Zevi dispettoso

Storia e Critica

Zevi dispettoso


di Paolo G.L. Ferrara
17/2/2006

Pur non essendo più di questo mondo, Bruno Zevi continua a fare il dispettoso e la cosa mi fa divertire infinitamente.
Un dispetto pianificato già in vita, poiché sapeva bene che la questione sulla sua “eredità” avrebbe suscitato dibattiti e polemiche. Ed è certo che se la rideva di gusto, soprattutto perché immaginava che si sarebbe appunto parlato di "eredità" a dispetto di quanto lui stesso aveva sempre predicato, ovvero che “...non si può essere eredi dei maestri, bensì contemporanei”, il che fa davvero una grande differenza.
L’erede, lo sappiamo tutti, è colui che, dopo la morte di una persona, ne acquista -in tutto o in parte- beni, diritti e obblighi. L’erede è però anche "spirituale", ovvero colui che, del dipartito a miglior vita, continua o elabora ulteriormente idee e attività, e lo fa rispetto la propria contemporaneità.
Non essendo eredi testamentari di Zevi, nel caso dei critici/storici, dovremo dunque parlare di eredità spirituale, quella che ciascuno può credere propria secondo parametri vari.
Il più è capirsi proprio sui parametri: quelli culturali? quelli etici? quelli dell’impegno civile? quelli del pensiero architettonico? quelli della critica operativa? quelli spirituali? quelli… etc. etc….?
Dice Diego Caramma, a proposito del compito che spettava agli eredi di dare continuità al messaggio zeviano propugnato durante il Convegno di Modena (1997) “Paesaggistica e Linguaggio grado zero dell’architettura”, afferma: “ Continuarlo con la stessa formula della rivista non era possibile ad altri, a meno che non si volesse intraprendere un’opera di grottesca emulazione, come forse qualcuno avrebbe voluto. Ma quanto ci sarebbe stato dell’animus zeviano in tutto ciò?
Caramma si riferisce specificatamente alla questione sulla paesaggistica non quale ultima, forte, parte dell’eredità zeviana, ma unica poiché ultima, e ciò lo fa cadere nell’equivoco della possibilità di scindere le varie fasi del pensiero critico di Zevi. Il messaggio di Zevi non è sezionabile in “questo” o “quello”: è un tutt’uno, forte, mai statico, sempre contemporaneo al suo tempo.
“Essere contemporanei”, ovvero l’assoluto “credo” di Bruno Zevi, quello su cui ha sempre basato tutta la sua formulazione critica dell’architettura.
Chiediamoci dunque se di Zevi, piuttosto che improbabili eredi, ci siano o meno “contemporanei”.
Ma non basta. Si deve, in primis, dare la giusta accezione a cosa significhi ”essere contemporanei” a qualcosa o a qualcuno. Fatto ciò, ecco che la morte di Zevi non lascia alcun vuoto da colmare, nel modo più assoluto.
La conferma ci è data dallo stesso Zevi, allorquando, nell’editoriale “Esiste un ‘dopo Gehry’ ?” (L’a - N.510) proprio a proposito della questione sulla eredità culturale, dice: “Esiste un dopo-Filocle? Un dopo-Brunelleschi? Un dopo-Michelangiolo o Borromini? Un dopo-Wright, un dopo-Mendelsohn, un dopo-Gehry? Non esiste, né può esistere se non in senso reazionario, non “dopo”, ma contro. Gli autentici borrominiani, wrightiani, gehriani, anche se più giovani, non sono eredi dei maestri eretici, ma contemporanei”.
Un altro esempio è tratto da una intervista del 1998 proprio a proposito di “L’a”.
La domanda: In quale misura la rivista «L’architettura cronaca e storia» nei suoi oltre venti anni di vita ha influito sulla qualità diffusa dell’architettura italiana?
La risposta di Zevi: "Preciso: non si tratta di «oltre vent’anni», ma di 53, dieci di «Metron~Architettura» [1945~55] e quarantatre di «L’architettura cronache e storia» [1955~]".
Facile intuire che, al momento della sua morte, avrebbe detto “non si tratta di «oltre vent’anni», ma di 55, dieci di «Metron~Architettura» [1945~55] e quarantacinque di «L’architettura cronache e storia» [1955~2000], ciò a rimarcare il concetto fondamentale di “continuità”, quella stessa non reputata più sufficiente da Luca Zevi che dice:"oggi la continuità non basta, perché serve un progetto capace di attualizzare la "missione" della rivista di fronte ai grandi temi con i quali è chiamato a confrontarsi il mondo dell'architettura. Di fronte a questo compito il gruppo redazionale, che ha lavorato coralmente con grande passione nei passati cinque anni, ha ritenuto opportuno un momento di riflessione."
Non capisco: attualizzare la missione della rivista di fronte ai grandi temi del mondo con i quali è chiamato a confrontarsi l’architettura è ciò che è sempre stata base imprescindibile dell’operare di Bruno Zevi, anche a dispetto delle critiche e delle ironie di molti professoroni universitari che ai loro studenti, durante la stagione in cui imperversava il concetto di "cultura del progetto", sapendo bene che Bruno Zevi la considerava una " macroscopica spazzatura di pseudoconcetti e teorie astratte", non lo nominavano neanche, limitandosi a considerare anacronistiche le sue posizioni.
