotazione negativa) nelle modalità di espressione di molti critici. Eppure, tutti i grandi artisti sono automaticamente delle stars; il più è capire che significato si dà al termine “stella”. Indubbio che ci sia qualcuno che interpreta l’architettura quale mezzo per raggiungere popolarità, ma è bene fare molta attenzione: i nomi degli architetti famosi non sono conosciuti se non dagli addetti ai lavori, come d’altronde è sempre stato. Si provi a fare un sondaggio tra la gente comune e ne verrà fuori che Libeskind, Gehry, Eisenman, Meyer, Piano, Fuksas, Foster, etc. sono assolutamente sconosciuti al 90% di essa.
Di più: paradossalmente, questo stesso 90% conosce di certo Michelangelo, Palladio, Le Corbusier, Wright.
Ma non finisce qui. Michelangelo, Palladio, Le Corbusier, Wright sono conosciuti perché la loro architettura è parte integrante dei luoghi in cui la gente vive, il che però non significa che se ne conoscano anche i contenuti, ciò che spinse i progettisti ad esprimersi secondo quel determinato linguaggio. Detto ciò, tra molti anni Libeskind, Gehry, Eisenman, Meyer, Piano, Fuksas, Foster, etc.non ci saranno più, ma ci sarà la loro architettura, che non sarà più “griffata” (se mai lo è stata) bensì parte dei contesti in cui le generazioni future vivranno.
Reputo assolutamente pretestuoso che si parli di architetti-stars solo perché la loro popolarità è molto più immediata rispetto a quanto non lo fosse quella degli architetti del passato: è solo una questione di velocità della diffusione dell’informazione, niente di più. Lo sappiamo bene tutti quanti, dunque chiuso l’argomento.
Piuttosto, dovremmo interrogarci di come l’informazione possa oggi essere approssimativa, forse forzatamente, causa appunto la sua veloce diffusione: se non scrivi dappertutto, non esisti; se non sei citato in articoli, non esisti; se non sei invitato a questa o quella conferenza, non esisti. E se non esisti sei escluso. Tutto ciò è valido però solo per chi crede che fare architettura significhi avere visibilità, essere noti al grande pubblico, avere recensioni e citazioni che avvalorino le capacità professionali che si esprimono attraverso il progetto.
Leggendo l’articolo di Luigi Prestinenza Puglisi “Sono quattro le correnti di pensiero”, pubblicato su "Il Sole 24 Ore" lo scorso 29 gennaio, traspaiono quelle che sono le condizioni secondo le quali oggi ci si deve muovere per “esserci”.
Se qualcuno crede che, prima di affondare il coltello, tesserò le lodi di Prestinenza per tenermelo buono, bene, si sbaglia di grosso. Non ho mai messo in discussione le persone, bensì le loro idee, il che dice tutto.
L’articolo citato è quanto di più pericoloso possa essere scritto, pericoloso perché si rischia nuovamente di fare cadere tutti nella trappola delle codificazioni, rischio ancora più da evitare se è vero che l’architettura italiana sta da anni facendo un grande lavoro per mostrare le sue qualità. La morte di Philip Johnson, più che l’enfasi delle celebrazioni, dovrebbe evidenziare i danni che la codificazione arreca all’architettura e farci riflettere su quanto insidioso sia cercare di farlo nuovamente, soprattutto alla luce delle critiche che lo stesso Prestinenza non ha mai lesinato a Manfredo Tafuri e alla sua irrefrenabile voglia di catalogare la ricerca italiana del secondo dopoguerra, decretandone poi il fallimento.
Ora, il citato articolo è un elenco ben ponderato dall'autore, in cui rientrano molti di coloro che stanno muovendosi alla ricerca di visibilità extra progettuale, progettisti non certo di livello tale da potere essere considerati parte della nuova generazione italiana e tra i quali si trovano gruppi e singoli le cui opere costruite...sono ancora su carta. Mettere di tutto un pò solo per non scontentare nessuno è un grave errore di gestione della posizione di critico-storico che Prestinenza rappresenta, soprattutto se consideriamo che la sua PresS/Tletter è nata con l'obiettivo di svolgere un ruolo d’informazione di un certo rilievo, usando come va usato il sistema della e mail. Ciò che più mi stupisce è che Prestinenza si comporti esattamente come fanno tutti coloro che lui stesso fustiga nell’articolo pubblicato su “L’Arca” del gennaio 2005 (in cui critica aspramente -e condividiamo- il modus in cui si svolgono i concorsi in Italia):"[...] Vi è, infine, il ruolo della stampa. Il professionista, non pago di fare insieme il critico e l’accademico tenderà anche a controllare una testata, sia questa un triste ma ben finanziato bollettino di dipartimento o una rivista a diffusione nazionale. Può servire come strumento di scambio, di pressione e come vetrina dove scrivere articoli di apprezzamento in cui, in attesa di favore, modestissime figure vengono paragonate ai grandi e libri noiosissimi passati per fondativi da recensori dilettanti che non esitano a scomodare pensatori mai letti [...]”.
