Finisce anche il 2019

Storia e Critica

Finisce anche il 2019


di Sandro Lazier
27/12/2019


Finisce anche il 2019, per noi italiani abbastanza povero di novità. Addirittura negativo se pensiamo che una delle più importanti, la vicenda di Genova Polcevera, sarà ricordata per quello che abbiamo perduto e non per quello che abbiamo acquistato.
Nel panorama internazionale la situazione cambia, ma senza grandi sorprese.
Il National Museum of Qatar di Jean Nouvel, una rosa del deserto nel deserto, un pleonasmo architettonico, ha preso le facili prime pagine di molte riviste, ma non credo abbia condizionato più di tanto la riflessione architettonica più attenta. Da Nouvel, star indiscussa, ci si aspetterebbe qualcosa di meno scontato della fedele riproduzione d'una curiosità geologica.
Il progetto d'un altro museo, invece, meno teatrale ma non meno narciso, ha preso la scena internazionale. Si tratta del Kistefos Museet, un museo attorcigliato sopra un fiume, a Jevnaker in Norvegia, dello studio BIG, di Bjarke Ingels, che è stato segnalato, oltre che sulle riviste modaiole, anche nei premi delle più note associazioni nazionali di architettura. Quest'opera è sicuramente interessante per la strategia abitativa che propone e per il gesto architettonico che ne denuncia il carattere.

 Kistefos Museet
(Kistefos Museet - BIG)

Altra opera, sempre un museo, che ha trovato spazio nel dibattito internazionale è The Shed, multiforme centro per le arti di Diller Scofidio + Renfro a New York, USA. Un progetto molto newyorchese, che si inserisce perfettamente e con coerenza in una metropoli che sembra ormai vivere più di recente passato che di futuro.

 Kistefos Museet
(The Shed - Diller Scofidio + Renfro)

Una sola abitazione è citata nel gossip delle eccellenze.
All’epoca delle avanguardie, e della genesi dell’architettura che noi oggi definiamo contemporanea, le architetture che marcavano la scena della cultura erano di dimensioni ridotte e molto spesso rappresentate da residenze. L’abitare era considerato il banco di prova privilegiato della sfida architettonica, perché solo in questo luogo c’era la possibilità di concepire la vicenda umana in tutti i suoi aspetti e le sue sfumature emotive. Altri luoghi perlopiù pubblici che oggi vengono privilegiati, non offrono mai una tale possibilità poiché tendono a premiare la natura sociale degli individui scordandosi di quella privata.
È sicuramente vero che le risorse finanziarie per realizzare architetture sempre più complicate e tecnologiche possono venire solo da grandi istituzioni pubbliche (o private, ma sempre rivolte al pubblico) ma la sovraesposizione dell’architettura spettacolo, rispetto alla stragrande quantità di architettura privata e domestica che ancora viene diffusamente praticata, sta di fatto escludendo quest’ultima dalla discussione e dal confronto costruttivo che sempre ne deriva. La poca attenzione verso l’abitare ci costringe a tollerare la diffusione sul territorio di una moltitudine di situazioni stanche, già vecchie, standardizzate, nelle quali l’aderenza alla tradizione tout court pare rientrare perfettamente negli schemi dell’urbanistica di massa. Quando prevale un concetto di omologazione, senza un modello innovativo convincente, si finisce per accettare la mediocrità come stato fisiologico ineludibile.
Ma le coscienze più attente e meno distratte da lustrini e fuochi d’artificio pare comincino a riflettere. Non è un caso che le grandi associazioni nazionali come RIBA (Royal Institute of British Architects) assegni per quest’anno a Goldsmith Street di Mikhail Riches con Cathy Hawley il Premio Stirling 2019, assegnato al miglior nuovo edificio del Regno Unito. (Vedi il progetto qui --->)
Oppure, non è un caso, che l’AIA (American Institute of Architects) comprenda tra i premiati di quest’anno solo edifici che, nella loro apparente banalità, sembrano uscire dai canoni comunicativi del sensazionalismo. (Qui le opere premiate --->)

Tra le opere premiate dall’AIA anche il TIRPITZ Museum, Blåvand, Danimarca, sempre di BIG, già autore del ponte attorcigliato. Segno questo di una prevalenza culturale dei paesi del nord europa che non si capisce bene se sia figlia di un clima sociale ed economico evidentemente più evoluto, con la conseguente serenità con la quale si possono affrontare progetti importanti e rischiosi, o se tutto questo afflato appartenga ad un sentire in balia dei venti delle mode periodiche. Io propendo per la prima ipotesi ma lascio al lettore le sue riflessioni in proposito.
Voglio segnalare anche un altro progetto, di spirito sicuramente nordico e nel segno dell’architettura biodegradabile, ma sicuramente più interessante dei tanti tentativi maldestri di far pace con la natura facendola rientrare dalla finestra della speculazione edilizia.

