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Storia e Critica

Momumenti, Daverio e il cemento armato


di Sandro Lazier
15/8/2019
In un recente programma televisivo in cui si ricordava il ponte Morandi di Genova ad un anno dal crollo di una torre, Philippe Daverio, noto curatore di programmi televisivi sull'arte, si avventurava in una stravagante critica dell'architettura contemporanea, di cui evidentemente non dev'essere granchÚ esperto, nella quale sosteneva che l'utilizzo rilevante del cemento armato avrebbe di fatto estromesso la medesima da una concezione monumentale (nel significato preciso del termine) dell'architettura, in quanto incapace di durata e pertanto indegna di conservazione. Come se la firmitas, la robustezza insieme alla capacitÓ di perdurare nel tempo, fosse principio capitale anche del movimento moderno.
Contro questa concezione ingenua della storia dell'architettura, peraltro largamente diffusa tra la popolazione, vorrei riproporre alcuni riflessioni e concetti, senza la conoscenza e comprensione dei quali diventa difficile qualsiasi approdo alle questioni teoriche tirate in ballo dalla drammaticitÓ di un evento come quello di Genova e, purtroppo, risolto nel peggiore dei modi possibili.

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Relativamente agli edifici/monumenti, voglio ricordare innanzitutto che uno dei punti essenziali del movimento moderno concepisce gli edifici per essere proprio il contrario dei monumenti.
La loro a-monumentalitÓ Ŕ, infatti, nel suo statuto.
La rinuncia alla decorazione ne Ŕ stata la prima conseguenza visibile. Non Ŕ un caso che il primo atto della reazione postmoderna sia stato quello di riconsiderare la decorazione quale elemento distintivo delle tipologie dell'architettura. Le tipologie, storicamente catalogate per classe e censo degli abitanti, sono l'antitesi concettuale del movimento moderno.
Il destinatario delle architettura della modernitÓ, infatti, non Ŕ il tipo umano ma l'uomo nella sua universalitÓ, senza religione, classe e censo. Questa idea ha determinato un salto teorico epocale per un'arte sempre serva d'un padrone al quale necessitava la propaganda d'un'autoritÓ dogmatica o un riscatto etico da attuare esteticamente.
Nell'epoca nuova Ŕ l'uomo con le sue necessitÓ contingenti che prende il posto della mistificazione, nella quale la legittimazione del potere si realizza tutt'ora nella liturgia architettonica del simbolismo classico. La durata nel tempo degli edifici del potere diviene quindi garanzia di stabilitÓ del suo privilegio sociale prima ancora d'essere espressione d'una saggia gestione del patrimonio immobiliare.
Il fatto che un edificio possa durare nei secoli non Ŕ sicuramente una preoccupazione dell'architettura moderna.
Gli edifici della modernitÓ nascono per la contingenza, per il qui e adesso. Criticarli oggi per la loro deperibilitÓ Ŕ sciocco e inutile. Sarebbe come criticare i sacchi e le plastiche di Alberto Burri per la loro deperibilitÓ, quando Ŕ proprio questa precarietÓ che rende la loro espressione formale un'opera d'arte. Siccome deperiscono non sono arte al pari di una tela del settecento?

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La capacitÓ degli edifici della modernitÓ di durare nel tempo dipende, quindi, principalmente dal loro utilizzo (e non parlo solo di usura materiale ma anche di quella culturale).
L'utilizzo Ŕ parte costituente la loro natura architettonica. Non Ŕ immaginabile nessuna architettura riferibile al movimento moderno che non contempli l'uso pratico dell'edificio. Nessuna architettura onestamente contemporanea potrebbe sacrificare l'utilizzo dei suoi spazi sull'altare della composizione simbolica, storicistica o banalmente formale. Lo ha fatto il movimento reazionario post moderno, seguito da altri storicismi pi¨ o meno colti, ponendosi di fatto fuori dalla contemporaneitÓ e dalla ricerca architettonica.
Vincolando la teoria architettonica ad un'idea identitaria malsana, s'Ŕ costretta la complessa ed articolata avventura del novecento architettonico dentro lo schema semplificato dello stile internazionale, come se fosse l'unico da proporre come bersaglio della ritrovata identitÓ minacciata dal pensiero unico. Pensiero che, nel nostro paese, unico non Ŕ mai stato. Basta un poco di cultura storica, infatti, per conoscere i tanti aspetti che il moderno ha saputo produrre nel novecento. Ma tutte queste varianti, nessuna esclusa, non hanno mai abbandonato la concezione fondamentalmente utilitaristica dell'architettura.
Il timore d'un'identitÓ perduta o perdibile, pontificata per anni nella accademie patrie, ha vanificato decenni di ricerca seria e intelligente. Ma la veritÓ della storia ci dice che nessun identitÓ scompare, ma semplicemente cambia, si trasforma. Ci dice che l'unica coerenza metodologica che possiamo ricavare dai fatti storici riguarda la capacitÓ di questi di adeguare il linguaggio che li esprime alle nuove contingenze.
Si chiama trasformazione, ed Ŕ l'unica azione tollerata dall'idea conservativa relativamente all'architettura moderna.
La trasformazione Ŕ l'unica operazione capace di conservare lo spirito profondo della modernitÓ: l'uso. Non sappiamo che farcene di ruderi moderni.
Immaginiamo di tenere in piedi il ponte Morandi senza il transito dei veicoli. Che tristezza e povertÓ di senso!
Per questo il restauro del moderno dev'essere attivo e non passivo. Questo pu˛ costare in termini di fedeltÓ formale ma conserverÓ non solo l'edificio ma la sua storia e il suo indotto. Genova ne Ŕ l'esempio pi¨ palese. Distruggendo il ponte s'Ŕ distrutto un quartiere con tutti i suoi aspetti edilizi, economici, sociali e affettivi. Storici soprattutto.
Solo l'ambizione d'un architetto vanaglorioso e supponente (e tutti sappiamo di chi parlo) ha potuto promuovere un'idea figurativa e superficiale dell'ecologia e della retorica. Tutti pronti a rincorrere il recupero d'un banale paesaggio naturale mistificato (che non Ŕ mai esistito) trascurando il paesaggio umano che, nella sua varietÓ e ricchezza sociale, Ŕ l'unico in grado di rappresentare il nostro tempo sinceramente travagliato.

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A Genova il nostro paese ha perso un'occasione unica di mostrare al mondo le capacitÓ nelle quali le nostre professionalitÓ primeggiano. Soprattutto la nostra cultura, nella quale restauro e conservazione sono universalmente riconosciute capacitÓ eccellenti, Ŕ stata umiliata da una gestione dilettantesca di una classe dirigente sempre pi¨ vittima della propria ossessione trivialmente popolare.
Nella soluzione del nuovo viadotto non c'Ŕ etica perchÚ s'Ŕ voluto rinunciare al recupero di un bene che, oltre ad essere un capolavoro della civiltÓ umana, con un adeguato intervento di recupero e trasformazione avrebbe potuto proseguire degnamente la funzione per cui Ŕ nato. Non c'Ŕ ecologia, perchÚ dietro la cartolina d'un banale parco urbano si celano montagne di detriti, di acciaio e di nuovo cemento. Il buon senso avrebbe voluto almeno recuperare le vecchie fondazioni, ma pare che ragioni psicologiche abbiano reso pi¨ efficace la propaganda del viadotto, in tutto e per tutto nuovo. Sbagliando.

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