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Opinioni

Lettera aperta a Bruno Vespa dall'estrema periferia d'Italia (e all' arch. Rino La Mendola, Presidente Ordini APPC della Sicilia)


di Salvatore A. Turturici
6/2/2008
Caltabellotta, 4 febbraio 2008


Egregio Dott. Vespa,
Le scrivo questa lettera con l'occasione della Sua presenza a Palermo come conduttore della tavola rotonda “Democrazia Urbana per la qualità” prevista per giovedì 7 febbraio 2008 nella prestigiosa sede del Teatro Massimo, in seno al VII congresso Nazionale degli Architetti Italiani. Nell'accingermi a farlo mi sono ripetutamente interrogato sulla pertinenza della mia decisione, non volendo risultare, nei contenuti, in alcun modo fuori luogo o inopportuno. In un altro momento della vita politica ed economica della mia Regione, e della Nazione, avrei volentieri delegato ad altri il compito di farlo, ma oggi, con qualche rimpianto per non aver agito in altre occasioni passate, ho deciso di scriverLe personalmente, cosciente della straordinaria coincidenza di situazioni che si addensano in questi giorni nella Capitale della mia terra e consapevole che i colleghi delegati al Congresso sono presi da tanti gravosi impegni, sperando per il futuro di portarmi dentro, semmai, un rimorso e non ancora un rimpianto. Lo svolgimento del Congresso Nazionale degli Architetti che si tiene a Palermo in un momento di crisi delle massime istituzioni politiche Regionali e Nazionali, in un clima ormai di piena campagna elettorale, in una terra dove presto si voterà per le elezioni comunali, provinciali, regionali e nazionali, è un'occasione troppo ghiotta, Lei capisce, per lanciare, da architetto, un appello a tutto l'iride politico ed anche a Lei, autorevole e stimato giornalista e uomo di cultura, affinché nei dibattiti politici televisivi, e di tutti i media, le diverse parti politiche affrontino con chiarezza i temi più cari agli architetti italiani che sono anche utili a tutti i cittadini. Ce ne sono davvero a iosa, dottor Vespa, dalla riforma delle professioni con l'intenzione di abolire il valore legale del titolo di studio, alle leggi sui lavori pubblici, dalle norme tecniche di progettazione in materia sismica, alle leggi sulla sicurezza nei luoghi di lavoro, la qualità dell'architettura, la sostenibilità ambientale e risparmio energetico, ecc... . Però, anche il più prosaico tema dell'abolizione dei “minimi tariffari” per le nostre prestazioni professionali in favore di soggetti pubblici merita forse una rinnovata attenzione, ora che si sta per tornare alle urne. Sarebbe davvero utile sentire chiaramente le intenzioni in proposito di tutte le parti politiche. Vista la premessa forse ho già deluso la cortese attenzione che fin qui ha voluto concedermi. Nel caso Le chiedo subito scusa. Viceversa, se anche Lei condivide il tema, ne più nobile ne più vile del rinnovo del contratto di lavoro di qualsiasi altra classe di lavoratori, e crede che l'argomento in definitiva non sia proprio estraneo allo svolgimento di un confronto sulla “democrazia urbana per la qualità, Le chiedo di fare Suo questo appello, che riguarda, s'intende, solo il dibattito sui contenuti e non certo la Sua posizione personale nel merito che potrebbe legittimamente essere molto distante da quella di chi, come me ed insieme a svariate migliaia di liberi professionisti, ha manifestato in piazza a Roma nell'ottobre del 2006, il proprio dissenso alle decisioni di un Ministro del Governo Prodi. Non Le ho ancora detto che io sono, e voglio essere ancora in futuro, un elettore attivista di centro-sinistra che ha condiviso la scelta, sofferta, del neonato Partito Democratico. Non credo ci sia contraddizione in questo, semplicemente perché la volontà del Ministro Bersani, in quella circostanza, non è stata coerente con le ambizioni e le aspettative di tanti architetti simpatizzanti, anzi tutt'altro. E' vero che nel tomo del programma dell'Unione c'era già il seme del provvedimento, com'è vero, comunque, che non era necessario pervenire senza alcun confronto con le parti sociali in causa ad un siffatto Decreto pieno di contraddizioni, inutile e disastroso. Per migliorare la concorrenza, la competitività e l'accesso alle professioni, diceva il Ministro, e per recepire norme europee in materia. Vede dottor Vespa, io non sono figlio, ne fratello o nipote, o cugino di architetti o di altri liberi professionisti e credo di aver esercitato sempre onestamente