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Opinioni

Bruno Zevi e Franco Franchi? Per Amirante e Carreri...praticamente la stessa cosa...


di Paolo G.L. Ferrara
28/11/2007
Tutto mi sarei aspettato ma non che Paolo Portoghesi si prendesse a cuore le critiche che qualcuno muove a Zevi. Invece è successo…e ciò è assolutamente emblematico rispetto le affermazioni di Roberta Amirante e Emanuele Carreri sul presunto “plagio” che Zevi avrebbe fatto del libro di Curt Behrendt “Modern Building its nature, problems and forms”. Dice Portoghesi: “i due curatori hanno preso una cantonata. Il pensiero di Zevi è talmente complesso che non si può assolutamente parlare di copiatura”.Indubbio, ma fatto sta che se i curatori della traduzione del libro di Behrendt cercavano pubblicità mediatica, beh, ci sono riusciti : per commentare le loro assolute vacatio su Bruno Zevi, oltre Portoghesi si sono spesi anche Benevolo, Gregotti e De Fusco. L’articolo pubblicato sul “Corriere della Sera” del 17 novembre scorso li ha così fatti uscire dall’ombra locale e lanciati nel firmamento dell’effimero mediatico, che altro non è che il luogo ove ciascuno dice qualcosa su qualcuno allorquando questo qualcuno non c’è più.
In sintesi, Carreri e Amirante affermano che Zevi abbia plagiato il tedesco: infatti -secondo loro- se il nostro non avesse avuto la possibilità di leggerne il libro, certamente non avrebbe mai scritto “Verso un architettura organica”.
Bene, sembra proprio che, dopo una serie di “parole nel vuoto” che abbiamo sentito su Zevi e la sua critica dell’architettura dopo il 9 gennaio 2000 durante dibattiti, conferenze, convegni (più o meno importanti) , il revisionismo storico sulla sua opera sia definitivamente aperto: se così fosse, adesso ci aspettiamo che i due autori dedichino doverosamente il resto della loro ricerca a trovare altri plagi di Zevi nascosti in tutti i suoi testi e in tutti i suoi articoli. Soprattutto ci aspettiamo che riescano a confutare il fondamento della posizione di Zevi: la “critica storica”. Solo allora daranno dimostrazione di conoscere profondamente tutti i passaggi della formazione di Bruno Zevi ed i significati ad essi correlati. E solo allora potranno parlare di “plagio”.
Per adesso però, per quanto mi riguarda, si sono limitati a fare considerazioni banali quali “…A scorrere le pagine di questa prima traduzione si prova una sottile sensazione di déja vu, anzi di déja lu”.
Certo! per i curatori leggere Behrendt e poi Zevi è la stessa identica cosa che guardare “Il Padrino” e poi “iI figlioccio del Padrino”, ovvero la parodia di Franco Franchi a Marlon Brando (famosa e geniale la scena della testa del cavallo della Rai fatta trovare nel letto del produttore che non voleva dare la parte a Franchi…). In fondo, se è vero come dicono gli autori che il libro “Verso un’architettura organica” "...senza Behrendt, Zevi non l'avrebbe mai scritto", altrettanto vero è che senza “il Padrino” Franchi non avrebbe mai girato “il figlioccio del padrino”...
Insomma, secondo quanto traspare dalle parole dei curatori, invece di scrivere “Verso un architettura organica”, Zevi avrebbe fatto meglio a tradurre il testo di Behrendt e pubblicarlo, magari con una prefazione in cui scrivere su chi Behrendt stesso avesse fatto plagio…
Il più è che se Zevi avesse tradotto Behrendt … Carreri e Amirante non avrebbero oggi avuto di che scrivere…
Siamo al limite del paradosso e non può essere che così perché se -come dicono i curatori- “Verso un’architettura organica” nasce dall’avere scopiazzato Behrendt, ciò significa per gli stessi che Zevi non "...non si è limitato a leggerlo" ma "...l'avrebbe compitato, studiato, chiosato, assimilato, recitato, predicato" e in pratica "l'avrebbe riscritto continuamente. Aggiungo io: sino al 9 gennaio 2000; poi, fortunatamente per tutti noi zeviani plagiati di conseguenza, morì e pose fine alla mistificazione e al plagio stesso…Ma per favore!
Carreri e Amirante sono docenti universitari. Dovrebbero ben sapere che la “critica senza storia è battibecco” e che non c’è storia senza critica, se no che insegnano?
Zevi legge Behrendt e ne introietta il messaggio rivoluzionario; ne è talmente consapevole che nel suo “Saper vedere l’architettura” dice testualmente: “gli ideali, la storia, le conquiste dell’architettura moderna sono state esposte da Pevsner, Behrendt e Giedion esaurientemente, e sono state rielaborate in Italia nel saggio Storia dell’architettura moderna” (pag. 93). Chi ha orecchie per intendere, intenda: tanto basterebbe per chiudere qui qualsivoglia polemica con gli autori. Comunque sia, continuiamo.
Zevi non fa citazionismi bensì scrive il saggio "Storia dell’architettura moderna" secondo la veste critica che indossa, ovvero quella di chi è assolutamente attento al significato della critica stessa: renderla sempre e comunque propositiva, assimilandola e lavorandola in sinergia con i tempi e i luoghi ove la si esercita.
Zevi legge Behrendt nel 1941. E’ negli Stati Uniti. In Europa ci torna nel 1945.
Europa e Stati Uniti sono -in quel tempo- due mondi assolutamente diversi. Che cosa trova al suo ritorno in Europa? Il nulla culturale/architettonico, non certo dovuto alla mancanza di personalità eccellenti bensì alla diaspora che la guerra aveva causato. Soprattutto in Italia.
E Zevi in Italia sta, dunque da qui parte e si rende conto che rimettere in moto il nulla culturale/architettonico in un Paese devastato moralmente può essere fondamentale per la sua stessa rinascita. Il Movimento Moderno aveva avuto la porta aperta sino al 1932, poi Mussolini disse basta. Chi si era formato su Funzionalismo, Espressionismo, Neoplasticismo, Organicismo subisce un brusco stop. Terragni muore, Pagano anche. I giovani si trovano a ricominciare dopo un decennio pieno di oscurantismo. Gli insegnamenti dell’opera di Pagano sono soprattutto di matrice d’impegno civile. Zevi capisce che da qui si deve ripartire. I giovani hanno necessità di comprendere appieno i significati dell’impegno civile per potere capire quelli di un’architettura che sia propulsione della rinascita culturale, intesa a tutto tondo.
Nel 1945 Zevi ha 27 anni. Prima di Behrendt aveva studiato Geoge Simmel e Alois Riegl e aveva compreso i significati di “simmetria” quale sistema architettonico dispotico e di “spazio quale quantità materiale e cubica”. Nel 1945 esce così “Verso un’architettura organica”, che non può essere figlia del solo Behrendt, ma anche di Simmel e Riegel, oltre che di Wright. Zevi ama Wright, ma senza Simmel e Riegel non lo avrebbe amato. Non per nulla Zevi dice: “La simmetria dunque rimanda alla composizione delle masse, dei «pieni», e l'asimmetria alla formazione degli spazi, dei «vuoti». Una soluzione simmetrica è impossibile se si pensa in termini non di facciate e volumi, ma di luoghi e spazi, e ancora più se si pensa agli uomini e alle donne, alle famiglie e alle comunità, ai loro comportamenti. Un uomo può essere considerato simmetrico quando giace immobile in una bara, ma è sempre asimmetrico quando è vivo e cammina nello spazio. Di conseguenza, questo spazio non dovrebbe essere statico, «materiale e cubico», ma fluente, dinamico, come disse Riegl. Quando, nel 1901, egli parlava di «architettura moderna», intendeva un linguaggio che unificasse lo spazio «infinito» del gotico con lo spazio «senza forma» derivato dalle interpenetrazioni barocche.
Fu quasi una profezia. Trentacinque anni dopo, Frank Lloyd Wright costruì Falling Water, la Casa sulla Cascata: nessuna simmetria, nessuna composizione di masse, anzi niente masse, neppure masse vuote, ma formazione dello spazio dentro e fuori, continuo fra interno ed esterno.”

