Bravo Eisenman. Anzi, no

Storia e Critica

Bravo Eisenman. Anzi, no


di Vilma Torselli
9/7/2005

Il Memoriale dell'Olocausto di Berlino, progettato da Peter Eisenman, è l'ultimo in ordine di tempo, ma certo non sarà l'ultimo quanto a realizzazione (presto prenderà il via un nuovo Museo dell'Olocausto a Ferrara) eretto a celebrare l'olocausto per antonomasia, quello del popolo ebraico. Fra tutte le etnie oggetto di massacri e repressioni sanguinarie nella storia recente, dai ceceni sterminati o deportati da Stalin, ai rom eliminati da Hitler, ai serbo-croati vittime di un'insensata guerra fratricida, alle vittime del genocidio armeno di inizio secolo, o di quello curdo dei più recenti anni '70, gli ebrei sono sicuramente quelli che di più o in vece o in nome degli altri si sono fatti carico di conservare viva la memoria dell'olocausto del loro popolo.
Attraverso varie iniziative come la costruzione di musei dell'olocausto, monumenti all'olocausto, memoriali dell'olocausto, l'istituzione di giornate mondiali dell'olocausto ecc…., il popolo ebraico continua ad inviare al mondo un messaggio ecumenico che riguarda indifferentemente l'umanità intera, anche se ciò non cancella del tutto l'impressione che l'olocausto venga in realtà trattato un po' come una faccenda privata, di famiglia, con la celata convinzione che solo un ebreo possa capire la nefandezza di quanto accaduto al popolo ebraico, avendolo vissuto sulla propria pelle, o su quella del proprio padre o del proprio nonno: tant'è che, ad ogni buon conto, quando si tratta di costruire mausolei, l'incarico viene affidato volentieri ad architetti ebrei o di origine ebraica, Daniel Libeskind e Peter Eisenman, tanto per fare due nomi.
La finalità è una sola: non dimenticare. Ma le tragedie umane si associano ad un sentimento squisitamente umano, sconosciuto agli altri esseri viventi ed invece pervicacemente coltivato dall'uomo: l'odio. Gli altri animali uccidono per necessità, l'animale uomo, unico sulla faccia della terra, uccide anche senza che ce ne sia il bisogno, né il motivo, né la ragione, uccide perché odia. L'odio è l'origine e la causa da cui scaturisce la tragedia, e rimane come residuo nocivo, dopo che si è consumata, nell'animo degli spettatori, dei superstiti e dei parenti delle vittime, cosicché rinfrescare il ricordo di una tragedia vuol dire anche dare nuova linfa all'odio. Il risultato è uno solo: non dimenticare l'odio. Si tratta di un rapporto di causa-effetto, frutto di un'associazione di idee elementare ed automatica, immancabilmente confermato anche quando il discorso viene condotto entro i limiti di una dignitosa compostezza, in assenza di ogni sentimento di rivendicazione e di vendetta.
La scelta di Eisenman è antimonumentalistica, minimalista, senza concessioni celebrative, non si preoccupa di piacere, non cerca consenso, egli stesso dichiara "Non voglio che i visitatori si commuovano per poi andar via con la coscienza pulita", puntando sull'originalità di una soluzione architettonica che di architettonico non ha molto: Peter Eisenman è forse oggi l'unico a fare vera architettura concettuale, legata non alla forma ma al concetto della forma, con connotazioni linguistiche talmente anomale da renderla assolutamente inclassificabile.
Il Memoriale di Berlino è architettura? è scultura? è installazione? Non c'è niente di criticabile in questa indefinitezza, o plurisignificanza, del resto Eisenman come architetto è un bravo scultore, mentre come scultore è un bravo architetto.
Che importanza ha stabilire cos'è ciò che ha realizzato, è ciò che ognuno vuole che sia, in quel tempo ed in quel luogo. Il discorso presenta interessanti correlazioni, facilmente rintracciabili se si osservano in parallelo arte e architettura contemporanee, con il pensiero di Christian Boltanski, francese di padre ebreo, artista del filone concettuale tra i più importanti nel panorama contemporaneo: straordinario poeta della memoria, Boltanski mette in scena il passato ed il tempo che scorre in disordinati cumuli di indumenti simili ad ipotetici resti di una reale Shoà, affinché vengano toccati, manipolati, restituiti a nuova vita, costruisce suggestive installazioni con macrofotografie di persone anonime e ordinarie, dedicando loro un atipico mausoleo, mette a disposizione delle nuove generazioni un archivio sui generis di memorie e ricordi, raccontando il passato a modo suo, il modo di un uomo che con commovente essenzialità enumera i membri della sua famiglia in un'ordinata serie di steli riportanti semplicemente la data di nascita e di morte, fredda parentesi cronologica che, con pudore estremo dei sentimenti, racchiude in pochi numeri il ciclo vitale di persone amate, un uomo che riesce a toccare il nostro animo con la semplice presentazione di uno sterminato campione di umanità catalogato per ordine alfabetico in 2.639 elenchi telefonici che riportano Les abonnès du télèphone di tutto il mondo.