Suddividere -per l’ennesima volta nella storia- in categorie l’eterogeneità della ricerca italiana significa castrarla e, soprattutto, trasmettere un messaggio davvero poco attendibile, utile esclusivamente agli architetti citati affinché ne sia legittimata l’esistenza. Il più è che molti di essi altro non sono che dei manieristi veri e propri e non certo nell’accezione positiva del termine, nonostante cerchino di infarcire i loro progetti di profondi significati che, ad un’attenta analisi, risultano assolutamente enfatici.
Ma di questo argomento parlerò in una serie di appositi articoli di prossima pubblicazione, in cui esaminerò i singoli progettisti citati dall’autore. Per adesso, non resta che rammaricarsi del fatto che Prestinenza abbia sforato oltre i margini di “This is tomorrw”, un testo che di contenuti ne aveva di certo, soprattutto perché ci poneva davanti a delle inevitabili riflessioni sulla situazione contemporanea della ricerca.
Ma anche nella PresS/Tletter c’è qualcosa che non quadra: le interviste ai protagonisti sono più da rivista popolare che non da giornale critico. Pochi degli intervistati hanno saputo trasmetterci con poche parole il loro pensiero (Purini, Pica Ciamarra, Savi, e pochi altri). Soprattutto, sono interviste poco educative per i giovani architetti: domande del tipo “il nome di un edificio famoso che non le piace affatto”, senza che chi risponde possa approfondire i “perché”, nascondono insidie di grandi fraintendimenti, oltre a non essere, francamente, di spessore critico. Il “gioco dell’aereo” è poi davvero da evitare, tanto privo è di contenuti.
Capisco bene che per molti sconosciuti l’essere intervistati da Prestinenza è il mezzo per apparire più facilmente, ma non è colpa loro...bensì di Prestinenza stesso, che dovrebbe capire chi può dare contributi propositivi attraverso queste interviste “tra il serio e il faceto”, e chi no. La prova? basta leggerle tutte e salterà subito all’occhio chi ha saputo dare risposte adeguate al tipo d’intervista e chi si è preso troppo sul serio (gli sconosciuti, appunto). Ad esempio, quando gli intervistati affermano che una certa architettura li repelle, sarebbe il caso che ci dessero le opportune spiegazioni dei “perché”. E, mi spiace, ma la scusante che si tratta di un gioco non mi convince assolutamente: Prestinenza è un critico, e allora deve esserlo, sempre, lasciando i giochini a chi del critico non ha lo spessore. Riuscire a recuperare le premesse con cui è nata PresS/Tletter è un’operazione non più procrastinabile: in caso contrario, gli obiettivi culturali su cui Prestinenza l’ha ideata si ridurranno ad un notiziario davvero poco utile che oggi, oltre a fare ombra a quanto di qualità Prestinenza stesso pubblica sul suo sito personale, rischia di fare ombra ad interventi eccellenti quali quelli di Diego Caramma o al pungente “Ipse dixit” di Luca Guido. Sono questi due casi che dimostrano che Prestinenza, comprendendone il valore e le potenzialità, sa ben scegliere a chi accordare fiducia e possibilità. Ma è per questo che davvero non mi spiego perché lo stesso debba fare con chi (e Prestinenza lo sa bene) non vale a tal punto da essere citato nelle suddette categorie. Il più è che in esse mancano gruppi quali quello di Alberto Iacovoni (ma0), architetto che merita tutta l’attenzione possibile per le sue certe capacità. Ma forse, non riconoscendosi in alcuna categoria, chi non è stato citato è semplicemente contento di non esserlo stato, e magari qualcuno dei citati...non avrebbe voluto esserlo. Chissà.