Un momento storico che anche Luca Zevi rimarca: “Negli anni '80, emarginati e derisi, mai avremmo potuto lasciare il campo proprio perché tutti gli altri - chi più chi meno - erano saltati sul carro del postmoderno”, il tutto per dire che in quell’epoca si poneva il dovere etico di continuare la battaglia e che oggi, vinta la battaglia, quel compito si è esaurito e, dunque, ci si deve prendere una pausa di riflessione.
Di nuovo, non capisco: la "continuità" consiste proprio nel rinnovare sempre gli obiettivi ma senza alcuna soluzione di continuità rispetto a quelli raggiunti che, indissolubilmente, sono la base su cui fondare la continuità stessa.
Chi, come Roberto Duilio, afferma che “L’a” era assolutamente personalizzata dalla figura del suo fondatore dice il vero solo finché non scade nella assoluta banalità del volere rintracciarne i motivi della chiusura nella morte dello stesso fondatore.
Per Bruno Zevi, “personalizzare” la rivista significava semplicemente darle un preciso indirizzo culturale da comunicare ai lettori, estimatori o detrattori che fossero,
Ho letto molte opinioni in merito alla chiusura della rivista ma nessuna di esse ha messo il dito nella vera piaga: non vi era un ritorno economico e, dunque, la Mancosu ha deciso di chiuderla. Nulla di scorretto dal punto di vista della casa editrice: chi investe vuole guadagnare. Da qui la scelta di Furio Colombo quale direttore, figura nota e che poteva “tirare” le vendite. La Mancosu ha sbagliato e non merita gli elogi che Antonino Saggio le attribuisce. La Mancosu ha chiuso perché ha fallito l’obiettivo, che non era quello di vendere, bensì di continuare a dare, a chi lo desiderava, uno strumento con cui confrontarsi sulle problematiche dell’architettura, quelle stesse che Zevi metteva in campo e che non “tiravano” le vendite: infatti, come è noto, la rivista vendeva pochissimo anche con al timone Bruno Zevi, poco considerata come era rispetto Casabella o Domus. La matrice del problema delle poche copie vendute stava nella mancanza di servilismo di Zevi: mai, su “L’a”, si è letto qualcosa di equilibrato ed obiettivo, ma ciò era la sua forza poiché non poteva essere equilibrata ed obiettiva una rivista che portava avanti battaglie di grande portata culturale, etica, sociale e che lo faceva contro i diversi sistemi autoritari. Tutto quello che Casabella e Domus degli ultimi trenta anni non hanno assolutamente fatto.
Anche con Zevi in vita la rivista vendeva pochissimo perché chiaramente schierata e drasticamente ostracizzata quale “Zevi-pensiero” da parte delle facoltà di architettura, fuori dagli schemi di una pubblicistica finalizzata a racchiudersi nella propria nicchia, senza colpo ferire.
Zevi no: lui era un architetto-critico-storico/politico, ovvero fortemente convinto, a ragione, che l’architettura necessiti della politica poiché assoluta forma di espressione della società.
Ma attenzione, non di una semplice azione politica tipicamente d'appoggio agli interessi privati, bensì di una “etica politica”, tanto quanto lo era il suo sogno di ricostruire il Partito d’Azione –come disse Emma Bonino- quale strumento di “una politica che corrispondesse fino in fondo ai suoi ideali, antichi, profondi, nati e venuti a lui da lontano, da quando, sedicenne, entrò nei gruppi clandestini di “Giustizia e Libertà”.
La politica era per Zevi “fare battaglia per la società”, tanto quanto la sua critica era battaglia per l’architettura specchio di quella società per cui combattere politicamente, al di là di qualsiasi ipocrita forma del -così come oggi si dice…- political correct.
Diceva infatti, rispetto la sua esperienza di parlamentare: “Perché sto con i radicali? – rispose – Perché sono gli unici a pensare e proporre cose nuove; gli unici a parlare di “rivoluzione”, sia pure liberale e liberista e libertaria, e non liberalsocialista come vorrei io; gli unici capaci di buttarsi (o battersi, non ricordo con precisione) a ogni ora del giorno e della notte, anche d’agosto; gli unici a pagare sempre di persona”. E ancora: “La nostra classe politica è stupendamente prudente, equilibrata, immobile, sensata. Quella radicale è temeraria, disarmonica, dinamica, insensata. Io invece sto con i radicali…”.
Come si può scindere dunque il destino di “L’a” da questi ideali? Impossibile, il che significa che solo chi ha coscienza di essi può dirsi contemporaneo di Zevi.
Di certo non lo sono tutti coloro che, pur di scrivere su una qualsiasi rivista, sono assolutamente capaci di rinnegarsi. Questo è purtroppo successo su “L’a” dopo la morte di Zevi, allorquando sono stati messi in organico critici e storici che, come Federico Bucci, in ambito universitario, insegnando storia contemporanea, non si sognavano neanche di fare studiare testi di Zevi (piuttosto, meglio Frampton…).
