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antiTHeSi

Opinioni

Con il CoDiArch per il Consiglio dell'Ordine di Milano


di Paolo G.L. Ferrara
10/11/2005

Premessa

Una doverosa precisazione: pur se consapevoli che l'argomento riguarda specificatamente gli architetti della provincia di Milano, questo articolo si è reso necessario causa l’assoluta mancanza di organizzazione da parte dell’Ordine di Milano in merito ad incontri aperti con gli elettori durante i quali potere loro proporre il programma delle singole liste. Solo ieri sera, 8 novembre, alla vigilia dell'apertura dei seggi, si è svolto un incontro/dibattito tra i candidati. Nonostante fossimo appena 70/80 presenti, si è avuto un leale, pur se duro, contraddittorio tra il CoDiArch e l'attuale consiglio in carica. Sono intervenuti anche i rappresentanti delle altre liste, per i quali AntiTHeSi è assolutamente disponibile a pubblicare i loro eventuali articoli finalizzati a presentare il proprio programma. Convinti come siamo che l’uso del mezzo d’informazione sia patrimonio di tutti, pubblicheremo chiunque lo desiderasse, primi fra tutti i candidati di altre liste. Nel frattempo, per chi fosse interessato, ecco il link dell'Ordine degli architetti di Milano in cui trovare tutte le indicazioni in merito alle elezioni: www.ordinearchitetti.mi.it/news/novita.html
La Redazione


