La palestra di Nibionno

Storia e Critica

La palestra di Nibionno


di Sandro Lazier
22/12/2019


L’adeguamento antisismico e l’efficientamento energetico” sono le nuove parole d’ordine nel mondo delle costruzioni. La qual cosa è ammirevole e auspicabile per gli enormi benefici che questa nuova sensibilità promuove, sia dal punto di vista climatico che economico. Mezzo paese sarebbe da rifare, con criteri tecnologici più attenti, procurando in tal modo lavoro per i prossimi trent’anni. Mancano le risorse, si sente dire. La verità è che, se una parte del mare di denaro impiegato per salvare il sistema finanziario fosse stato investito in un progetto generale di riqualificazione edilizia, si sarebbe creato benessere e ricchezza in modo concreto e tangibile, probabilmente evitando la disaffezione della popolazione verso le istituzioni, con la conseguente deriva morale e politica che stiamo vivendo. Un paese civile e moderno ha necessità di strutture e infrastrutture adeguate, semplicemente perché si vedono.
Non ho parlato di architettura, e qui viene la questione di cui voglio scrivere.
In questa foga adeguatrice, per ora sembrano approfittare gli enti locali che, in virtù d’un finanziamento mirato, possono intervenire sugli edifici pubblici. Molte opere d’architettura, minore o maggiore, fanno parte del patrimonio pubblico. Metterci mano, anche con le migliori intenzioni, non è sempre così semplice. Le opere d’architettura moderna non sono solo prospetti, muri, stanze e coperture. Quelle più degne d’essere tali coinvolgono integralmente la loro parte strutturale, spesso affidando alla funzione statica il loro contenuto estetico e architettonico. Metter mano a queste edifici, dovendo aggiungere porzioni che per essere efficaci necessitano di notevole spessore, non sempre realizza una riqualificazione del bene trattato.


Riflettendo su questa questione, in questi giorni sono venuto a conoscenza d’un caso emblematico.
Si tratta della palestra di Nibionno, in provincia di Lecco, progettata nel 1998 dall’architetto Sergio Fumagalli, edificio presente l’anno successivo sull’almanacco di Casabella.

la palestra di Nibionno - arch. Fumagalli
(Foto Filippo Simonetti)

Queste le parole del progettista:
E’ uno dei miei primi lavori pubblici che risale al 1998 e, come scrivevo anche su FB, è un’architettura fragile, che si regge su un sottile equilibrio di poche essenziali componenti, rimasti peraltro pressoché intatti fino ad oggi:
- i portali esterni di acciaio zincato (a cui si appende la copertura) che rimangono indipendenti dalla scatola di cemento armato,
- la scelta di collocare l’isolamento delle pareti in calcestruzzo armato all’interno in modo che le stesse potessero essere lasciate a vista su entrambe le facce,
- la luce interna che filtra anche attraverso alcuni serramenti circolari e un lungo lucernario che si sviluppa linearmente lungo tutto il lato nord.
è un’architettura “fragile” che si basa su pochi elementi compositivi (i portali di acciaio e le pareti in beton interno-esterno).
Oggi è oggetto di un progetto di "adeguamento antisismico ed efficientemente energetico” che per il poco che ho potuto scoprire in un incontro con il progettista, da me sollecitato dopo che ero venuto a conoscenza del programmato intervento, per caso in occasione di una recente visita con colleghi architetti e ingegneri organizzata dall’Archivio Cattaneo di Como.
Il progetto che non ha visto alcun tipo di mio coinvolgimento, prevede:
1. di sormontare una nuova copertura sopra a quella esistente (che è costituita da una sottile lamiera grecata, in vista all’interno, isolata e appesa puntualmente ai portali di acciaio mediante tiranti piatti) con tanto di nuovi canali e pluviali esterni, e probabilmente oscurando il lucernario lineare che corre lungo tutto il lato nord;
2. di sovrapporre all’esterno uno strato di isolamento “a cappotto” che “simulerà” (?!) il calcestruzzo a vista, al fine di evitare il ponte termico esistente, come se i pilastri staccati di pochi centimetri dalle murature non costituiscano di per sé un naturale ponte termico. Il cappotto addossato comprometterà irrimediabilmente la lettura dei due elementi indipendenti (portali in acciaio e scatola muraria).


la palestra di Nibionno - arch. Fumagalli
(Foto Filippo Simonetti)

Come è evidente guardando le immagini, e conoscendo dalle parole del progettista il telaio concettuale che governa il progetto, diventa difficile immaginare quest’architettura essenziale e leggera con il cappotto e il cappello invernali. Si può fare, è vero, ma neanche lo stratagemma del finto béton brut credo possa evitarne la triste e beffarda fine.
Ora il punto non è se si possa fare meglio, ma mi chiedo perché, essendo l’autore di questa architettura vivo e vegeto e nel pieno delle sue energie, non lo si sia coinvolto nella inevitabile manomissione di un’opera della quale ha la piena paternità? Perché nemmeno coinvolgerlo? Perché costringere un collega a infilarsi nelle motivazioni dell’autore quando basterebbe suonargli il campanello?

Ovviamente mi si risponderà che tutto il percorso che ha definito l’incarico rientra nelle normative vigenti e, soprattutto, che non si sarebbe potuto fare diversamente. Ma io non lo credo. Credo, anzi, che quando le normative smettono di essere strumento di miglioramento ma peggiorano negli esiti, ci vogliano, da parte degli amministratori, la personalità e la determinazione necessarie per porre rimedio nel modo più trasparente e onesto possibile, al fine di lasciare il mondo meglio di come lo si è trovato.
Questo caso, come ce ne sono ormai tanti nel nostro paese, può sicuramente produrre conflitto in termini di concorrenza professionale, ma ha in sé una motivazione talmente sensata e logica da porre in ridicolo qualsiasi altra supposizione. La contraddizione, infatti, sta nell’idea che per conservare al meglio un bene architettonico, il cui autore è in vita, convenga attribuire l’incarico ad un altro che, a sua volta, dovrebbe immedesimarsi nel primo per capire cosa sta facendo.

Chiudo con una preghiera agli amministratori del comune di Nibionno.
Piuttosto di manomettere irreparabilmente un bene architettonico, così ormai raro nella produzione degli ultimi 50 anni, si rinunci al progetto.
In alternativa, si convochi l’autore e gli si chieda in che modo intervenire creando il minor danno possibile (nessuno più di lui conosce il bene su cui si vuol metter mano).
Infine, ricordo che ci sono materiali relativamente nuovi, come l’aerogel per esempio, che possono risolvere in modo innovativo i problemi dovuti al benessere climatico. Sono materiali costosi ma, nel caso di riqualificazione di un bene importante, questa condizione non dovrebbe risultare ostacolo insormontabile. Non si può, infatti, trattare la riqualificazione di un’architettura di pregio al pari d’una villetta della prima periferia per via delle ristrettezze finanziarie contingenti.
Da non credere. La battaglia per la difesa del moderno oggi passa anche dalla difesa dell'architettura dagli architetti.

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