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Storia e Critica

In architettura la perfezione non esiste


di Sandro Lazier
19/1/2019
La vicenda ferrarese ci dice della condizione profondamente borghese e conformista di quella che dovrebbe essere la parte migliore del paese. Parlo di quella parte che sta comodamente seduta sul proprio sedere nei posti che contano, per prestigio o popolarità, con l'appoggio di tanti sprovveduti che li guardano come tutori della ciccia culturale di questa pingue ma triste nazione. E lo sono, infatti, ma di quella cultura ingessata di cui sono diventati i fossili, incapaci di qualsiasi azione che non sia la citazione o l’incensamento, dentro l’intruglio del tradizionalismo più ordinario e scontato.
Tutto ciò che ha più di cent’anni, in questo paese di bocca buona, viene digerito grazie agli enzimi della retorica storicista più pittoresca, cominciando nelle scuole primarie dove i nomi degli eroi e dei salvatori della patria sono studiati più per legittimare le lapidi delle vie cittadine che per onestà verso le vicende che li hanno coinvolti.
Esiste la storia degli orrori, più suggestiva, non quella degli errori.
Questo perché, in fondo, contrariamente a quanto generalmente si sostiene, l’errore della storia non ha peso e non insegna nulla. E questo fatto lo si legge con evidenza nelle nostre città storiche, dove gli strati del passato sedimentano sovrapponendosi.
La storia e il tempo, si sa diffusamente, riescono a riscattare anche gli errori più grossolani, soprattutto quando gli eventi, alternando distruzioni a fabbricazioni, intessono le abitazioni e connettono gli abitanti con le abitudini di vita e di lavoro del loro tempo.
Il tempo, quindi, riscatta tutte le scelte del passato. Nessuno condannerebbe oggi una qualsiasi decisione urbanistica perché un’altra, all’epoca, sarebbe stata migliore; per cui ci teniamo quel che abbiamo e riusciamo persino ad elevare alla categoria della perfezione ciò che è nato proprio in violazione di questa.
Chi fa l’architetto sa che ogni scelta progettuale non è mai univoca, ma è il risultato di un processo di valutazioni successive, che non hanno mai un unico sbocco. Alla fine si deve scegliere e dichiarare il limite oltre il quale, con certezza , si sarebbe potuto fare o scegliere meglio. Niente è più distante dalla perfezione di un percorso così concepito.
Perciò sarebbe veramente curioso se il risultato di questo progetto ideale fosse un edificio talmente prossimo alla perfezione da negare ogni ulteriore modifica o integrazione. Nel mondo dell’architettura reale, quindi, la perfezione non esiste. E l’architettura reale esisteva già ai tempi di Biagio Rossetti.
L’idea di perfezione persiste, invece, nella semplificazione dei messaggi che necessitano di concetti elementari per essere maggiormente diffusi. Esiste nella propaganda, per cui l’opposizione ad ogni aggiornamento culturale, che la vita e il trascorrere del tempo richiedono, può contare sulla massima efficacia. La banalità dei messaggi, che affronta genericamente questioni che invece andrebbero discusse e approfondite, raccoglie a destra e a sinistra indifferentemente, all’interno di una classe che si può definire borghese perché dotata degli strumenti culturali necessari a renderla tale, appresi con la scolarizzazione di massa. Ma la stessa classe d’individui scolarizzati è stata coltivata ed istruita su valori retorici consolidati, condivisi e compromessi perché omologati, generatori di pregiudizi spesso molto solidi perché ritenuti dotti; mentre è stata poco educata alla critica aperta, alla ricerca dell’innovazione e di quel cambiamento che solo l’arte riesce ad anticipare ed esprimere, soprattutto quando disturba e contesta l’impianto estetico e percettivo sedato dall’abitudine.
In architettura, quindi, la storia insegna che non esistono errori, ma solo scelte che il tempo provvederà a sanare.