Questione fondamentale, colta in pieno da Saggio: “...alcuni tra i membri amici di Zevi del comitato hanno portato dentro la rivista studiosi di tutt'altra storia culturale, per cui allibiti, e come se niente fosse, ci si è trovati dentro la più decisa rivista di tendenza italiana, letture critiche e storiche, apprezzamenti e giudizi di opposta natura. Il tutto, è questo il bello, come se nulla fosse.
Sono fortemente convinto che la chiusura di “L’a” sia un fallimento che coinvolge tutti coloro i quali hanno sempre parlato di Zevi quale personale punto di riferimento (antiTHeSi compresa) e ciò semplicemente perché nessuno di noi, tra il 2000 e il 2005, ha mai apertamente preso posizione critica sulla gestione della rivista. Lo facciamo, tutti, solo adesso, a defunto ancora caldo.
Per questa convinzione non posso assolutamente concordare con quanto dice Diego Caramma: “La rivista avrebbe anche potuto chiudere (non avrebbe forse avuto importanza) sei anni fa, il giorno dopo la morte del suo fondatore. Il compito - e l’invito a proseguirlo (efficacemente espresso in quel “continua tu, tu, tu, tu”) - era stato indicato con precisione tre anni prima. Continuarlo con la stessa formula della rivista non era possibile ad altri, a meno che non si volesse intraprendere un’opera di grottesca emulazione, come forse qualcuno avrebbe voluto. Ma quanto ci sarebbe stato dell’animus zeviano in tutto ciò?".
L’animus zeviano, soprattutto quello direttamente riconducibile alle battaglie civili per l’architettura quale espressione della società, è ancora assolutamente vivo. Il difficile è renderlo contemporaneo a noi, ma proprio qui sta la sfida.
Troppo facile, caro Diego, parlare di “grottesca emulazione”, che è propria dei mediocri mentre credo proprio che le persone di cui Zevi si circondava non lo fossero. Sono certo che nessuno degli appartenenti all’area zeviana avrebbe cercato di emulare il maestro e ciò semplicemente perché coloro che, realmente, avevano avuto modo di lavorare fianco a fianco con Zevi, così come dice Luigi Prestinenza Puglisi, avevano “fisionomie ed individualità diverse, a volte, e per fortuna, conflittuali”. Individualità conflittuali anche con lo stesso Zevi, di cui comprendevano la portata del messaggio ma a cui rispondevano con le loro disinibite opinioni, a volte, appunto, conflittuali. Ma era il sale, la forza del crescere, il modo migliore per confrontarsi mettendo in crisi lo Zevi-pensiero.
Questo voleva il maestro: sfide, sfide, sfide. Sempre.
Una sfida che lo stesso Bruno Zevi, commentando nel 1999 il peso culturale che le riviste di architettura nel XXI secolo avrebbero dovuto incarnare, aveva lanciato affermando che “…una rivista mensile è uno strumento del tutto inadatto. Pensiamo ad un foglio settimanale, a opuscoli, a strillonaggio stradale e a quant’altro.
Caro Luca, come vedi, la ragione per fare continuare a vivere “L’a” c’era, perché tuo padre stesso l’aveva, e ancora c’è: basterebbe un foglio settimanale, o un opuscolo, o un sito internet.
Non conta il contenitore, ma il contenuto. Quel contenuto “vitale” che Giovanni Damiani ha perfettamente colto: "L'architettura, cronache e storia" che davvero ha segnato un'epoca straordinaria dell'architettura italiana e che già ci manca, perché forse ci manca proprio la vitalità intersecata alla profondità di pensiero che ha caratterizzato una stagione estremamente ricca per il nostro Paese, la nostra cultura e la nostra architettura.
Dispettoso fino in fondo Bruno Zevi: chi mai, tra i carrieristi, accetterebbe di scrivere su un opuscolo o su un volantino per puro spirito etico, culturale, di impegno civile?
La sfida lanciata è solo per chi delle carriere se ne frega, per chi comprende quanto fosse fondamentale in Zevi quello che lui stesso, riferendosi a tutto il suo lavoro (riviste, università, progettazione, libri) chiamava "…surrogati di un impulso politico inespresso. Attività condotte nello spirito del Partito d'Azione, riflessi del pensiero liberalsocialista di Rosselli nello specifico architettonico.
Una volta, nel 1993, rispondendo (con il suo mitico fax) ad una mia lamentela rispetto al fatto che senza un garante non si fa carriera (in riferimento a quanto succedeva all’interno della facoltà di Milano), mi sferzò: “ …avere un garante? E perché?! Chi non ha un garante si autogarantisce. Non accetto alibi: se non ha voglia di lottare se ne vada dall’università, lasci la professione, prenda la tessera di un partito potente.
E chiuse con un brutale “Questa volta, salutoLa con distacco. E si faccia vivo solo se ha deciso di lottare, senza la certezza di riuscire a vincere”.
Fu il più grande insegnamento che mi abbia mai dato.

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