Ma non basta. Il testo è certamente rivoluzionario perché mette in evidenza la strada da evitare a tutti i costi per non cadere nella rete dell’omogeneizzazione spaziale: l’International Style non è il Movimento Moderno perché quest’ultimo non è uno stile. Dice Zevi: “ Avevo imparato da Wright e Mumford, ma anche da Nikolaus Pevsner e Walter Curt Behrendt, che l'architettura moderna non è «uno stile», ma un processo continuo, un gioco che distrugge continuamente le sue regole, e deve essere reinventato ogni giorno”.
Ecco riconosciuto ancora una volta l’apporto fondamentale di Behrendt nella crescita della sua formazione culturale. Il passaggio fondamentale sta però nel collegamento che “Verso un architettura organica” ha con la “Storia dell’architettura moderna” pubblicata nel 1950 e che rappresenta il primo momento fondamentale dell’espressione del pensiero zeviano in quanto sovverte i parametri con cui era stata sino ad allora letta la storia della modernità. Ovvio che in essa confluiscano tutti gli insegnamenti che Zevi aveva avuto, che aveva recepito, anche e soprattutto quelli che aveva scartato perché castranti l’architettura nella sua potenzialità di essere ” …un processo continuo, un gioco che distrugge continuamente le sue regole, e deve essere reinventato ogni giorno”.
Dunque, se non si capisce che “Verso l’architettura organica” è semplicemente uno dei passaggi fondamentali della crescita di Zevi per arrivare alla "Storia dell’architettura moderna", beh, non si è capito assolutamente nulla e, soprattutto, non si ha alcun diritto di avere pretese critiche. E bene fa Roberto Dulio a puntare il dito sulla questione della mera scopiazzatura, il cui concetto è: se si vuole criticare si deve prima conoscere.
Mi chiedo quanto i due autori conoscano la figura di Zevi, quanti suoi libri hanno letto e, soprattutto, se conoscono i suoi articoli, vero e proprio tesoro della cultura architettonica mondiale in quanto hanno toccato ed approfondito qualsivoglia problematica della materia facendola interagire con tutto ciò che coinvolgesse la società, tematiche politiche e civili comprese.
Forse l’unica verità degli autori è quella in cui dicono che Zevi ha compitato Behrendt. Ne ha infatti letto lentamente il testo, distinguendo i vari toni di cui sono formate le parole… Ne ha così fatto “linguaggio” per la modernità dell’architettura, quella che anche oggi continuiamo a vivere.
Leggere lentamente, distinguendo e pronunziando separatamente i vari toni di cui sono formate le parole di tutto quanto Zevi ha scritto in 55 anni: lo consiglio vivamente agli autori.

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