Il pallino, quindi, passa a chi queste scelte deve realizzare.
Nel nostro tempo, nel quale la professione di architetto nasce e cresce in modo strutturato istituzionalmente, la strada più giusta sembra quella del concorso di architettura. Questo dovrebbe garantire la massima qualità del progetto in relazione ad uno specifico programma. Ma non è sempre così. Il più delle volte, casi di malafede a parte, sono la qualità dei giudizi o del programma o di entrambe a determinare il successo o meno del progetto. Ma in questo modo la responsabilità viene risolta, tutti salvano la faccia e nessuno può accusare nessuno di favoritismi e preferenze.
Senonché il favoritismo o la preferenza sono connaturati nell’atto stesso di fare una scelta. Se sono giudice e la mia predilezione va all’architettura tradizionale, ovviamente cercherò di promuovere un progetto a me gradito, perché in buona fede lo giudicherò migliore. Ma chi scrive il programma e nomina la giuria è a conoscenza delle varie anime che popolano la progettazione architettonica contemporanea? E se le conosce, a quale va la sua preferenza? Se poi ci aggiungiamo la presenza di rappresentanti degli ordini e di altre istituzioni interessate, la confusione può diventare totale. Le conseguenze, di solito, in una condizione concettuale così confusa, impattano il cuore del concorso, il cui esito sarà rappresentato da una mediazione capace di banalizzare i progetti e renderli digeribili ad una moltitudine di bocche da sfamare con i gusti più disparati.
Io credo, quindi, per evitare gli effetti negativi della confusione, che l’istituto dei concorsi vada riformato integralmente.
Il primo passo, secondo me, sta innanzitutto nel renderli palesi, semplificandone le procedure e gli atti necessari. L’anonimato, nei concorsi di architettura, o in altri in cui la mano che produce è parte di uno stile personale, può convincere solo l’ipocrisia di un giurato che ha bisogno di un alibi ulteriore per scaricarsi la coscienza. Sfido qualsiasi uomo di intelligenza e cultura media a confondere una proposta di Aldo Rossi con una di Zaha Hadid. Ma c’è un motivo ancor più evidente per palesare la competizione: chi di voi affiderebbe il progetto della propria abitazione a un tale che non ha mai guardato negli occhi e col quale non abbia scambiato almeno un centinaio di parole? Chi può essere tanto stolto? E per quale ragione dovrebbe, invece, esserlo il committente pubblico?
I migliori risultati - lo si sa facendo la professione sul campo e non solo in teoria - si ottengono quando c’è un confronto dialettico tra tutti gli attori del progetto. Meglio, quindi, evitare incompatibilità e incomprensioni che non aiutano certo la qualità del risultato.
Io credo che la formula del concorso d’idee, con pochi essenziali disegni e una buona chiacchierata di mezz’ora, possano dare a chi deve decidere tutti gli strumenti per poterlo fare con convinzione e coscienza.
Meno render e più parole per descrivere l’idea progettuale. Questo è il mio pensiero.

Tornando al ragionamento introduttivo, se la storia è capace di stendere un dito di polvere anche sugli errori più grossolani del passato, il presente si nutre invece di polemiche che nessun programma o attore potrebbe evitare in origine. Per questo, nessuno vorrebbe mettere a tacere le opinioni o le critiche contrarie a scelte che inderogabilmente devono essere attuate.
Ognuno deve poter esprimere la propria opinione. Ma le opinioni non possono sostituirsi al progetto, quando questo è il risultato di un percorso di scelta responsabile. Scelta responsabile vuol dire che, chi ha voluto quel progetto, lo ha voluto per migliorare una situazione e non certamente per renderla peggiore. Se il percorso è stato sufficientemente approfondito e condiviso con le istituzioni coinvolte, tutti noi abbiamo il dovere di accettare tale scelta, perché è solo questa che appartiene al destino della politica in un regime democratico. Ognuno deve rispondere delle proprie azioni e deve essere giudicato in funzione di queste. Porsi al di sopra di una regolare procedura è quindi un atto di prepotenza, prevaricazione e sopruso, da condannare intellettualmente, moralmente e anche giuridicamente.

Voglio infine ricordare che l’architettura è un atto necessario di per sé e non per il fatto di rispondere ad una funzione. Il Palazzo Diamanti di Ferrara ha nei motivi a sostegno dell’ideale di intoccabilità e conservazione la possibilità di sistemare all’interno dell’edificio esistente le funzioni che hanno ispirato il progetto di ampliamento.
Come se senza una tale esigenza funzionale il progetto non avesse avuto necessità di nascere.
Io sostengo, invece, che l’intervento fosse necessario anche senza le sue necessità funzionali, che sono meno importanti, perché la prima funzione dell’architettura è quella di comunicare e rendere visibile il segno del nostro passaggio su questa terra e della nostra condizione di civiltà. Anche vuoto, un intervento contemporaneo di qualità avrebbe comunque arricchito e potenziato quel museo.

Ricordo a tutti che non c’è epoca, nella quale questi monumenti sono nati, dove il mondo sia stato migliore di quello attuale. Nella storia, anche quella più nobile che ci ha lasciato esempi straordinari, tiranni, briganti, assassini hanno riscattato le loro vite con l’aiuto di grandi artisti sulla pelle di tanti poveracci. Quale è la ragione per cui noi oggi, sicuramente migliori di quelli, non si possa dichiarare la nostra presenza nella storia ma si debba essere messi al confine, curando malanni urbanistici di cui gli architetti son autori di una minima parte?
Io credo che dobbiamo essere padroni della nostra vita, del nostro tempo e della nostra storia, con il coraggio delle nostre scelte.

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