e con notevole sacrificio la mia missione di architetto che è anche un mestiere del quale vivo. Le dico anche che opero a Caltabellotta, il paese della pace del 1302, in provincia di Agrigento, che oggi non fa più i cinquemila abitanti. Qui, oltre a me, esercitano la professione altri cinque o sei architetti, nessuno dei quali è figlio d'arte, ognuno con un proprio studio e tutti ben preparati e radicati nel proprio territorio del quale conoscono bene la storia, l'arte, l'urbanistica e l'architettura, le problematiche ambientali, sociali ed umane. Certo, faremmo meglio ad unirci in un unico studio per meglio affrontare le sfide di lavoro di domani che, veramente, sono già attuali. Dicevo che in questi piccoli paesi d'Italia, sommandoli tutti, operano diverse decine di migliaia di architetti. Non è certo di me, quindi, che voglio parlarLe. A questi professionisti si chiede di più di una prestazione professionale. Essendo scarse, per ovvie ragioni, le risorse umane, a questi atipici lavoratori d'arte e d'intelletto, che sono talvolta gli architetti, viene chiesto anche un impegno culturale e sociale, perfino politico. Questi architetti avrebbero potuto fare più utilmente per se stessi, e per le proprie famiglie, la scelta di operare a Roma, Barcellona, Berlino, Londra o Parigi e, Le assicuro, qualcuno l'avrebbe fatto con ottime prospettive di carriera. Invece hanno scelto una strada più difficile e forse anche più ambiziosa, quella di contribuire alla crescita culturale ed economica delle proprie piccole realtà urbane ed anche quella di non abbandonare il territorio e di non affollare ulteriormente le grandi metropoli del terzo millennio. Altro che lobby di professionisti figli di papà. I Governi che verranno, se davvero lo vorranno, faranno meglio a cercare le ragioni della scarsa competitività in questo settore altrove. Magari frugando tra le enormi sacche di dipendenti pubblici che in nero, e talvolta con i mezzi tecnici dei loro uffici statali, negli stessi locali del loro impiego, esercitano un doppio lavoro da libero professionista facendo firmare i progetti a qualche collega non impiegato che, vista la crisi, ingoia l'umiliazione e tira a campare. Vogliamo chiamarla concorrenza sleale? Evasione fiscale? Altro? Gli architetti di cui dicevo più sopra, quelle decine di migliaia sparpagliate nei piccoli Comuni d'Italia, in definitiva, e in concreto, hanno deciso di spendersi per quella “democrazia urbana per la qualità” che, riguardando anche le realtà più periferiche della nostra Italia, finisce per riguardare da un altro punto di vista, anche le grandi aree metropolitane. Incredibile a dirsi, ma anche loro hanno aderito, forse inconsciamente, alla “Mission” degli architetti rappresentanti le organizzazioni delle città e regioni metropolitane europee (La “Mission” di ARCE, Architetti della Comunità Europea). Come vede, dottor Vespa, nel mondo di oggi siamo tutti partecipi alle cause globali che riguardano il futuro del nostro “sistema paese” e del nostro “sistema globle”, anche se abbiamo deciso di operare nell'estrema periferia d'Italia. Le università di architettura italiane, in mezzo a mille difficoltà, hanno saputo preparare negli anni ottimi professionisti che oggi hanno visto umiliate e calpestate, e infine forse anche cancellate, le proprie aspettative per un futuro lavorativo. Ho voluto dirLe queste cose, dottor Vespa, oltre perché Lei abbia migliore contezza di chi Le sta scrivendo, soprattutto perché sappiano i politici e gli italiani, se anche Lei condivide, che una grande parte degli architetti italiani opera in queste piccole realtà, dove gli incarichi pubblici sono rari e dove, retribuiti come è giusto che sia, per le competenze e le responsabilità che richiedono, le opere costruite per conto dello Stato possono contribuire a sostenere un grande numero di lavoratori intellettuali, quali tipicamente sono gli architetti, anche nei loro piccoli paesi d'origine. E' attraverso la selezione del concorso di idee, che dovrà diventare l'unico modo di accesso all'incarico di progettazione dell'opera pubblica, che deve passare la qualità, e quindi l'economia in senso più lato, dell'opera stessa e non certo attraverso una scellerata corsa al ribasso degli onorari degli architetti. Per gli altri lavori, come le manutenzioni, le ristrutturazioni, i collaudi, eccetera si dovrà necessariamente tornare a un sistema a tariffa minima o, quanto meno, a tariffa oraria. Sono