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Storia e Critica

Intervista a Attilio Terragni


di Paolo G.L. Ferrara
18/5/2005
Paolo G.L. Ferrara intervista Attilio Terragni alla chiusura delle manifestazioni per l'anno dedicato a Giuseppe Terragni.

Si è chiuso l’anno delle celebrazioni. Hai la certezza che sia servito all’obiettivo di Zevi di rendere contemporaneo Terragni? Inoltre: era anche il tuo o la vedi in modo diverso?

All’inizio della sua avventura il Comitato ha certamente ereditato una situazione un po’ difficile sul tema di Terragni architetto contemporaneo. La sua figura di architetto era fissata in un ritratto “ufficiale” di architetto e intellettuale con un difficile passato. Parallelamente le sue opere erano presentate analizzando la cronaca e la storia dei numerosi progetti senza però recuperare e far emergere una sua propria e vera autonomia rispetto al movimento moderno dei maestri della prima generazione (come aveva fatto Zevi). Ad esempio, nel 1993, dopo cinque anni di ricerche e archiviazioni dei documenti conservati nel Centro Studi Terragni a Como, la mostra monografica alla Triennale di Milano é stata l'occasione per pubblicare la schedatura completa della sua opera e per passare in rassegna analiticamente tutti i progetti, per fornire apparati documentari eaustivi, per sistemare i numerosi disegni, schizzi e lettere conservate nell'archivio. Ma purtroppo con la fase di rigida catalogazione é andata persa l’importanza assoluta dell’opera. Giuseppe Terragni aveva infatti accuratamente evitato di teorizzare la sua opera lasciando pochi indizi tra i documenti d’archivio.
Per trovare spiragli (e non certezze) sul valore contemporaneo della personalità di Terragni il lavoro del Comitato ha proposto la seguente strategia: di imparare da Terragni che “l’architettura è un’arte sociale che appartiene ad ogni cittadino e influenza ogni essere umano, ogni famiglia, ogni bambino e la memoria di ogni Nazione e di respingere i recenti tentativi di vedere l’opera di Terragni come una semplice idea formale di architettura all’inizio del mondo moderno”.  Da qui tutta la sequenza dei programmi e soprattutto la pubblicazione dell’Atlante Terragni che contiene le più belle immagini della sua architettura realizzate dal dopoguerra.


Come mai in nessun evento è stato ricordato l’impegno di Zevi? Eppure è stato il primo, nel 1968, a proporre una critica che sdoganasse Terragni dalla costrizione di architetto tipicamente funzionalista e, soprattutto, fascista, presentandone viceversa il valore più grande: quello di precursore del superamento stesso delle istanze razional/funzionaliste.

Non credo che Zevi avrebbe voluto essere molto presente o perlomeno mi azzardo a dire di non poter conoscere il modo che a lui sarebbe parso più opportuno per partecipare alle manifestazioni. Zevi era una personalità molto decisa: e mi disse una volta che il suo lavoro su Terragni era terminato.
In ogni caso: quale miglior dedica a Zevi che l’istallazione di Dan Graham? Quale miglior evento che vedere la casa del fascio illuminata da immagini multimediali? Credo che la nostra fotografia simbolo della giornata inaugurale gli sarebbe piaciuta moltissimo.


Abbiamo incontrato Eisenman, Libeskind, Isozaki, Purini, Portoghesi, personaggi noti e affermati. Come mai nessun giovane architetto italiano è stato coinvolto? Non credi che la contemporaneità di Terragni abbia bisogno di essere coltivata soprattutto dai giovani progettisti italiani?

La forza con la quale Terragni ha agito sulla sua epoca è fondata in ultima analisi nell’aver rivelato a una cultura della perfezione e della compiutezza tutta l’intima problematica del concetto stesso di forma se non riferita a un preciso contesto sociale.  E’ un tema molto difficile per tutti e anche per i giovani architetti italiani. Siamo tutti  educati nelle  università tra formalismo e tecnicismo. 


Quanta ignoranza pensi ci sia sul vero peso culturale avuto da Terragni?

Tra la nostra società e il raffinatissimo operare degli anni 30 non credo ci sia più una tensione se non per pochi tifosi. Nell’opera di Terragni si tratta di determinare la portata e i limiti di una conoscenza tecnica o il benessere che questa architettura ha portato alla felicita’ umana o se e’ stata o no l’espressione sincera o fatale di un sistema politico. Tutti temi molto lontani dalla pratica corrente: basta prendere un sito che mostri i risultati dei concorsi di architettura italiani. Ma siamo ottimisti: abbiamo appena riniziato a ripensare a Terragni per fare tornare l’idea che l’architettura può raccontare la storia dell’animo umano.


Personalmente, come ho scritto su antithesi,  ho avuto l’impressione che l’evento della celebrazione non abbia sfruttato appieno le potenzialità che aveva e che, in fondo, si sia trattato esclusivamente di una commemorazione senza effetti proficui rispetto il “fare cultura”. Ad esempio, non è stato organizzato neanche un incontro con gli studenti di architettura che potesse mostrare loro le opere di Terragni e fargliene comprendere il significato. Come mai non c’è stata (o non si è concretata) la giusta sinergia con le facoltà di architettura?

Ho dato un occhio alle statistiche. Alle mostre e agli eventi abbiamo avuto una larga partecipazione di scuole medie, di licei e di studenti stranieri (il centenario è stata la manifestazione con più visitatori di ogni altra precedente iniziativa su Terragni). Questo risultato è stato ottenuto senza che nessuna facoltà di architettura italiana si sia mostrata attiva nel promuove visite o altro. L’indifferenza credo sia nata, oltre che da una certa consueta pigrizia, dal diffuso sospetto accademico che le iniziative di questo Centenario hanno mostrato un Terragni completamente diverso da quello divulgato nelle università: cioè come un’opera che potrebbe ancora cambiare il nostro modo di vedere il mondo.

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