Luigi Prestinenza Puglisi risponde:
Caro Paolo Ecco le mie risposte alle tue puntuali osservazioni. 1. E’ vero che il fatto di appartenere allo Star System poco dice della bravura o meno di un architetto. Ma è anche vero che da un po’ di tempo, a mio parere, alcune star girano a vuoto godendo di una rendita di posizione che spesso li spinge a essere la brutta copia di se stessi. Penso alle ultime cose di Libeskind alla, per me, non convincente installazione di Eisenman a Castelvecchio e alla pessima della Biennale. So che su questo non siamo d’accordo. Mi rendo conto che dovrei articolare maggiormente l’argomentazione, ma per ragioni di spazio adesso la butto come una affermazione e presto spero di tornarci. 2. Il mio articolo sul Sole 24 ore che tu citi –è vero- tenta una veloce catalogazione. E’ la mia malattia: io credo che le catalogazioni siano utili. Devi però considerare due cose. Primo: che alla catalogazione avrebbero seguito articoli più motivati su ciascuno studio che, difatti, da un paio di numeri appaiono con scadenza settimanale su Edilizia e territorio. Secondo: che la catalogazione non implica giudizi di valore ma è solo un modo strumentale di ordinare un panorama altrimenti confuso. Una cosa è dire che le persone possono essere divise in un certo modo, altra pensare che chi fa la catalogazione ami indistintamente tutto. Del resto nell’articolo parlo esplicitamente di esperienze di differente intensità. Come sai, sono per esempio critico verso coloro che chiamo post-tradizionalisti. Ma non voglio cadere nell’errore di far finta che non esistano e mettere tutto nel calderone dell’indistinto. Inoltre ciò non toglie che alcuni di questi architetti che io definisco post-tradizionalisti abbiano prodotto edifici di valore, anche se suscitatori di interrogativi che – ripeto- con un giudizio motivato su di loro e sulle loro opere tratterò nei prossimi numeri di Edilizia e territorio. 3. Riguardo a Tafuri, non mi risulta che le sue colpe siano nella catalogazione. Semmai nell’aver ignorato o sottovalutato fenomeni importanti quali le correnti radicali e sperimentali, nell’aver tentato di uccidere la critica operativa e di aver dato spazio smisurato agli storicismi formalistici e alla triade Quaroni, Gregotti, De Feo. 4. Riguardo alla mia posizione, faccio il critico e basta. Non ho attività professionale. Campo grazie a un’altra attività che non ha niente a che vedere con la critica. Dall’insegnamento universitario di un corso di storia contemporanea, che faccio con estremo piacere, di cento ore traggo 600 euro lordi all’anno, ripeto: seicento euro lordi l’anno. Non vedo nulla di male, in termini di incompatibilità, se dirigo la presS/Tletter che ho inventato e che oltretutto è gratuita e si pone il compito di fare critica e informazione. Permettimi ma la tua affermazione a riguardo della confusione dei ruoli è infondata e velenosetta. 5. Per quanto riguarda presS/Tletter non ti sarà sfuggito che suo obiettivo è porre una serie di punti di vista molto precisi ( con l’Opinione, Focus ecc…), dare informazione anche intelligentemente tagliata ( Ipse dixit, libri, cinema…) ma essere totalmente aperta al dibattito e a tutti i punti di vista e a quello che succede. Chiunque, purché nei limiti della legge e nel campo dell’architettura, può dire quello che vuole. Chiunque organizzi qualcosa avrà spazio. 6. Mi accusi che le interviste siano frivole, da rivista popolare. Ti rispondo dicendo che è sciocco voler essere sempre seri. Inoltre molte verità scomode traspaiono dietro le domande che possono sembrare sciocche. A una domanda secca non si scappa. E si risponde anche non rispondendo, eludendo la domanda, dando risposte poco acute. Non sempre c’è bisogno di chiedere il perché di una preferenza. Tu mi dici: “Prestinenza è un critico e allora deve esserlo sempre”. Io ti rispondo: io non sono sempre un critico, ma comunque credo che si possa fare critica in molti modi. Quando tutte le interviste saranno insieme, vedrai che spaccato dell’architettura italiana che ne uscirà. 7. Mi dici che nella lista del Sole mancava Ma0. Hai ragione, per non so quale strana ragione –sbagliata- considero Ma0 come una derivazione di Stalker e quindi se cito uno –ripeto: a torto- non cito l’altro. E di bravi architetti ne mancavano altri. Me ne dolgo ma questo è il pericolo di qualsiasi elenco. In un numero successivo di Edilizia e territorio Molinari ha citato altri trenta architetti molti dei quali mi ero dimenticato. Segno che la situazione è migliore di quel che le riviste fanno trapelare. A proposito, quando è che con Antithesi vi occuperete di parlare monograficamente degli architetti italiani e dei giovani? Aspetto anche di avere da te l’elenco di coloro che io cito come architetti di un certo interesse ma che, a tuo giudizio, non lo sarebbero e si starebbero muovendo solo – cito le tue parole- alla ricerca di visibilità extra progettuale. Spero di aver risposto a tutto… Amici più di prima Luigi

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