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Storia e Critica

Agilità e velocità


di Massimo Pica Ciamarra
9/3/2009
Per fronteggiare la crisi economica il Governo si accinge ad approvare un Disegno di Legge che prevede velocità nei permessi di costruzione; sgravi fiscali per chi ristruttura; incrementi di cubatura del patrimonio esistente e -qualora con tecniche di bioedilizia o ricorso ad energie rinnovabili- nella nuova edificazione.
Bene i primi due punti. In Italia il valore del tempo sembra sconosciuto: anche se il minore tempo di progettazione (!) è fra i parametri che motivano la scelta del progettista; la riduzione di quelli di realizzazione è fra i fattori per l’aggiudicazione degli appalti; mentre per i tempi decisionali e burocratici non vi è limite.
L’intervallo di tempo fra l’avvio del progetto e l’ultimazione di un’opera pubblica sembra ripartito in 5% progettazione, 65% burocrazia, 30% attività di cantiere. Per gli interventi privati le autorizzazioni si attendono anche anni. Bene quindi agire sui tempi con certificazioni e dichiarazioni giurate del progettista, ma anche drasticamente agire sul sistema burocratico che regola e controlla gli interventi pubblici. Il tempo totale va drasticamente ridotto incrementando però (velocità richiede lentezza!) quello delle fasi di programmazione e progettazione che, se ben condotte, comportano velocità di esecuzione.
Dichiarazioni giurate e riduzione dei tempi burocratici presuppongono certezze, chiarezza e agilità dell’apparato normativo: nel mondo anglosassone vi sono norme prestazionali, non prescrizioni: esprimono raccomandazioni e suggerimenti sui requisiti da garantire. Mentre sovrapposizioni e esasperati caratteri puntuali delle nostre norme tecniche contrastano innovazioni tecnologiche, banalizzano progetti, abbassano la qualità degli interventi.
Anche le norme urbanistiche (senza entrare nel merito dei DM 1968, sotto vari aspetti culturalmente e tecnicamente obsoleti) esigono svecchiamenti. Misurare il costruito in termini di mc. e non di mq. netti utili -da quando anche il Principato di Montecarlo si è convertito- ormai è abitudine solo italica: non ha senso urbanistico, espelle funzioni di interesse comune, contrasta i requisiti bioclimatici del costruire. Opporsi ad elevate densità edilizie contrasta la coscienza che il territorio è risorsa ormai rara. Disgiungere infrastrutture e strutture, urbanistica e edilizia, antico e nuovo, contrasta l’esigenza di “crescere con arte”, essenziale per i nostri territori.
In mancanza di una sostanziale rifondazione legislativa gli attuali strumenti urbanistici -anche quando concettualmente obsoleti, non propositivi, eccessivamente vincolanti- sono patti sociali che dovrebbero tutelare la collettività. Incrementarne le quantità eleva positivamente la densità urbana, ma se non altro (e ce ne è molto) presuppone verifiche nelle infrastrutture e nei servizi, quindi agili processi di monitoraggio urbanistico.
L’emergenza incombe: malgrado in Italia l’indice di motorizzazione sia già eccezionalmente elevato e si auspichi il prevalere dei trasporti collettivi su quelli individuali, altre ragioni oggi fanno sostenere la produzione di automobili. Ma il territorio è questione molto più delicata, la sua trasformazione è sostanzialmente irreversibile. Ancor più con incrementi semplicisticamente ammessi, realizzare è pericoloso; forte il rischio di non immettere qualità, di ingombrare il territorio, di esaltare l’invivibilità dell’insieme, di erodere un bene prezioso per la nostra economia. E non si torni alla vecchia distinzione fra aree di pregio e vincolate, e paesaggi che non meritano attenzione.
Allora “si” ad incentivi fiscali per chi ristruttura; a nuove regole che puntino ad azzerare i tempi di autorizzazione; ad interventi capillari sul non costruito, sugli spazi aperti, sui luoghi di relazione; a bioedilizia ed energie rinnovabili. Ma “no” deciso ad azioni che contrastino norme urbanistiche finché non ne siano state scardinate concezioni obsolete e procedure paralizzanti.
Ritorna l’urgenza di rifondare e integrare regole urbanistiche ed edilizie.

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