consapevole che in Europa gli onorari dei nostri colleghi sono disciplinati in modo disomogeneo sia nel settore pubblico che in quello privato, con Stati in cui vige l'obbligo di una tariffa minima ed altri in cui vige il divieto di qualsiasi onorario garantito per legge. Ad esempio in Germania ed anche in Grecia vige una tariffa di legge, in Francia in parte, in Inghilterra no. Ai nostri politici, per valutare meglio la nostra realtà, poiché sembra che non ne abbiano la più pallida idea, potrà essere utile sapere che per valutare il mercato del lavoro in questo settore occorre anche conoscere il rapporto numerico tra architetti attivi e numero di abitanti. Ebbene, in Italia è di 1 architetto ogni 497 abitanti, in Germania di 1 ogni 797, in Spagna di 1 su 1213, nel Regno Unito di 1 su 1925, in Francia di 1 ogni 2228 (fonte dei dati CNAPPC). In Italia, dunque, esercitano questa professione un numero quattro volte e mezzo maggiore di architetti che in Francia. Di certo, nel nostro Paese, davvero non esistono limitazioni all'accesso a questa professione. Alla luce di ciò, nelle politiche di pianificazione del nostro lavoro e dei nostri compensi, i nostri politici ed amministratori dovranno o no tenere in conto questi fatti? Vede, dottor Vespa, alla fine di questa mia lettera credo che quanto Le ho appena detto sia assolutamente pertinente ed utile ad una riflessione sul come realizzare una vera “democrazia urbana per la qualità”. Potevo essere meno volgare dicendoLe di come gli architetti italiani di tutte le epoche, compresa la nostra, hanno reso bella e grande nel mondo l'architettura italiana ed anche quella di altre nazioni, oppure avrei potuto riferirLe di come le nostre città, una volta all'avanguardia per scelte urbanistiche ed architettoniche, oggi sono in un pietoso stato di arretratezza artistica, architettonica e culturale. Trovo emblematico, ad esempio, che la Sua tavola rotonda si svolga nella degnissima e gloriosa sede del Teatro Massimo progettata da Giovani Battista Filippo ed Ernesto Basile e non, ad esempio, nella nuova sede della Facoltà di Architettura di Palermo progettata dal compianto prof. architetto Pasquale Culotta (ed altri), stravolta nel significato delle originarie intenzioni architettoniche, da innumerevoli difficoltà incontrate nel percorso della sua realizzazione. Di questi primi quindici anni di esercizio della mia professione, in questa difficile e bella terra di Sicilia, con l'occasione di questo VII Congresso Nazionale faccio per me stesso un bilancio professionale ed anche economico. Sono stato fortunato, sono entrambi positivi. E in futuro? Il futuro, con il quadro normativo vigente è davvero plumbeo per tutti. Vede, dottor Vespa, mi sono spesso chiesto se per caso questo posto, l'Italia, che pure ha dato tanto alla storia dell'arte, non fosse diventato ormai solo un luogo avverso all'architettura. Ho cercato di aver ragione di ciò professando il mio mestiere con crescente impegno ed entusiasmo. Ho trovato, ovviamente, che non esistono luoghi ostili all'architettura o alla sua realizzazione. Scavando a fondo, però, ho verificato che alcuni di questi posti si trovano annidati nei testi delle leggi di una certa Regione o di un'intera Nazione. Quando questo accade, come accade oggi in Italia, allora anche un luogo geografico diventa ostile alla realizzazione dell'architettura. Questi luoghi sono forse dei “non luoghi”, quasi delle sinistre utopie. L'architettura, però, ha sempre bisogno di un suo tempo e di un suo luogo. Quale architettura, dunque, per questo Stato italiano?

Per le ragioni di questa lettera che qui ribadisco, Egregio Dottor Vespa, Le chiedo di voler prendere a cuore le sorti dell'architettura contemporanea italiana che è cara anche a tutti i cittadini, portando nelle prossime settimane questo dibattito dal VII Congresso Nazionale degli Architetti che si tiene a Palermo alle sedi più in vista dell'informazione giornalistica nazionale e nelle tribune elettorali, affinché tutti sappiano, politici ed elettori, in quali vere condizioni operano, o rischiano di dover operare, la più parte degli architetti italiani, nell'affanno, sempre più carico di tensioni sociali, di mantenere alto il nome di una disciplina che ci ha resi, come italiani, celebri in tutto il mondo per numerosi secoli.

Con sincera stima e ammirazione

Arch. Salvatore Alessandro Turturici,
Caltabellotta (AG)

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