Ho sempre schivato le questioni politiche, le affiliazioni a gruppi di potere, la compromissione con le Istituzioni finalizzata a dare vita a nepotismi, clientelismi e spartizioni di incarichi.
Mi sono sempre tenuto molto distante da tutto quanto la politica ordisce pur di continuare ad essere gestore, e non garante, dei nostri diritti. Ciò non significa avere fatto qualcosa di eccezionale ma solo l’avere semplicemente scelto di essere uno dei tanti professionisti che credono che non si debba “raccattare” lavoro, bensì svolgerlo con onestà intellettuale.
Ed è proprio questo il “credo” del Co.Di.Arch (Comitato in difesa degli architetti): ecco perché, non appena mi è stato chiesto di fare da capolista per l’elezione del nuovo Consiglio dell’Ordine degli Architetti, Pianificatori, Paesaggisti, Conservatori di Milano, ho accettato, senza alcuna riserva.
Certo, la battaglia è pressoché impossibile da vincere, ma mi stuzzica l’idea di potere creare uno schieramento che possa entrare in contraddittorio propositivo con chi gestirà quello che, con i suoi 12.000 iscritti, è considerato l’Ordine più potente d’Italia. Correggo: non 12.000, ma 10.000 iscritti, perché gli altri 2000 andranno a formare l’Ordine di Monza…proprio in contemporanea con il rinnovo del Consiglio di Milano. Una mossa abbastanza ambigua, ma di cui non ci resta che prendere atto e passare oltre.
Dicevo che l’Ordine di Milano è considerato il più potente d’Italia, il che, di per sé, è già una cosa che non mi piace assolutamente: perché mai un Ordine dovrebbe essere “potente” se, in teoria, non è di certo finalizzato ad essere una lobby?
Dunque, preferisco definire l’Ordine di Milano quale avente un ruolo di certo importante ma, soprattutto, obblighi importanti verso i suoi 10.000 iscritti, in primis la loro tutela.
Sembra infatti che la tutela architettonica sia oggi da intendersi solo quale fatto prettamente paesaggistico e storico, la qualcosa è di per sé encomiabile. Ma chi tutela gli architetti? O meglio: chi tutela in modo equo tutti gli architetti, a prescindere dalla singola posizione professionale, in alcuni casi legata ai gruppi di potere, e in moltissimi casi legata esclusivamente alla fatica di lavorare per potere vivere?
Sia chiaro: per quel che intendo essere il garante di tutti, non m’interessa assolutamente spulciare archivi e ricercare notizie denigranti quel collega o quell’altro. No, perché le candidature a presiedere un’Istituzione, qualsiasi essa sia, devono essere finalizzate a dare vita a dei programmi nati da ciò che si pensa, il che deve escludere necessariamente l’attacco personale indiscriminato a chi si candida con programmi diversi.
Non ha senso alcuno attaccare per denigrare, piuttosto, è molto più fruttifero esporre le proprie idee per poi, lasciando la parola ai votanti, verificare quanti di loro le condividono.
Ecco che, in primo luogo, il programma -stilato con il CodiArch tutto- pone quale prima necessità il garantire che l'Ordine professionale, finanziato dagli iscritti, funzioni effettivamente come un'associazione di imprese che tuteli equamente tutti gli iscritti, così come inteso nel diritto e nella giurisprudenza comunitari, evitando ogni e qualunque restrizione concorrenziale che avvantaggi singoli iscritti o gruppi di iscritti.
Come è noto, l’Ordine basa la sua credibilità su di un Codice Deontologico che tutti gli iscritti, più che tenuti ad osservare, dovrebbero sostenere con la loro credibilità di professionisti. Ora, per quanto il Codice Deontologico sia necessario, altrettanto lo è la sua revisione in riferimento a tutte le norme in esso contenute che contrastano con il Diritto Comunitario.
L’Italia è assolutamente indietro rispetto l’Europa e, soprattutto, vive di vita propria come se all’Europa non appartenesse. Infatti, che senso logico ha l’essere “cosa altra” rispetto quanto succede nel resto della Comunità Europea? Forse la paura di non essere competitivi? O meglio, la paura di essere “invasi” dagli stranieri e, di contro, non avere la possibilità di lavorare noi in casa loro?
La questione sollevata dalla famigerata “lettera dei 35” testimonia infatti che abbiamo paura di perdere privilegi sul territorio nazionale, il che la dice lunga su quanto “protezionismo” vige nel nostro settore: protezionismo tra pochi e proibizionismo per molti, se è vero che, ad esempio, per potere partecipare ad un concorso si deve necessariamente avere un fatturato astronomico ed un curriculum altrettanto portentoso. Tutto ciò alla faccia dei giovani professionisti, quelli per cui mettersi in proprio è già un miracolo, e che, a miracolo avvenuto, non possono sperare di potere esprimere le loro qualità anche attraverso il confronto con colleghi più grandi ed esperti: il confronto è solo sul fatturato, e lo si perde platealmente. Piuttosto, perché non dare la possibilità di confrontarsi esclusivamente sulle qualità progettuali? E perché non farlo attraverso il pubblico dibattito con la giuria esaminatrice?
L’Ordine, oltre ad essere controllore della nostra professionalità, dovrebbe anche essere il garante della nostra crescita professionale e, per avvalorare tale ruolo, dovrebbe periodicamente promuovere il lavoro degli iscritti attraverso dibattiti, mostre, pubblicazioni, il tutto senza preclusioni di sorta, prime tra tutte quelle legate ad una precisa “scuola”: chiunque, qualsiasi linguaggio parli, ha diritto allo stesso trattamento.
Puntare sui giovani significa dare loro la possibilità di esprimersi e non, viceversa, vincolarli ai fatturati e alla periodica verifica delle loro capacità. Altro punto, quest’ultimo, di assoluto anacronismo se è vero che l’esame di stato dovrebbe essere prova garante della professionalità, se pur sulla carta, dei laureati. Viene il sospetto che dietro la volontà di sottoporre tutti noi alla verifica periodica delle nostre capacità ci sia un business niente male: l’istituzione di corsi di formazione continua farebbe girare parecchio denaro e toglierebbe agli iscritti la possibilità di aggiornarsi dove e come essi reputeranno più conveniente, senza tralasciare il fatto che è il mercato del lavoro stesso a sottoporci continuamente all’esame della nostra professionalità. Non sarebbe più utile per l’architettura tutta che gli Ordini si attivassero per il sostegno all'innovazione e alla ricerca in campi affini, collegati o alternativi, per creare nuove opportunità di lavoro?
Lo sfruttamento dei più giovani è prassi, anzi, quasi “prassi legale”, soprattutto se si considera che è noto quanto molti studi professionali attuino un vero e proprio turn over tra gli stagisti in modo da non doverne pagare alcuno (e tralasciamo la vergognosa abitudine di trattarli quali manovalanza da fotocopia).