Apro una parentesi.
Il servilismo dell’architettura verso chi possiede il denaro per realizzarla è ormai un dato acquisito universalmente. La disponibilità alla ruffianeria, che fa ormai parte del bagaglio professionale degli architetti, è storia antica tanto che, pare, in un vecchio manoscritto venisse posta la domanda se si sarebbe consumata prima la lingua degli architetti o il culo dei principi.
Questo limite etico, sul quale ognuno è padrone del proprio giudizio, ma che non può essere disconosciuto, ha procurato nel tempo un cambio di prospettiva, come se il committente, da privato divenuto pubblico, in virtù di questa magica trasformazione, di fatto rendesse etica la condizione servile dentro cui è costretta la professione dell’architetto.
Perché dico questo? Perché stiamo assistendo alla resa dell’architettura al suo antagonista principale: la natura; la quale è la reificazione massima del bene pubblico. Se l’ecologismo ha un senso, e scientificamente indiscutibilmente ce l’ha, non può assumere l’aspetto d’una caricatura bonaria, con edifici che assumono le forme d'una natura amica e compiacente, travestiti da improbabili boschi o foreste urbane. Questa ecologia è illusoria; è un trucco della lingua per mascherare il culo della speculazione, quella solita, metrocubista.
Chiudo la parentesi.

Il progetto di cui voglio parlare, e che propongo all'attenzione, è un progetto di Snøhetta, studio norvegese che sta nella migliore tradizione organica scandinava, spaziando dal design alla grafica e all’architettura piccola e grande, capace di confrontarsi con il paesaggio e la natura senza subirli ma sfidandoli, governandoli, in questo modo esaltandone la potenza scenica. In tutti i loro progetti, l’aspetto monumentale o simbolico o celebrativo è del tutto inesistente. Parlano solo gli spazi ottenuti dalla relazione tra cose e contesto, quest’ultimo sempre affrontato con coraggio, senza timori reverenziali ma con il rispetto e la cautela di chi conosce profondamente il luogo climaticamente arduo dove si è destinati a vivere e operare.
Il progetto che voglio trattare si chiama Under, un ristorante sommerso aperto in Norvegia, a Lindesnes nei pressi di Båly. Qui non c’è un albero e nemmeno un filo d’erba ma la fusione con la natura è totale. E qui la natura è particolarmente dura e severa.
Non c’è nemmeno un gran paesaggio ma, grazie all’architettura, lo diventa.

 Under
(Under - Snøhetta)

Voglio concludere con un inciso ed un augurio. L’atelier Snøhetta conta circa trecento collaboratori, in larghissima parte giovani. (Vedi qui--->).

Fantascienza per un paese come il nostro, ancora trincerato dentro i feudi professionali e, prima ancora, quelli accademici. Pur di tutelare l’autonomia e la sopravvivenza del più scarso tra i progettisti, persino illudendolo d’essere utile se non indispensabile, l’istituzione ordinistica domina la frammentazione promuovendo la difesa personalistica e corporativa del singolo, diffidando delle forme societarie sulla base dell’ipocrisia di fondo per cui tutti gli iscritti debbano avere le stesse capacità. ln un sistema in cui ormai ci si azzuffa per le briciole, il futuro di tanti giovani dotati può essere solo l’esilio professionale. Questa professione, quest’arte, senza strutture adeguate, sta morendo, come l’architettura che da noi continua a stare in piedi zoppicando, frazionata, frammentata, sempre più debole e disprezzata da masse sempre più ignoranti, affidata, nelle commesse più importanti e nel provincialismo più scontato, alle scorribande dello star system. Tra un Tomaso, un Vittorio o un Salvatore che pontificano di tradizione e di passato, uccidendo qualsiasi novità che dal basso, dal mondo autenticamente popolare, potrebbe resettare un sistema che per sopravvivere s’è spinto ai limiti della mediazione economica e ideale, senza trovare una dimensione e una scala decente capace di mandare a quel paese questi bulli della tradizione, questa professione, libera e creativa, muore.
Faccio quindi un augurio ai tanti giovani architetti che vorrebbero vivere nel proprio paese. Auguro loro, e mi auguro, che le grandi istituzioni, pubbliche e private, prendano in considerazione per i loro ambiziosi progetti anche le risorse nuove e promettenti di questo paese, senza costringerle dentro le follie normative dettate dal livellamento al basso della qualità edilizia, dentro gli interessi dei pochi che hanno occupato ogni spazio accademico e mediatico per la propria promozione.
Chiedo che il mondo della finanza smetta di finanziare qualsiasi speculazione immobiliare, come è avvenuto in un recente passato, e sulla quale tutte le banche hanno abbondantemente lucrato a spese d’un paese oggi degradato sul piano morale, etico ed economico. I finanziamenti, pubblici e privati, devono avere come prospettiva non il domani, e nemmeno il dopodomani, ma un tempo almeno ventennale, il tempo minimo necessario per rimettere mano ai disastri urbanistici e sociali che ci ha lasciato l’età politica delle tette e delle ballerine.
AntiTHesi, oltre a fare gli auguri a tutti i lettori, si rende disponibile a ricevere, pubblicare e promuovere qualsiasi iniziativa che abbia per finalità la creazione di nuovi soggetti, con risorse e capacità necessarie a competere con la concorrenza internazionale.
Buon 2020 a tutti.

...

www.antithesi.info - Giornale di Critica dell'Architettura - Tutti i diritti riservati