E' immediato il richiamo ai 2.700 parallelepipedi di calcestruzzo del memoriale di Eisenman, una selva di steli monolitiche che paiono altrettante opere di art brut, identiche per materiale, colore, dimensioni ed orientamento spaziale, indifferenziate se non per un diverso aggetto dalla quota del terreno, con effetto onda. In entrambi i casi, i due autori delegano all'osservatore il compito di guardare e lo sforzo di comprendere attraverso una riflessione attiva, non già attraverso la memoria passiva di un evento non vissuto in prima persona e neppure raccontato secondo i comuni canoni della narrazione.
Tuttavia, seppure nella varietà di linguaggi anche molto distanti, le memorie di una tragedia vista attraverso gli occhi delle vittime finiscono per assomigliarsi un po' tutte, come induce a pensare il confronto che ho appena riportato, quello che mi sembrerebbe assai più interessante è invece una visione delle stesse memorie passata attraverso gli occhi dei carnefici.

E' ciò che fa Anselm Kiefer, allievo di Joseph Beuys, pittore, scultore e architetto sicuramente grande anche senza una laurea ufficiale, tedesco nato nel cuore della Selva Nera che, a partire dagli anni '80, focalizza la sua ricerca tematica e formale sullo sterminio degli ebrei, con il coraggio di indagare il tabù rappresentato, per la Germania di oggi, da un passato ingombrante attorno al quale pare inutile ogni tentativo di rimozione..
Da sempre interessato a comporre in una dimensione dialettica cultura greca ed epica wagneriana, storia recente e eroici miti arcaici, "elementi accettati e costitutivi della tradizione culturale tedesca con le loro inaccettabili conseguenze storiche" (Alessandro Tempi), Kiefer opera costantemente in bilico tra greve matericità ed aspirazione mistica, ultimamente ricorrendo ad una tipologia scultorea, ma soprattutto architettonica, la torre, di alto significato spirituale, in simbolica salita verso una realtà metafisica .
Ferro, piombo, materiale di forte valenza alchemica, e grandi blocchi di cemento prefabbricati, talvolta dimensionalmente modulati sul container che li trasporta, sono gli elementi usati per comporre installazioni architettoniche mastodontiche, inamovibili strutture site specific pesantemente attaccate alla terra, le stesse che il Memoriale di Eisenman pare reiterare amplificandole con ossessiva ripetitività.
Ma se sul Memoriale aleggia il senso cupo di una tragedia, quella del popolo ebraico, ineluttabilmente compiuta e consegnata alla storia, nell'opera di Kiefer quella tragedia si identifica nella dolorosa sconfitta morale di un popolo, quello tedesco, che ancora oggi lotta con i suoi fantasmi peggiori: così l'opera di Kiefer, tedesco della Selva Nera, diventa il più commovente memoriale che sia mai stato dedicato all'olocausto degli ebrei, senza nessuna committenza specifica, senza nessun legame etnico, senza scelte partigiane o nazionalistiche, un memoriale della pietà, del pentimento e del perdono. Per dimenticare l'odio. Differenti chiavi di lettura dello stesso dramma che fanno riflettere su come l'originalità di un progetto stia essenzialmente nell'originalità del punto di vista, nella capacità di guardare con occhi nuovi le tragedie di sempre. E questo Eisenman non è riuscito a farlo.

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