L’architetto è destinato ad essere “precario” finché non riesce ad imboccare la giusta strada (da intendersi quale quella che non sottintende compromissioni politiche e altri potentati), ma non tutti riescono nello scopo: la maggior parte è destinata a lavorare quale “dipendente”, la qual cosa non è certo denigrante ma è però soggetta ad una serie di tarature professionali che non sono certo il massimo per chi è, legalmente, un libero professionista.
Si rende perciò necessario un costante monitoraggio da parte dell’Ordine sul mercato del lavoro, finalizzato alla tutela di tutti gli architetti, iscritti e non.
Monitoraggio che deve espandersi sino alla verifica di come operano le pubbliche amministrazioni (spessissimo veri e propri soggetti attivi della restrizione concorrenziale) rispetto gli incarichi professionali conferiti: sarà forse difficilissimo, ma finché qualcuno non ci tenterà, estirpare il malcostume della spartizione politica degli incarichi sarà di certo impossibile.
Ma l’invasione/ingerenza nell’ambito architettonico, oltre che per gli speculatori e per una certa parte della politica senza scrupoli, è un gioco da ragazzi anche per i geometri e per gli ingegneri, questa però del tutto legale, visto e considerato che possono anche queste due categorie di professionisti avvalersi del timbro del loro Ordine e firmare così ogni sorta di progettazione edilizia.
Anche l’architetto può fare altrettanto? Mica vero: quanti architetti firmano calcoli strutturali? E quanti di loro sono costretti a sbrigare pratiche catastali solo per potere sopravvivere? Sempre più, stiamo perdendo dignità professionale perché non abbiamo mai avuto il coraggio di pretendere la netta distinzione tra i ruoli di architetto, ingegnere, geometra, ed è così che ciò che più di ogni altra cosa siamo delegati a fornire, ovvero la qualità del progetto architettonico, viene spesso lasciata all’arbitrio di geometri ed ingegneri, professionisti indubbiamente altrettanto preparati tecnicamente ma che non sono stati formati per produrre la richiamata qualità architettonica.
Da qui l’indispensabilità di creare i giusti limiti tra gli ambiti professionali delle tre categorie, impegnandosi affinché qualsiasi progetto veda il coinvolgimento dell’architetto quale garante della qualità. Ovviamente, si confida che l’architetto stesso si autogarantisca attraverso la personale preparazione, non trascurando che ciò deve avvenire sin da prima della laurea.
La laurea: …altra dolente nota esempio di come sia mal gestito anche l’ambito universitario attraverso la farsa dell’Esame di Stato. Quanti di noi possono dire di non considerarlo una vera e propria lotteria? Quanti di noi possono affermare con certezza che i nostri compiti d’esame vengano realmente giudicati secondo parametri rapportabili a quella che è la preparazione di un qualsiasi studente al termine degli studi? ma soprattutto, quanti di noi possono mettere la mano sul fuoco che i compiti vengono corretti?
Il ruolo del membro dell’Ordine è centrale: dovrebbe essere la garanzia che l’Esame di Stato certifichi la maturità alla professione, il che significa conferirgli un ruolo fondamentale, da controllore della commissione, di quelle commissioni che, il più delle volte, si dividono gli elaborati da verificare per poi ritrovarsi solo al momento di decidere chi è da abilitare e chi non lo è. Ecco che l’Ordine deve farsi garante della credibilità dell’Esame di Stato: noi proponiamo che tutti gli elaborati vengano corretti simultaneamente dalla commissione, il cui operato dovrà essere controllato dal membro dell’Ordine che, a sua volta, dovrà relazionare il Consiglio su quanto fatto, motivando le scelte. Ogni candidato bocciato dovrà potere avere spiegazioni dalla commissione attraverso il membro dell’Ordine, il che significa semplicemente che lo stesso membro appronti i verbali d’esame in modo chiaro ed esplicativo.
Ovviamente, un tale procedimento richiede impegno costante da parte dell’Ordine e dei membri di commissione, quegli stessi membri che, se uno o due mesi prima hanno laureato uno studente, magari a pieni voti, all’Esame di Stato lo bocciano….confutando la credibilità stessa della laurea. Non sarebbe allora più semplice istituire la “laurea abilitante”, così da eliminare un doppio, inutile, anacronistico esame? Crediamo fermamente che ci sarebbe più attenzione nella redazione delle tesi di laurea, sia da parte degli studenti che dei professori. Infatti, la laurea abilitante diverrebbe un vero e proprio momento dimostrativo delle capacità dello studente cosicché chi dovrà giudicarlo non lo farà alla leggera, fiducioso che poi, tanto, all’esame di Stato lo studente in questione verrà bocciato.
La tutela degli architetti deve avere vita a partire dalla preparazione che gli viene data, ed è anche qui che l’Ordine dovrebbe avere un ruolo non secondario, ridotto attualmente a semplice “cancelliere” delle decisioni altrui.
Cancelliere delle decisioni altrui anche quando si deve intervenire in merito alle parcelle, tema scottante poiché tutti noi siamo soggetti alle paturnie del cliente (in buona o malafede che siano; personalmente, in 11 anni di professione, sono stato costretto a finire in Tribunale per più volte, e sempre per lo stesso motivo: al momento del saldo lavori, ecco che uno zoccolino posato male autorizzava il cliente a non pagare più architetto e impresa). Da qui la necessità che l’Ordine attivi nuove funzioni d’intervento a favore dei propri iscritti in caso di contenzioso o di ritardo nel pagamento delle parcelle. I modi attraverso cui attuare tali nuove funzioni possono essere molteplici, primo fra tutti imporre il deposito contrattuale presso la sede dell’Ordine per poi, al minio contenzioso immotivato, agire sul cliente insolvente attraverso iniziali azioni legali attraverso il proprio ufficio legale. Ovviamente, garante della veridicità della situazione sarà lo stesso architetto coinvolto che, nel caso di dolo da egli stesso creato al cliente, subirà le conseguenze sospensive che il Consiglio dovrà sanzionare. Una tale operazione scoraggerebbe sia il cliente che il professionista ad agire in malafede.
La predisposizione di un “contratto tipo” che sostituisca i minimi tariffari si rende ancorché necessaria se la si lega a filo doppio a quella delle tariffe di riferimento per i servizi di architettura, così come avviene nel resto d’Europa.

Tutte queste considerazioni sembrano banali ma, pur nella loro semplicità, rappresentano l’essenza del nostro mestiere e si rende dunque necessario dibatterne serenamente con chi andrà a governare l’Ordine. Infatti, se l’Ordine deve continuare a vivere, bene, che lo faccia secondo il ruolo che istituzionalmente gli è dato: rendere competitivi i propri iscritti fornendoli di tutti gli strumenti necessari, primo fra tutti la loro tutela.
E’ con tale obiettivo che la lista del Co.Di.Arch. si pone in posizione europeista e propone il suo programma (www.codiarch.org) agli elettori.

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